L’autunno di Musikamera
La rassegna di musica da camera dell’associazione veneziana ha concluso una brillante stagione
E’ giunta l’ora del commiato. Quattro interessanti ed intensi concerti prima della stagione numero 10, che sarà festeggiata con un cartellone ancora più ricco.
Si parte con la Schola San Rocco e l’ensemble strumentale La Misticanza, diretti da Francesco Erle, per proporre un confronto tra le due grandi scuole polifoniche del Cinquecento : quella risalente a Roma – anche se oggi si preferisce distinguere una tradizione vaticana di stretta osservanza rispetto al resto della penisola – con il Princeps Musicae Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 – Roma, 2 febbraio 1594), onde celebrarne il cinquecentenario dalla nascita, caposaldo assoluto della storia della musica ; quella coincidente con Venezia, nella persona di Adrian Willaert (Roeselare, Fiandre occidentali, intorno al 1490 – Venezia, 7 dicembre 1562), “El profundo Mastora de la musica”, fiammingo di nascita, ma poi veneziano, assunto il 12 dicembre 1527 come Maestro di Cappella nella Basilica ducale di San Marco, mantenendo il posto fino alla morte.
Cinque composizioni di ciascun autore sono state eseguite nella serata, quattro delle quali sono risultate le medesime : Ave maris stella ; Laudate pueri ; Confitebor tibi Domine in toto corde meo (Willaert) versus Confitebor tibi Domine quoniam iratus es (Palestrina) ; Amor fortuna.
Diverse le due villanelle, brani praticamente teatrali, quali Sempre mi ride sta donna da bene (Willaert) e Chi estinguerà il mio foco (Palestrina).
Bis richiestissimo, scelto dal repertorio di Willaert, “Vecchie letrose”, una villanella a quattro voci.
Nell’introduzione esplicativa del concerto, Erle aveva detto che fra i due giganti non c’era un vincitore.
Hanno vinto la sfida, invece i bravi cantanti (due dozzine di voci equamente suddivise tra maschili e femminili) e i musicisti, purtroppo non indicati nel programma di sala.
Nella breve sezione (quattro concerti) dedicata a celebrare il 150-esimo anniversario della nascita di Guido Alberto Fano (Padova, 18 maggio 1875 – Taurano di Spilimbergo, 14 agosto 1961) ha bene impressionato l’esecuzione del programma da parte di un duo composto da Anna Tifu al violino – uno strumento Giovanni Battista Guadagnini 1783 “Keynenberg” della Fondazione Canale di Milano, dal suono meraviglioso – e Giuseppe Andaloro al pianoforte. I musicisti hanno celebrato anche il 150-esimo anniversario dalla nascita di Maurice Ravel (1875 – 1937).
Il concerto si è aperto con la Ciaccona (1745) in Sol minore per violino e basso continuo di Tomaso Antonio Vitali (1663 – 1745), la sua composizione più celebrata, anche se di attribuzione incerta, la quale si basa su un basso ripetuto e variato sol – fa minore – mi bemolle – re in una tonalità inusuale per il periodo barocco, ossia il Si bemolle minore.
La Sonata in la minore (1892 e 1941) di Fano fu il primo pezzo non esclusivamente pianistico del compositore. Il terzo dei quattro movimenti in cui è suddivisa è stato utilizzato come ultimo tempo della Sonata per pianoforte e violoncello composta cinque anni dopo. Per questo motivo la Fantasia Sonata non viene pubblicata e viene dimenticata per quasi mezzo secolo, fino a quando, nel 1941, l’Autore vi rimette le mani e riscrive il terzo movimento : un breve e nervoso moto perpetuo di semicrome affidato al violino.
La seguente, Sonata n. 2 in Sol maggiore di Ravel (1923 – 1927), che non amava particolarmente il violino, ebbe una gestazione lunghissima, anche a causa di lunghi periodi di depressione.
