martedì 4 maggio - UAAR - A ragion veduta

L’identitarismo che si perde in un bicchier d’acqua

Che l’acqua sia un bene essenziale lo sanno tutti. Ed elencarne tutti gli impieghi e i benefici è impossibile, ne verrebbe fuori una lista lunga quanto le code di automobili intrappolate nel Grande Raccordo Anulare di Roma il venerdì sera. Ma a ricordare che bere acqua fa bene si rischia di istigare masse di fanatici tanto inferociti quanto i poveri romani imbottigliati nel traffico. E ce ne vuole, visto che in una classifica delle dieci città con gli automobilisti più aggressivi la capitale figura al terzo posto.

Il luogo della contesa stavolta è la Francia; la parte offesa è – surprise – la comunità islamica; l’imputato è la marca di acqua minerale Evian. Il crimine, un tweet in cui l’azienda chiedeva ai clienti se si fossero ricordati di bere un litro d’acqua. Un affronto intollerabile nei confronti dei milioni di musulmani che rispettano il Ramadan (come se, tra l’altro, qualcuno li costringesse a farlo). L’azienda ha subito pubblicato un tweet di scuse, dandola vinta ancora una volta ai “musoni da tastiera”. Ma la questione è ben più vasta: le “identity politics”, nate per proteggere le minoranze dalle discriminazioni, finiscono per tutelare anche le ideologie. Del resto il termine “identità” è stato talmente (ab)usato da aver perso il suo significato originale. Nel XXI secolo tutto – o quasi – rappresenta un’identità. Ma è veramente così?

Il vizio di fondo (difficilmente evitabile) dell’identitarismo sta nella mania di tracciare linee dal solco sempre più profondo, e quindi sempre più invalicabili e divisive, tra “noi” e “loro”. La definizione di sé è ovviamente il fulcro dell’esperienza umana. E per lo più tendiamo a definirci affermando ciò che non siamo per poi prenderne le distanze. Del resto l’etimologia della parola ce lo ricorda bene: finis, confine, e de-, prefisso che indica in termini semplificati l’“infliggere” una condizione. Definendoci, quindi, ci infliggiamo un confine. Il secondo vizio di fondo sta invece nel ritenere le nostre caratteristiche necessariamente opposte alle loro. In altre parole, se noi siamo buoni, loro non possono che essere cattivi. Un ragionamento semplice, ma fallace, che conduce dritto al terzo vizio di fondo. E cioè una certezza incrollabile che il mondo si divida col coltello tra buoni oppressi (noi) e cattivi oppressori (loro).

La buona notizia è che questo ragionamento è assai meno inconscio dei primi due, e quindi più facilmente modificabile. La cattiva è che spesso si aggiunge un quarto vizio di fondo, e cioè il definire identità anche le scelte ideologiche, come l’appartenenza ad una religione. Nei casi peggiori ne arriva poi un quinto, di gran lunga il peggiore: equiparare le identità innate ed immodificabili (orientamento sessuale, identità di genere, etnia) alle scelte ideologiche fatte passare per identità. I cinque vizi sono disposti in un ordine che va dal più inconscio al più consapevole. Il primo è una tendenza innata, il quarto e il quinto sono mirabili esercizi di astuzia: chi ne fa uso sa bene che le critiche nei confronti delle ideologie sono generalmente ben accette, quelle nei confronti delle identità invece rifiutate a priori. La via di fuga più rapida ed efficace dal dibattito è quindi l’autoproclamarsi “identità” ed assumere il ruolo della vittima. E nell’era del vittimismo questa strategia dà i suoi frutti.

La retorica della “tradizione”, delle “radici”, dell’“identità” , che l’UAAR contrasta, rischia di tramutarsi in una religione con dogmi pericolosamente rigidi. L’identitarismo, in ogni sua forma, ed anche quando parte da buone premesse e si prefigge obiettivi nobili, degenera nel tribalismo campanilistico e porta la società a frammentarsi in tanti piccoli gruppi, che nel migliore dei casi non hanno una prospettiva comune, nel peggiore finiscono per odiarsi.

Quando poi sono le religioni ad autoproclamarsi ‘identità’ il disastro è servito. Tra l’altro sono le uniche ideologie a cui è concesso di farlo, il che è di per sé già un privilegio. Da cui – come se non bastasse – ne scaturisce un altro enorme, ossia la facoltà di applicare il suffisso “-fobo” ai loro critici. Nessuno può farlo: i comunisti non possono accusare i loro detrattori di “comunistofobia”, né i fascisti possono dipingere come “fascistofobi” gli antifascisti, ed i liberisti non possono lamentare picchi preoccupanti di “liberistofobia”. E se lo facessero riderebbe chiunque, loro compresi.

