lunedì 16 novembre - UAAR - A ragion veduta

L’epidemia di Covid-19 è stata causata dalla superstizione?

Vi proponiamo un articolo di Stuart Vyse dal n.3/2020 del bimestrale dell’Uaar, Nessun Dogma – Agire laico per un mondo più umano. Credenze superstiziose e pseudoscientifiche non vanno derubricate con una risata, dato che possono giocare un ruolo nefasto nella salute delle singole persone come nelle questioni sanitarie. 

Anche in Italia, colpita da una nuova ondata di coronavirus, viene dato credito a ritrovati con scarso fondamento scientifico, pubblicizzati come panacea. Recentemente il presidente di un’agenzia che gestisce appalti sanitari nella Regione Puglia si è presentato in audizione in Commissione Affari Costituzionali con un ciondolo “micropurificatore d’aria” che sarebbe capace di “inibire qualsiasi virus”. La polemica che si è scatenata lo ha spinto alle dimissioni. La diffusione di informazioni fuorvianti, in un momento così delicato, rischia però di aggravare la situazione: se la “superstizione” oscura le evidenze scientifiche a essere danneggiata finisce per essere la collettività.


Prologo

Anche prima che il presidente Trump cominciasse a chiamarlo “virus cinese”, l’improvvisa epidemia del coronavirus 2 (Sars-CoV-2) e la malattia da esso causata (Covid-19) hanno costituito l’occasione per un’inquietante ondata di razzismo anti-cinese. Sono consapevole che semplicemente scrivendo di superstizione in connessione con il Covid-19 posso essere accusato di imperialismo culturale o anche proprio di razzismo. Se però questo articolo raggiungerà il suo scopo, imparerete che:

  • queste epidemie provengono da tutto il mondo, non solo dalla Cina;
  • sì, la superstizione può aver avuto un ruolo nella diffusione del Covid-19, ma non è così semplice come si potrebbe pensare;
  • le superstizioni legate al cibo, cinesi o non cinesi, non sono le uniche convinzioni che promuovono il diffondersi di malattie;
  • le voci più forti contro il proliferare di queste superstizioni sono venute proprio dalla Cina.

Come accade per molte cose, la faccenda non è semplice come sembra.

L’epidemia a Wuhan

Alla fine di febbraio, mentre ero intento a mettere a punto il racconto del coronavirus, mi sono imbattuto in un articolo del New York Times: Why did the Coronavirus start in China: Let’s talk about the cultural causes of this epidemic. Tra le varie cose, l’autore indica diverse credenze tradizionali cinesi riguardo i poteri di guarigione della carne e di altri prodotti animali, suggerendo un loro ruolo nella diffusione della malattia. Anche se l’origine esatta non è chiara, l’epidemia corrente è stata collocata nel mercato del pesce di Wuhan – un cosiddetto wet market – nella provincia dell’Hubei. I wet market esistono in tutto il mondo, ma in molti mercati cinesi il pesce e gli altri animali vengono eviscerati e macellati davanti al cliente così da garantire la freschezza del prodotto. Questi mercati sono chiamati wet, bagnati, perché il terreno è spesso intriso di ghiaccio sciolto e sangue animale.

Molte di queste nuove epidemie cominciano quando un patogeno animale passa all’uomo per la prima volta. A causa dell’accento che i wet market cinesi mettono sulla freschezza, gli animali vivi sono talvolta tenuti in strette gabbie aperte, dove il sangue e altre deiezioni possono facilmente mescolarsi, creando un ambiente fertile per i virus e facilitando il loro passaggio di specie fino all’uomo. Ma prima di scendere nel dettaglio di questa nuova crisi, facciamo un passo indietro e osserviamo la storia generale delle epidemie e delle pandemie.

Da dove vengono le epidemie e le pandemie?

I lettori del bestseller vincitore del premio Pulitzer: Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni di Jared Diamond (1997) sanno bene che la conquista europea degli indigeni del nord e sud America è dovuta più a una maggiore immunità alle malattie che non a una superiore forza militare. La grandissima maggioranza delle morti tra i nativi americani viene causata da germi portati dai colonizzatori. Gli europei avevano da secoli l’abitudine di vivere tra gli animali domestici, e come risultato avevano attraversato una lunga serie di epidemie e piaghe, sviluppando nel mentre molte immunità. Quando raggiungono il Nuovo Mondo, gli europei vi portano il vaiolo e il morbillo, e queste malattie da sole arrivano a decimare la popolazione locale.

