mercoledì 21 ottobre - Maddalena Celano

L’inganno dl vittimismo incel: come la segregazione laterale e il lavoro invisibile smontano la fallacia sui morti sul lavoro

​Nel sottobosco digitale dominato dalla retorica incel e dai movimenti reazionari della cosiddetta manosphere, ciclicamente risuona un piagnisteo vittimista ben preciso: "Gli uomini sono i più discriminati perché la maggioranza dei morti sul lavoro sono maschi, mentre le femministe prendono tutta la visibilità".

​Questa tesi non è soltanto una fallacia logica (un plateale benaltrismo e depistaggio retorico), ma è l'ennesimo tentativo di trasformare le conseguenze del privilegio maschile e della segregazione occupazionale in una falsa persecuzione.

​Esaminiamo punto per punto come i dati statistici, la struttura economica e la storia della salute mentale femminile sbugiardano questo piagnisteo patriarcale.

  1. ​LA MAGGIORANZA DEI DECESSI MASCHILI È INDICE DI PRIVILEGIO E SEGREGAZIONE, NON DI DISCRIMINAZIONE

​La narrazione secondo cui l'elevata mortalità maschile nei cantieri o nell'industria pesante provi una presunta "discriminazione a danno degli ometti" ribalta la realtà economica.

​L'accesso ai settori produttivi ad alto coefficiente di capitale e reddito – come l'edilizia, la siderurgia o la logistica pesante – è stato storicamente un monopolio maschile, tenuto ben stretto attraverso una rigida segregazione occupazionale di genere. Le donne ne sono state sistematicamente escluse o relegate a settori a basso stipendio.

​Ciò che la retorica incel finge di non capire è che la maggiore esposizione maschile a determinati infortuni di fabbrica è il sottoprodotto di un sistema organizzato da uomini per gli uomini, un sistema basato sulla logica del profitto e sul ricatto della prestazione. Invece di prendersela con la deregolamentazione aziendale o con i datori di lavoro che risparmiano sulla sicurezza, questi gruppi preferiscono incolpare le donne per il semplice fatto di esistere e lottare per l'autonomia.

  1. ​LA STATISTICA RIMOSTA: I MORTI "IN ITINERE" E LA STRAGE SILENZIOSA NEGLI INCIDENTI DOMESTICI

​La tesi dell'invisibilità delle donne nel conto della mortalità lavorativa crolla di fronte ai dati ufficiali INAIL e ISTAT.

  • ​IL TRAGITTO DELLA DOPPIA GIORNATA (Dati INAIL): Se nell'infortunistica tradizionale in fabbrica la quota maschile è alta, negli infortuni mortali in itinere (ovvero sul tragitto casa-lavoro e lavoro-casa) le lavoratrici registrano percentuali drammaticamente superiori. Secondo i dossier INAIL, oltre il 38% dei decessi sul lavoro tra le donne avviene in itinere (contro circa il 23-24% degli uomini). Non è una fatalità: è l'incidenza mortale della conciliazione forzata tra lavoro retribuito e carico di cura familiare. La donna muore sulla strada perché corre per incastrare i turni aziendali con l'uscita da scuola dei figli, la spesa o la gestione degli anziani.
  • ​L'INVASIONE SILENZIOSA NEGLI INCIDENTI DOMESTICI (Dati ISTAT): Il lavoro di cura e di riproduzione sociale non viene conteggiato nel PIL, non è retribuito e non gode delle garanzie di legge, eppure uccide. Secondo le indagini ISTAT sugli incidenti domestici, la popolazione femminile risulta enormemente più colpita. A parità di occupazione, il tasso di infortuni domestici per le donne lavoratrici è più che doppio rispetto agli uomini (12,5 su mille contro 5,4 su mille).

​Il lavoro domestico – di cui i maschi usufruiscono quotidianamente a titolo del tutto gratuito – è un'attività usurante e ad alto rischio. Anziché pretendere che lo Stato remuneri o sgravi questo carico attraverso servizi pubblici di welfare, il maschio frustrato preferisce godersi la rendita di posizione domestica e lamentarsi sui social contro "il femminismo monopolizzatore".

  1. ​ANATOMIA DELL'INVALIDAZIONE: BETTY FRIEDAN E L'EPIDEMIA CLINICA DELLE CASALINGHE

​Questo meccanismo di ricatto non è nuovo. Già nel 1963, la sociologa e saggista Betty Friedan, nel suo celebre studio "La mistica della femminilità" (The Feminine Mystique), analizzò la patologia strutturale generata dal mito della "felice casalinga di periferia".

​Friedan dimostrò che l'ideologia del dopoguerra americano vendeva la reclusione domestica e il servizio al marito lavoratore come il vertice della realizzazione femminile. Ma conducendo un'indagine approfondita tramite interviste e analisi di dati clinici e socio-psichiatrici, svelò la presenza di quello che definì "il problema senza nome":

  • ​DIPENDENZA DA PSICOFARMACI E TRANQUILLANTI: Tra gli anni '50 e '60 si registrò un'impennata senza precedenti nell'uso di sedativi (come il Miltown e successivamente il Valium) prescritto a donne della classe media, sane e prive di patologii pregresse.
  • ​DISAGIO CLINICO E DEPRESSIONE: Le casalinghe segregate in casa non soffrivano di una "debolezza caratteriale", ma manifestavano sintomi psicosomatici, ansia cronica, depressione e alcolismo causati dalla totale cancellazione dell'identità personale.
  • ​L'ETERNA INVALIDAZIONE: L'architettura patriarcale trasformava migliaia di donne istruite in malate croniche dipendenti dai farmaci, obbligate per giunta a ringraziare il "povero marito" che lavorava fuori per garantire loro il benessere materiale.

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​La retorica degli incel e della manosphere che agita i morti sul lavoro come clava antifemminista è la versione aggiornata dello stesso ricatto smascherato da Betty Friedan.

​Ieri si diceva alle donne che dovevano stare zitte e prendere gli ansiolitici perché i mariti soffrivano in ufficio o in cantiere; oggi si dice loro che non hanno diritto di denunciare la violenza di genere, il divario salariale o il carico di cura perché "gli ometti muoiono sulle impalcature".

​I cadaveri dei lavoratori non servono a questi soggetti per chiedere sicurezza o tutele nei cantieri: servono unicamente come scudo per nascondere la propria incapacità di vivere in un mondo in cui il privilegio maschile non è più un diritto di nascita




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