giovedì 22 settembre - Gerardo Lisco

L’ideale progressista in Conte e Letta.

Nella campagna elettorale in corso c’è stata una polemica passata quasi in sordina che meriterebbe più attenzione. La polemica ha riguardato l’essere o meno “progressista”.

 Nello specifico Letta dalle pagine de la Repubblica ha sferzato il M5S dicendo che “Progressisti non ci si inventa”. All’attacco di Letta, Conte ha risposto << Ovviamente alcuni esponenti del Pd, compreso Enrico Letta , il segretario , che non sembrano sereni in questo scorcio di campagna elettorale, si sono fiondati su questa notizia ( n.d.r. la notizia nello specifico è stata la dichiarazione con la quale Trump ha detto di ritenere Conte una brava persona) , ne vorrebbero approfittare per provare che l’agenda del movimento non è progressista. Caro Enrico, mi permetto un suggerimento: i cittadini, la tua stessa comunità politica, sanno chi sono, non sono così sprovveduti, allora smettetela con queste balle mal congegnate e con l’arroganza di distribuire patenti di legittimità di ogni tipo, a destra e a manca. >> richiamando Forrest Gump ha incalzato dicendo<<Progressista è chi il progressista fa. Noi siamo quelli del Rdc, del salario minimo, della lotta alla mafia, siamo quelli della legalità, della lotta alla corruzione, del taglio del numero dei parlamentari, siamo quelli che mentre voi state parlando di superare il jobs act, lo hanno già superato col decreto dignità, che vi siete scordati. Se volete continuare a fare campagna elettorale in questo modo accomodatevi, ma i cittadini sanno da quale parte stare, la parte giusta >>.Prima Letta, il 4 settembre, e dopo il ministro del Lavoro e delle politiche Sociali Orlando, entrambi su il Manifesto, hanno incalzato Conte sull’idea progressista per cercare in qualche modo di far passare il M5S ancora come il movimento di Grillo, né di destra e né di sinistra, la solita forza populista pronta ad accordarsi con chiunque pur di stare al Governo. In sostanza il solito M5S contraddittorio capace di sostenere tutto e il contrario di tutto. Conte, però, è stato molto abile nell’utilizzare il termine “progressista” per definire la proposta politica del M5S sottraendolo al PD e più in generale al centrosinistra, evitando il termine sinistra o centrosinistra ormai logorati nell’opinione pubblica e soprattutto riconducibile al PD e alle politiche che esso ha portato avanti. Il termine “progressista” ha racchiuso nella comunicazione politica, nell’uso che ne sta facendo Conte e nei contenuti le istanze proprie di quel pezzo di Società italiana che da sempre ha votato per partiti politici schierati a sinistra. Il PD è ormai da tempo il partito politico delle classi alte, lo dicono il tipo di radicamento sociale e le battaglie politiche che fa. E’ il partito della “sinistra neoliberale” per dirla con la Wagenknecht o il partito a difesa dell’establishment, come lo descrive in modi impeccabile Stefano Fassina nel suo libro “Il mestiere della Sinistra nel ritorno della politica” ed. Castelvecchi presentato a Roma con Giuseppe Conte nell’ambito della “Scuola politica” organizzata dall’associazione “Patria e Costituzione”. Per Fassina, di fronte all’incapacità del PD ma anche della c.d. sinistra radicale di rappresentare le classi sociali escluse dalla globalizzazione e dalla trasformazione in senso liberista del nostro sistema economico e sociale, ci sono state due reazioni:<< La prima è stata di amara rassegnazione: noi siamo altro, oramai, in termini di soggetti sociali e di interessi economici di riferimento.E poi, le questioni economiche e sociali fondamentali sono precluse alla politica. Tuttavia siamo i “migliori” in termini di classe dirigente e abbiamo un consenso elettorale sufficiente ad essere indispensabili, anzi costretti al governo, data l’inaffidabilità delle destre. (…) Siamo, comunque , sinistra in quanto siamo noi gli instancabili propulsori delle istanze LGBTQI+, apripista dei diritti civili senza limiti. Siamo gli eroi dell’accoglienza dei migranti senza se e senza ma. Quindi perché rischiare di perdere le solide e belle constituencies di oggi e una comoda e sicura rendita di