Le epidemie e le pandemie cominciano in genere quando un patogeno si sposta da una specie a un’altra. Quando diventano malattie trasmissibili da uomo a uomo, la loro diffusione dipende dal movimento e dal comportamento della specie umana. Gli uomini e gli animali entrano in contatto in tutto il mondo, quindi una grande epidemia può avere inizio praticamente ovunque. La tabella 1 mostra le prime cinque epidemie del ventesimo e del ventunesimo secolo ordinate per numero di vittime. È impossibile conoscere l’origine del vaiolo perché esiste da almeno tremila anni, e anche se si pensa che abbia avuto un’origine zoonotica, cioè animale, è diventata antroponotica molto tempo fa: questo significa che sono gli esseri umani a poterla trasmettere ad altri animali. Il vaiolo è stata una malattia catastrofica nella storia umana finché non è stata sostanzialmente sradicata nel ventesimo secolo grazie alle vaccinazioni di massa (Shchelkunov 2011; Breman e altri 1980).

L’encephalitis lethargica è stata descritta dal libro del 1973 di Oliver Sacks Risvegli, da cui è stato anche tratto nel 1990 un film con Robin Williams e Robert De Niro. Nel film, i catatonici sopravvissuti all’epidemia del 1915-1926 vengono curati con L-dopa, precursore metabolico della dopamina, e hanno per questo recuperi inattesi – i risvegli – ma si viene a scoprire che si tratta di un effetto solo temporaneo. Dato che si verifica nello stesso momento dell’influenza spagnola, una teoria ha suggerito che l’encephalitis lethargica sia causata dal virus dell’influenza, ma le evidenze non supportano questa conclusione. Le cause dell’encephalitis lethargica restano ancora ignote (Dale e altri 2004).

Le altre epidemie presenti nella tabella hanno tutte origine zoonotica. C’è qualche controversia su come inizia l’influenza spagnola, ma un’analisi popolare tra gli esperti ne colloca l’origine in un campo inglese della prima guerra mondiale nel nord della Francia, nel quale oche, anatre e maiali vivevano assieme alle truppe (Oxford e altri 2005). È noto che l’Hiv/Aids è giunto all’uomo dalle scimmie e dagli scimpanzé nell’Africa occidentale e centrale. Si pensa che l’epidemia di influenza asiatica del 1957-58 sia risultata dalla combinazione del virus umano H1N1 con il virus aviario H2N2 – probabilmente in un ospite umano ma forse anche di un’altra specie (per esempio un maiale) – che avrebbero dato vita a un nuovo virus influenzale che combina la letalità di entrambi (Belsche 2005).

Oltre a queste, l’epidemia di Sars del 2002 è iniziata in Cina (Hsieh e altri 2005); l’influenza suina del 2009 è cominciata nelle fattorie messicane (2009 Swine Flu 2016); l’epidemia di Mers-CoV del 2013 è partita in Arabia Saudita (Who 2020); e infine l’epidemia di Ebola del 2014-16 è iniziata in Guinea (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie 2019).

È dunque chiaro che le epidemie mortali possono cominciare in ogni parte del mondo. La scelta di addomesticare gli animali come fonte di cibo, in più, ci espone a rischi zoonotici ulteriori. Se avessimo bisogno di un’altra ragione per diventare vegetariani – o per smettere di mangiare specie che sono geneticamente simili all’uomo – potrebbe essere quella di ridurre la nostra vulnerabilità alle malattie zoonotiche.

L’industria cinese degli animali selvatici

Se c’è una componente culturale nello scoppio dell’epidemia a Wuhan, ci sono due ipotesi ragionevoli: a) la credenza, radicata nella medicina tradizionale cinese, che certi cibi e prodotti animali abbiano particolari poteri in grado di influenzare la salute, di aiutare la virilità maschile e la fecondità femminile, e b) la diffusione di animali selvatici esotici utilizzati come cibo di lusso. L’appeal molto forte che, in forza di queste due istanze, gli animali selvatici hanno dal punto di vista del trend culturale può avere una connessione con la corrente epidemia di Sars-CoV-2.

