L’imprevedibilità di Lucio Fontana ceramista
Alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia si è appena conclusa la mostra dedicata al Maestro dello Spazialismo
La Collezione Peggy Guggenheim, uno dei maggiori musei d’arte europea e nordamericana del XX° secolo, a Palazzo Venier dei Leoni ha proposto nel suo confortevole e sapientemente allestito spazio dedicato alle mostre monografiche, temporanee, Mani-Fattura : le ceramiche di Lucio Fontana.
Si è trattato della prima personale mai realizzata in ambito museale ad essere esclusivamente dedicata all’intera produzione di opere in ceramica di uno degli artisti più innovativi, e a suo modo irriverenti, del XX° secolo.
Fontana è conosciuto soprattutto per le tele tagliate e bucate degli anni Cinquanta e Sessanta.
La mostra, che ha destato un notevole interesse tra studiosi e appassionati d’arte, ha posto l’accento su una parte meno nota, ma essenziale e sperimentale della sua produzione : il lavoro con la ceramica, iniziato in Argentina negli anni ‘20, poi proseguito per tutta la vita.
Lucio Fontana nasce il 19 febbraio 1899 a Rosario, Argentina, da genitori non sposati, che si lasceranno quando Lucio è ancora in tenera età. Il padre Luigi (1865 – 1946) è uno scultore di professione nel campo della statuaria funeraria e dei ritratti, emigrato nel 1891 da Varese, primo artista ad aprire uno studio di scultura in città, che diviene presto un punto di riferimento culturale.
La madre, Lucia Rosario Bottini (1874 – 1925) è un’attrice di teatro, nata a Rosario, ma di origini italiane.
Con 69 opere, - suddivise in 11 Sale – provenienti da Musei e collezioni pubbliche e private, alcune mai viste, altre raramente esposte, la mostra ha inteso far luce sulla portata della visione scultorea di Fontana, attraverso la creta, un materiale rivelatosi nel corso degli anni un terreno di sperimentazione ricco e produttivo.
Il titolo della mostra – aveva spiegato in fase di presentazione la curatrice Sharon Hecker – viene da manifattura, l’idea di mani che si affondano nella creta, che faceva parte di tutto il lavoro di Fontana, rispetto al materiale. In più mani-fattura ci ricorda che Fontana lavorava sia in opere uniche che in opere in serie e ogni opera in serie è anche opera unica. In realtà, queste opere sono molto mescolate fra il figurativo e l’astratto. Fontana non è mai lineare. Mescola i due linguaggi anche nelle stesse opere.
La produzione in ceramica di Fontana è definita da Hecker proteiforme, perché come il Dio marino greco Proteo, l’artista cambia continuamente forme per evitare di essere catturato e rivelare il futuro.
C’è un’ampia gamma di soggetti : opere molto grezze, dipinte, smaltate, molto luminose. Ci sono donne, animali marini – come il Coccodrillo in terracotta invetriato (1936 – 37), 18 x 130 x 42 cm. assurto a mascotte della mostra – arlecchini e guerrieri, creature mitologiche e sculture astratte.
La sua pratica ceramica si sviluppa nell’arco di decenni e in contesti molto diversi.
Il percorso espositivo va dal primo periodo in Argentina (1920 – 1927) – in cui darà alla luce la prima opera, in realtà in gesso dipinto, Ballerina di Charleston (1926), che raffigura Josephine Baker – al ritorno in Italia all’epoca del Fascismo (1927 – 1940) ; prosegue con un lungo soggiorno in Argentina durante la II^ guerra mondiale (1940 – 1947) ; si conclude con il rientro definitivo in Italia nel 1947, dove rimarrà fino alla morte, - il 7 settembre 1968 - dapprima a Milano, poi a Comabbio (Varese).
Fontana affermò che iniziò a lavorare dopo essersi arruolato volontario nell’Esercito italiano nella I^ guerra mondiale, perché era uno dei ragazzi del ‘99, ferito nella sanguinosissima battaglia del Carso.
La sua produzione ceramica nel dopoguerra iniziò un proficuo dialogo con il mondo del design. Fontana realizza piatti, crocifissi, - esposti in una sala dedicata – forme astratte, tutte opere che indagano le origini stesse dell’antica pratica della ceramica.
La sala n.6 è dedicata alle donne che hanno avuto importanza nella sua vita. Ecco allora i ritratti della moglie Teresita (Teresina Rosini Fontana, Borgo S.Giovanni, 1909 – Milano, 1995), conosciuta nel 1930 e sposata nel 1952 ; della scrittrice Milena Milani (Savona, 1917 – 2013), l’unica donna firmataria del primo manifesto dello Spazialismo (dicembre 1947), assieme, oltre a lui, al critico Giorgio Kaisserlian e al filosofo Beniamino Joppolo ; Esa Mazzotti (Albisola Marina, 1932 – 2005), - nipote del ceramista e poeta Tullio d’Albisola, presso la cui fabbrica Fontana iniziò a lavorare nel 1935 – che faceva gioielli in ceramica e che lui onorò con una collana. C’è anche un ritratto di Paulette Godard, compagna di Charlie Chaplin : la scultura non poteva essere trasportata dal Museo del Novecento di Firenze.