I cristiani e i musulmani, al contrario, lo fanno in continuazione. Non che i casi di discriminazione nei loro confronti manchino, sia chiaro. Ma trattare alla pari gli odiatori e i critici della religione è fuorviante e conduce ad un paradosso: i religiosi incitano alla discriminazione nei confronti di molte persone che non hanno scelto la loro identità e non possono cambiarla; al tempo stesso possono però lamentarsi di essere discriminati per la loro “identità”, quando invece nella maggior parte dei casi è messa in discussione la loro ideologia. E possono addirittura rivendicare il diritto di influenzare l’agenda politica spacciandolo per libertà di culto o difesa dei valori. La destra a trazione cristiana può quindi giustificare la presenza dei crocefissi nelle aule e negli spazi pubblici con la retorica della “difesa delle radici”, in alcuni casi comprandone degli altri per non lasciare le aule sprovviste. Tempo fa Lorenzo Fontana (che da ministro appoggiava le processioni di riparazione contro i gay pride ha invece proposto di istituire il reato di “cristianofobia”.

A volte però gli identitari di destra si spingono molto oltre. In Polonia, ormai nota come la terra delle follie clericali, l’ora di religione ed etica diventerà a breve obbligatoria nelle scuole ed il ministro dell’istruzione ha giustificato la scelta come difesa dei valori religiosi e nazionali (deve essersi preso di persona la briga di decidere che i primi corrispondono ai secondi).

Il comportamento della comunità Islamica è più subdolo. Si trova in una condizione di inferiorità numerica destinata ad assottigliarsi nel tempo. Riesce però a tramutare in vantaggio lo svantaggio di essere in minoranza, giocando la carta del vittimismo e dell’immancabile “islamofobia”, termine che vuol dire tutto e niente. Tutto ciò che è contrario all’Islam diventa infatti una forma d’odio: sotto il termine ombrello di islamofobo gli esponenti della comunità islamica (ed i loro alleati) si prefiggono di inserire un variegato ventaglio di persone che si oppongono all’Islam, da chi muove delle critiche più o meno accese a chi compie omicidi di massa. Per onestà intellettuale dovrebbe esserci quantomeno più di un termine per distinguere atteggiamenti così diversi.

Criticare un musulmano (o un cristiano) sulla base delle sue convinzioni ed usanze religiose non è una forma di razzismo. E non lo è neanche essere espressamente avversi all’Islam. Eppure un gran numero di laici non lo capisce. Per spiegare il fenomeno, torniamo all’argomento di partenza, il Ramadan. I musulmani hanno diritto a seguirne le prescrizioni? Sì, negarglielo sarebbe una (grave) violazione della libertà di culto. Ne consegue che gli altri devono tapparsi la bocca ed accettare acriticamente quest’usanza, esprimendo solo opinioni positive e gradite? No, perché questa sarebbe una (grave) violazione della libertà d’opinione.

Spesso i musulmani affermano che il Ramadan fa bene alla salute e che contribuisce ad “eliminare le tossine accumulate durante l’anno”, un ragionamento che ha le stesse basi scientifiche del credere che le uova possano curare i tumori. E che si scontra con la realtà che emerge dai fatti di cronaca. Alcuni giorni fa una preside di Milano ha deciso di vietare il digiuno nel suo istituto a seguito dello svenimento di molti bambini tra i 6 e gli 11 anni che osservavano il Ramadan. Oltre alle accuse (immancabili) di islamofobia sono pervenute anche giustificazioni piuttosto singolari: molti musulmani (e altrettanti “laici minimalisti“) hanno infatti ribadito che la notizia è falsa, perché di norma i bambini non fanno il Ramadan.

Un po’ come se un socio impazzito dell’UAAR interrompesse la messa domenicale entrando in chiesa con un Suv ed i vertici dell’associazione dicessero che è “impossibile, perché nello statuto non sta scritto da nessuna parte di fare irruzione nei luoghi di culto alla guida di un veicolo”. Il fatto è semmai ancora più preoccupante, perché evidentemente le famiglie di quei bambini interpretano i dettami dell’Islam in modo ancor più rigido di quanto non sia scritto nei testi sacri (già di loro non particolarmente morbidi). In ogni modo, il fatto che per alcune categorie di persone più fragili – anziani, disabili, donne in gravidanza – sia previsto l’esonero dal digiuno smentisce la tesi per cui il Ramadan farebbe bene alla salute.