Rimedi a base di erbe vengono utilizzati contro i malanni fin dall’inizio della storia umana, e ci sono tante forme di medicina tradizionale che si sono evoluti in diverse culture umane nel mondo: oltre alla medicina tradizionale cinese, potremmo citare l’Ayurveda in India, o la medicina giapponese Kampo. Ma ci sono esempi simili in Africa, in Russia e tra gli aborigeni d’Australia (Yuan e altri 2016). Anche se le primissime forme di medicina in America hanno origine dalle scuole mediche europee, nel XIX secolo diventa particolarmente popolare, nel Nuovo Mondo, la cosiddetta Thomsonian Medicine, sistema di rimedi a base di erbe messo a punto da Samuel Thomson (1769-1843), particolarmente apprezzato soprattutto perché all’epoca la medicina “tradizionale”, a base di purghe e salassi, era piuttosto violenta (Vyse 2015). I rimedi a base di erbe rimangono tuttora popolari come forma di medicina alternativa, e anche se la maggior parte di essi non ha alcun valore provato, alcune medicine che usiamo al giorno d’oggi in forme chimiche e sintetiche originano da piante ed erbe. Tra le più celebri possiamo citare l’aspirina, che è una forma sintetica di una sostanza originata dalla corteccia del salice, usata come medicinale per millenni (Goldberg 2019), o l’artemisinina, usata per curare la malaria, che ha origine in un rimedio cinese naturale utilizzato anch’esso per migliaia di anni (Yuan e altri 2016). Purtuttavia, la grande maggioranza delle sostanze usate nella medicina tradizionale cinese non ha alcun effetto provato scientificamente (The Editors 2007).

Particolarmente importanti per l’epidemia di coronavirus sono le sostanze in uso nella medicina tradizionale cinese derivate da animali selvatici, e la credenza generale che il consumo di questi ultimi possa dare benefici alla salute. Due sostanze particolarmente care alla medicina tradizionale cinese sono le ossa di tigre e la bile d’orso, entrambe provenienti tra l’altro da specie a rischio di estinzione. Anche se quasi ogni parte della tigre è considerata “salutare”, le ossa sono particolarmente apprezzate perché sarebbero in grado di ristorare l’energia vitale e di proteggere contro le malattie (Traditional Chinese Medicine n.d.) Le ossa di tigre sono spesso mescolate col vino e vendute a carissimo prezzo (Rothman 2015).

Anche la bile d’orso dovrebbe, secondo queste credenze popolari, avere proprietà medicamentose. Il principio attivo nella bile d’orso è l’acido ursodesossicolico, che in effetti si è rivelato efficace nel trattamento delle malattie del fegato: ma una sua forma sintetica è disponibile da decenni (Paumgartner e Beuers 2002). Ciò nonostante, in Cina gli orsi vengono allevati per il solo scopo di produrre bile, e all’inizio di marzo del 2020 – sorprendentemente – la Commissione nazionale per la salute cinese ha indicato la bile d’orso come rimedio per il Covid-19 (Fobar 2020). Naturalmente sappiamo bene che in questo momento in realtà non esiste alcun rimedio provato per il Covid-19.

In Cina c’è una enorme industria di allevamento d’orsi, universalmente conosciuta per il trattamento crudele a cui sono sottoposti, al suo interno, gli orsi neri asiatici. Gli orsi allevati per la bile vivono in gabbie che sono spesso poco più grandi di loro, e la bile viene estratta dalla cistifellea semplicemente bucando i tessuti o con un catetere impiantato chirurgicamente (Li 2006). Gli attivisti per l’ambiente hanno organizzato campagne per convincere le farmacie ad affermare pubblicamente la loro contrarietà alla vendita della bile d’orso. Ciò nonostante l’allevamento di orsi è tuttora legale in Cina, e anche negli stati limitrofi dove non lo è, per esempio in Vietnam, è comunque tutt’altro che scomparsa. In più, molti altri animali selvatici sono serviti come specialità nei mercati e nei ristoranti, nonostante siano in teoria protetti dalla legge. Anche in questo caso spesso il loro consumo viene collegato a benefici per la salute, benché non vi sia alcuna prova scientifica che li dimostri.