La sala n.8 è dedicata agli stupefacenti crocifissi e deposizioni prodotti in serie tra la fine degli anni quaranta e gli anni Cinquanta per le abitazioni milanesi del boom economico.
Nella sala n.11 c’è il Fontana degli ultimi decenni di carriera, che trova nel gesto del taglio una forma potente e personale, un atto espressivo che andrà a definire i lavori del periodo. In ceramica, questa svolta segnala il ritorno alle sue origini di scultore. Molte sue ultime opere sono terrecotte disadorne, semplici, scevre di eccessi e decorazioni. Quel che era cominciato con le mani sulla superficie della creta si conclude con le mani immerse nella materia. In alcuni lavori apre la creta a mani nude, lasciando visibili le tracce dei propri gesti e mostra gli esiti del tocco umano.
I pannelli rettangolari e bucherellati intitolati Pane sono riferimenti ai panetti o ai pani usati dai ceramisti albisolesi: le lastre di argilla pronte per essere affettate e lavorate in palle.
Emerge così la serie delle Nature, le forme sferiche o ovoidali che proseguono lʼesplorazione sulle origini. Il processo comincia con il balleggiare, il passare da una mano allʼaltra palle di argilla per impastare e attivare la materia. A partire da queste forme, con gesti primordiali, Fontana crea oggetti che poi taglia, buca o squarcia, forme che spesso ricordano uova o semi e che evocano la genesi della creazione, come la divisione di una cellula o di un atomo.
Raddoppiare, dimezzare, dividere diventano atti basilari del fare ceramica. Fontana apre le sfere di creta con le mani e con fili di ferro, lasciando visibili le tracce della manipolazione, le impronte, le torsioni, le incisioni. Queste ultime opere in ceramica, che si muovono tra ripetizione e sperimentazione, materia e gesto, origine e divenire, sono anchʼesse radicate nelle pratiche fisiche, quasi rituali, della lavorazione dellʼargilla.
Chi non fosse riuscito a vedere la mostra può acquistare il catalogo edito da Marsilio Arte, che, oltre a contenere tutte le opere esposte, indaga, attraverso i saggi della curatrice e di sei studiosi, i diversi processi e le tecniche di realizzazione delle ceramiche, insieme alle relazioni variegate, a volte complesse, che Fontana propone tra scultura e pittura, arte e artigianato, scultura e design, ceramica e architettura, oggetti decorativi e sculture concettuali, ceramica e fotografia, di grande rilevanza internazionale.

Ad aprire la nuova stagione espositiva del museo veneziano sarà il mese prossimo Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista (25 aprile – 19 ottobre, 2026), a cura di Grazina Subelyte e Simon Grant. L'esposizione intende approfondire un periodo cruciale che contribuì a definire Peggy Guggenheim come collezionista e mecenate, mettendo in evidenza la rete di influenze e amicizie – da Marcel Duchamp a Mary Reynolds a Samuel Beckett – che ne plasmarono la visione. Attiva a Londra dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Guggenheim Jeune, la prima galleria d’arte fondata da Peggy a Londra, fu un punto di riferimento per le avanguardie dell’epoca e ospitò oltre venti mostre, tra cui la prima personale a Londra di Vasily Kandinsky, una monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima mostra collettiva nel Regno Unito dedicata al collage, e una mostra di scultura contemporanea che suscitò scandalo.
Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, di artisti come Eileen Agar, Salvador Dalí, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e altri ancora. Non mancheranno nel percorso espositivo materiali d’archivio, a testimoniare un’epoca di intensa sperimentazione e fermento culturale, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dopo Venezia, la mostra si sposterà a Londra, alla Royal Academy of Arts, nell’autunno 2026, e nella primavera del 2027 al Guggenheim New York.
A novembre sarà poi la volta di Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento (14 novembre 2026 – 29 marzo 2027), a cura di Cristina Beltrami, storica dell’arte.
La mostra getta luce su una delle vicende più visionarie del vetro muranese nel secondo dopoguerra, ricostruendo la straordinaria avventura creativa della Fucina degli Angeli, avviata da Egidio Costantini a Murano negli anni Cinquanta. Attraverso oltre cento opere in vetro, disegni e documenti storici, l’esposizione ripercorre la storia della Fucina dagli esordi fino agli anni Novanta, evidenziando la collaborazione con alcuni tra i maggiori artisti del XX secolo, tra cui George Braque, Alexander Calder, Lucio Fontana, Fernand Léger, Pablo Picasso, e molti protagonisti della scena artistica giapponese dell’epoca. Decisivo fu il ruolo di Peggy Guggenheim, che sostenne Costantini nei momenti cruciali e contribuì all’espansione internazionale del progetto, facilitando contatti, committenze e il dialogo con il mercato statunitense. Il percorso espositivo metterà in relazione le opere in vetro con dipinti e sculture degli artisti che ruotarono intorno alla Fucina.