Generalmente i musulmani (e i soliti laici minimalisti) obiettano che è sufficiente integrare il cibo non assunto il giorno mangiando di più la sera. Una perifrasi eufemistica per dire che si compensa il digiuno con abbuffate serali. Al tramonto i digiunanti sono poi talmente affamati da precipitarsi con foga verso casa. È per questo che nelle ore serali del mese di digiuno si raggiungono picchi altissimi di decessi per incidenti stradali. Quando il mese di Ramadan occorre nella stagione calda, l’astinenza dall’acqua nelle ore di luce ( 18 al giorno nei paesi nordici) pone rischi molto seri per la salute.

Quello che è certo è che nel mese sacro ogni buon musulmano è chiamato anche ad astenersi dai pensieri cattivi. Ne sa qualcosa Daniele Saglia, ragazzo ateo attivo su Instagram e TikTok, bersagliato di insulti e minacce negli ultimi giorni per aver ironizzato sul Ramadan. Gli odiatori, tra l’altro, hanno preso di mira il suo orientamento sessuale invocando contemporaneamente rispetto per la loro religione. E non c’è da stupirsi: l’opinione dei musulmani sull’omosessualità è spesso raccapricciante, anche se in alcuni casi i cristiani evangelici riescono a fare peggio.

Un sondaggio condotto dall’ICM ha fatto emergere che il 52% dei musulmani britannici ritiene che il sesso omosessuale debba essere messo fuori legge. In Francia la percentuale di musulmani che considerano l’omosessualità una malattia arriva invece al 63% (il dato globale della popolazione francese si ferma al 15%). Alla luce di questi dati credo quindi di dover riformulare quanto scritto sopra. Perché forse sono stato impreciso nel parlare di gruppi che “nel migliore dei casi non hanno una prospettiva comune, nel peggiore finiscono per odiarsi”: quel “si reciproco” è decisamente di troppo.

Perché le identità vere (orientamento sessuale, identità di genere, etnia) e le identità autoproclamate non si odiano reciprocamente, ma sono le seconde ad odiare le prime. Le identity politics si basano sul dogma che ogni gruppo minoritario sia solo e soltanto vittima di oppressione. Davanti a dati come quelli appena citati, che smontano il mito del “buon selvaggio”, le reazioni sono per lo più due. Da un lato, si tende a riporre acriticamente la speranza (di per sé già acritica, perché è un sentimento) nelle giovani generazioni, confidando nel fatto che queste si secolarizzeranno sua sponte nel tempo. La situazione francese dimostra però che il tempo non ha poteri magici, e che sono proprio le nuove generazioni a radicalizzarsi: in un sondaggio dell’IFOP è emerso che i giovani musulmani sono più fondamentalisti dei genitori.

Dall’altro lato si procede invece a negare che esista un problema di convivenza, e se qualcuno fa notare che l’Islamismo rappresenta una minaccia le istituzioni nel migliore dei casi lo ignorano, nel peggiore lo scherniscono. Emblematica a riguardo è la vicenda di Didier Lemaire, docente di filosofia: mentre lui raccontava in televisione dello strapotere degli islamisti nella sua Trappes (da cui 67 jihadisti sono partiti per la Siria) , il sindaco Ali Rabeh andava in giro a dargli del bugiardo. Nel frattempo Lemaire è finito sotto scorta per le minacce ricevute da quegli stessi islamisti che per Rabeh non rappresentano un problema.

Casi simili sono ormai molto frequenti, e dimostrano da un lato il cortocircuito interno alla sinistra, dall’altro la necessità di ripensare la diversità ed il multiculturalismo (ne parla, tra gli altri, Kenan Malik nel suo volume Il multiculturalismo e i suoi critici). Un ottimo indicatore dell’effettiva innocuità di una minoranza potrebbe essere l’osservare come quella minoranza si comporta dove e quando riesce ad imporsi come maggioranza. Se proprio non si resiste all’impulso di rinchiudere le gazzelle tutte nella stessa gabbia, premuriamoci almeno di distinguere le vere gazzelle dai leoni camuffati da gazzella. Poi, forse, potremo anche ragionare del fatto che non abbiamo bisogno né di gabbie, né di divisioni, né di fanatismo identitario. Ma di un sano universalismo.

Simone Morganti

 

 




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