La superstizione e il Covid-19

Alla luce di tutto questo, quindi, la superstizione ha avuto un ruolo nell’epidemia di coronavirus? Anche se non conosciamo esattamente il percorso fatto dal virus Sars-CoV-2, è provato che le convinzioni infondate riguardanti i benefici di carni e prodotti animali, combinate con l’idea che la carne macellata di fresco sia più sicura e saporita di quella surgelata, incoraggiano i commercianti a vendere questi prodotti nei wet market asiatici. Questo ha dato vita a un ambiente ideale per il trasferimento di patogeni tra diverse specie e infine alla specie umana. Nel momento in cui le credenze di cui sopra, molte delle quali provenienti dalla medicina tradizionale cinese, hanno contribuito a creare la domanda di quei prodotti, possiamo considerarle un rischio per la salute pubblica (Still 2003). Peraltro, la sopravvivenza di queste credenze infondate è incoraggiata da forze assai ampie, che vanno al di là della semplice tradizione culturale.

Peter Li, professore di East Asian Politics all’Università di Houston, sottolinea il fatto che il governo cinese considera gli animali selvatici una risorsa importante, e che le industrie che ruotano attorno a essi costituiscono un comparto economico non indifferente. Queste industrie, per di più, tendono a presentarsi come un aiuto alla salvaguardia delle specie animali, giustificando così l’allevamento in cattività di orsi, tigri e rinoceronti come un mezzo per proteggere le specie a rischio. Queste pratiche tuttavia non hanno in alcun modo influenzato il bracconaggio, che continua indisturbato, col risultato che molte specie di animali selvatici continuano a veder scendere i propri numeri (Li 2020). Dopo l’epidemia di Sars del 2003, iniziata da un mercato di animali vivi nella provincia di Guangdong, il governo cinese proibì il commercio di animali selvatici, ma le restrizioni sono state poi allentate.

Il 23 febbraio 2020 il governo cinese, in risposta allo scoppio dell’epidemia a Wuhan, ha ufficialmente proibito il commercio e il consumo di animali selvatici (Li 2020), ma considerando la storia di questi provvedimenti e la dimensione dell’industria in oggetto, non è chiaro se questa proibizione continuerà e se sarà efficace. Non è facile sovrascrivere con la legge le convinzioni popolari. Un sondaggio del 2011 tra i residenti di Pechino ha evidenziato come solo in pochi fossero preoccupati per la salvaguardia delle specie animali a rischio e fossero quindi disponibili a utilizzare rimedi tradizionali prodotti da sostanze alternative: la larga maggioranza ha affermato di preferire i farmaci derivanti dagli animali selvatici in quanto più potenti e più sicuri (Liu e altri 2016).

Il governo cinese potrebbe avere un ruolo positivo se si schierasse apertamente contro le idee irrazionali promosse dalla medicina tradizionale, ma dato che quest’ultima è fortemente connessa all’identità nazionale, Pechino non ha mai osato mettercisi contro. Come ha scritto in una email il professor Li, «la superstizione e il nazionalismo si mescolano insieme e si rinforzano l’un l’altro». Gli occidentali che criticano la medicina tradizionale cinese vengono spesso etichettati come imperialisti culturali, ma molti commentatori, studiosi e scienziati in Cina criticano da lungo tempo le convinzioni infondate legate alla medicina tradizionale. Sfortunatamente, le forze politiche ed economiche esercitano una influenza decisiva. Come ho già trattato in un altro articolo, è assai improbabile che certe superstizioni presenti nell’economia di mercato cinese (come per esempio quelle legate ai prodotti di colore rosso, o alla fortuna che porterebbero i gatti, o al numero otto, o al feng shui) possano scomparire, semplicemente perché sono alla base di grandi profitti. Allo stesso modo, è il profitto a costituire l’incentivo più forte a promuovere il commercio di animali selvatici vivi promettendo che portino benefici alla salute.

Per quel che riguarda il ruolo della superstizione nell’epidemia corrente di Sars-CoV-2, la questione è resa ancora più incerta e confusa da alcuni recenti studi epidemiologici (per esempio Huang e altri 2020, Li e altri 2020) che identificano casi già nel novembre 2019 e in individui che non hanno mai visitato il mercato di Wuhan. Nel 2003 lo scoppio dell’epidemia di Sars era stato fatto risalire ai pipistrelli, che avrebbero passato il virus agli zibetti venduti in un wet market (Mckie 2017), ed è un’ipotesi ragionevole che anche il virus corrente arrivi dai pipistrelli, che l’avrebbero passato direttamente agli umani o per il tramite di altre specie. I pipistrelli sono mammiferi come noi e vengono talvolta mangiati dall’uomo o si trovano comunque spesso in sua stretta prossimità. Per il momento però non sappiamo con certezza da dove il Sars-CoV-2 sia arrivato e come sia stato trasferito all’uomo. Quello che possiamo dire con certezza, però, è che le credenze infondate collegate alla medicina tradizionale cinese e le pratiche di allevamento in cattività di animali selvatici, spesso tenuti assieme ad animali catturati e malati, creano condizioni sanitarie pericolose nei wet market cinesi. Questi mercati sono fertili incubatori di malattie zoonotiche, e tutto questo è supportato, per di più, da potenti forze politiche ed economiche.