posizione istituzionale (…) L’altra reazione alla separazione della Sinistra dal suo popolo originario è stata di ansia di riconquista del terreno sociale perduto ma, insieme, di quasi completa inconsapevolezza del cambio di paradigma di cultura politica, di interessi economici da coltivare , di priorità di policy, di linguaggio, necessari per la controffensiva. (…) Nella rassegnata impotenza sulle questioni economiche, siamo diventati (ndr. le sinistre) paladini soltanto dei diritti civili spesso affrontati in chiave individualistica e proprietaria(…)>>.Dalle parole di Fassina qui riportate risulta chiaro che il confronto è in primo luogo confronto di cultura politica sul significato di “progressista”. Il PD, e più in generale il centrosinistra, è il partito che più di altri ha assecondato riforme che hanno nei fatti penalizzato fasce sempre più ampie di società italiana, a Conte è stato facile ricordare che il Jobs Act lo ha fatto il PD, è stato facile evidenziare come il PD nel 2013 sosteneva l’Agenda Monti e di come oggi sostenga l’Agenda Draghi. Il PD ha tentato l’alleanza con Calenda lo stesso che si è alleato con Renzi che da Segretario del PD e da Presidente del Consiglio ha voluto il Jobs Act. Il M5S con le battaglie politiche che ha condotto e con l’attenzione che pone a temi come la lotta alla corruzione ha fatto proprie battaglie politiche che un tempo erano proprie di quel mondo progressista che votava a “sinistra” nella speranza di un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Paese. Il termine progressista con Conte non ha più un significato generico buono per tutte le stagioni. Fino ad ora con il termine progressista sono state individuate tutte quelle forze politiche tendenti al “progresso” il punto è cosa si intende con tale termine. Dagli anni 90 per progressiste sono passate politiche che hanno si innovato nel settore delle tecnologie, dei consumi, dei diritti civili , ecc ecc. ma che non hanno migliorato affatto le condizioni sociali. Se oggi in Italia abbiamo un quarto degli italiani in condizioni miserevoli le ragioni sono da attribuire all’idea di progresso fino ad ora dominante. Precarietà del lavoro, bassi salari, riduzione dei diritti sociali, smantellamento del Welfare State, privatizzazione dei diritti sociali, egemonia del mercato, riduzione dell’intervento dello Stato sia come regolatore del mercato che come imprenditore. L’idea di progresso che ha il PD è superata dai fatti, dal contesto rappresentato dal fallimento del neoliberalismo interpretato tanto dalla “sinistra” quanto dalla “destra”. L’idea progressista del PD e delle minuscole espressioni della c.d. “sinistra radicale” non va oltre le rivendicazioni delle libertà individuali e l’assecondare il mercato; l’idea progressista di Conte è totalmente alternativa a quella del PD. Conte propone un modello sociale ed economico che fa leva sul recupero del senso di appartenenza alla Comunità, punta alla tutela della piccola e media impresa, del lavoro dipendente e subordinato, punta sul Reddito di Cittadinanza e sul salario minimo come strumenti in grado di far fronte ai processi di ristrutturazione dovuti alla transizione ecologica. Per Conte il progresso si regge su una filosofia del lavoro che ribalta il paradigma proprio degli ultimi tre decenni, per cui precarietà, fluidità, individualismo ecc. sono stati fatti passare come elementi positivi utili per declinare il concetto di libertà. Il Progressismo di Conte è per certi versi “conservatore” nel senso che esso nel recuperare taluni valori del passato quali ad esempio la centralità del lavoro e del ruolo dello Stato lo fa per non assecondare i cambiamenti indotti dalla logica del mercato ma con l’idea di governarlo. Come si evince le due idee di “progresso” sono alternative: quella di Letta è neoliberale quella di Conte è Democratica e Sociale mirante alla conservazione dei valori della Costituzione. Chi sta pagando sulla propria pelle i costi dei processi in atto non può fare a meno di vedere in Conte l’alternativa al neoliberalismo e allo strapotere di oligarchi e oligopoli.




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