Conclusioni a proposito della Cina

Anche se questa particolare epidemia è partita dalla Cina, questa guerra biologica ci coinvolge tutti. Dopo un inizio lento e reticente, Pechino ha invertito con decisione la rotta. Gli scienziati cinesi hanno realizzato ricerche fondamentali sulla genetica del virus e sull’epidemiologia dell’epidemia di Wuhan e hanno immediatamente condiviso le loro scoperte con la comunità globale. Peraltro, la Cina non era certo da sola nel cercare di minimizzare istintivamente l’impatto dell’epidemia: mentre il virus si spargeva silenziosamente verso i quattro angoli del globo, i leader degli Stati Uniti e di altri paesi facevano esattamente lo stesso.

È facile per noi criticare la fascinazione che hanno i cinesi verso gli animali vivi, ma chiediamoci, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo ingoiato un’ostrica viva – considerata tradizionalmente un afrodisiaco – o che abbiamo bollito un’aragosta viva o abbiamo chiesto a un cameriere di farlo in un ristorante? I cinesi possono essere al primo posto nelle convinzioni errate sui benefici di certi prodotti animali, magari incoraggiati dai commercianti di animali selvatici, ma non sono certo da soli. Sono vecchio a sufficienza da ricordare le campagne pubblicitarie dell’industria della carne di maiale, che sarebbe più salutare di quella di manzo (Levere 2005). I commercianti di tutto il mondo utilizzano qualsiasi mezzo per aumentare il loro profitto, e l’affermazione di falsità non è certo rara nel mondo del marketing. Come afferma un famoso detto latino, caveat emptor, stia in guardia il compratore: è compito dell’acquirente verificare l’esattezza delle comunicazioni pubblicitarie.

Infine, i cinesi possono essere davvero fieri di come sono riusciti a controllare velocemente l’epidemia di Sars-CoV-2 a Wuhan. Mentre scrivo questo articolo le morti in Cina sono diminuite fino a un numero a cifra singola, e le restrizioni a Wuhan vengono progressivamente allentate. Alcuni osservatori hanno legato questo successo ai mezzi di cui dispone un governo autoritario come quello cinese, ma risultati simili si stanno verificando anche in Corea del sud, a Taiwan, in Giappone, a Singapore, che sono tutte democrazie. Se c’è un segreto dietro a questo successo, ipotizzerei che si tratti di qualcosa legato alla cultura. Le filosofie collettiviste asiatiche sono perfette per affrontare la sfida di una epidemia. In molti dei paesi sopra citati indossare maschere protettive in pubblico è la norma, e le tradizioni familiari infondono un rispetto profondo per gli anziani, che è un tratto molto utile quando una malattia colpisce anzitutto loro.

Il 13 marzo 2020 il New York Times ha pubblicato due profili di donne ventinovenni operanti nel sistema sanitario a Wuhan e colpite dal Covid-19. Per ragioni non ancora chiare, una è deceduta e l’altra è sopravvissuta. Durante la convalescenza, Deng Danjing ha giurato che sarebbe tornata a lavorare in ospedale. «È la nazione che mi ha salvato», ha dichiarato, «e io voglio ripagare la nazione». Questo sentimento non è così comune in occidente. Noi siamo individualisti e ci vantiamo di ragionare ciascuno per proprio conto. Ma se abbiamo la speranza di poter minimizzare l’effetto devastante di questa pandemia, il collettivismo delle culture asiatiche ha molto da insegnarci. Mentre il virus si sparge per il mondo, infettando le persone al di là della loro etnia, della loro razza, della loro classe, del loro genere o delle convinzioni politiche e religiose, dobbiamo ricordare che siamo tutti connessi, e che ci sono momenti in cui abbiamo bisogno dell’aiuto dell’altro. Questo è uno di quei momenti.

Traduzione di Mosè Viero.

Per gentile concessione del Center for Inquiry, articolo pubblicato in inglese da “Skeptical Inquirer”, a cui si rimanda per i riferimenti all’interno del testo.


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