In tre tempi – Allegretto – Blues. Moderato – Perpetuum mobile. Allegro – si percepisce come una serie di piccole miniature. Il Blues risente di un’influenza gershwiniana, con un accompagnamento a tratti pizzicato. Il compositore, in uno schizzo autobiografico del 1928, disse di aver perseguito un’indipendenza delle parti che mi sono imposto, scrivendo una Sonata per pianoforte e violino, strumenti essenzialmente incompatibili, e che, invece di equilibrare i loro contrasti, mettono qui in evidenza proprio questa incompatibilità.
Conclusione affidata alla Suite da Romeo e Giulietta (1935 – 1936) di Sergej Prokof’ev (1891 – 1953) in una trascrizione per violino e pianoforte di Lidia Baich e Matthias Fletzberger del 2012 in sei movimenti.
Applausi vivissimi inducono il duo ad eseguire uno dei grandi pezzi da bis, l’Intermezzo sinfonico Meditation in Re maggiore, tratto dall’opera Thais di Jules Massenet, scritta per violino solista e orchestra.
Il pianista Igor Levit (10 marzo 1987), russo di nascita, tedesco di formazione, si è esibito in un appassionato recital nella sala grande della Fenice.
Tre i grandi autori affrontati : Beethoven Schumann e Chopin.
Del primo ha eseguito due Sonate : la n. 10 in Sol maggiore, op.14, n. 2 (1798) e la n. 17 in Re minore, op. 31, n.2 (1802), una delle più eseguite, discusse e amate, che avrebbe ricevuto il soprannome di Tempesta, che l’accompagna tuttora.
Mi ha sorpreso e piaciuto assai la delicatezza del pianista, abituato ad ascoltare un tocco imperioso, quando si esegue Beethoven.
Di Schumann, Levit ha interpretato i Nachtstucke, op. 23 (1839), influenzati dalla morte del fratello Eduardo. L’autore li avrebbe voluto intitolare Leichen Fantasie (fantasia cadaverica/macabra), ma li mutò nel titolo attuale, su suggerimento dalla fidanzata Clara Wieck, che coincideva con un titolo di E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822), una raccolta di racconti intitolata in italiano “Notturni”.
La serata si è chiusa con la Sonata n. 3 in Si minore, op. 58 (1844), in tre movimenti di Fryderyck Chopin. Appartiene all’ultimo periodo della creatività di Chopin ed è valutata in modo molto disparato : molti la considerano infatti meno originale e ispirata degli altri capolavori di quegli anni, mentre per alcuni è tra le più grandi creazioni chopiniane.
Applausi ripetuti fanno ritornare sul palcoscenico il musicista per eseguire un celebre notturno di Chopin.
Assai apprezzato il concerto conclusivo ancora una volta, pur se in misura minore rispetto a quelli della musica otto e novecentesca, felicemente dedicato alla musica antica, in questo caso dei secoli XVII° e XVIII°. Anche questa volta c’era da celebrare il trecentenario dalla morte di un musicista, Alessandro Scarlatti (Palermo, 2 maggio 1660 – Napoli, 24 ottobre 1725), compositore dedito principalmente al mondo operistico – compreso il genere parallelo dell’Oratorio - , a quello sacro e soprattutto a quello cantantistico.
Protagonista I Bassifondi Ensemble, un nome scelto per richiamare da una parte i bassi profondi, dall’altra la periferia di Roma.
Diretto dal solista di liuto, arciliuto, tiorba e chitarra barocca Simone Vallerotonda, ha proposto con gioia e talento la Serenata a tre voci. Clori, Lidia e Filli coi violini, leuto del Sign.r A. Scarlatti, in prima esecuzione moderna.
Accanto al leader, che ha anche introdotto alle due parti in cui è suddivisa l’opera, c’erano otto validi musicisti, tra strumentisti e cantanti. La soprano Valeria La Grotta, nel ruolo di Filli ; il contralto Gaia Petrone, in quello di Clori ; la soprano Francesca Boncompagni, in quello di Lidia ; il violino primo Ana Liz Ojeda ; il violino secondo Mayah Kadish ; la viola Pietro Meldolesi ; il violoncello Alessandro Palmieri ; il clavicembalo Andrea Coen, tutti attenti alla direzione di Vallerotonda, impegnato anche al liuto.
In breve le donne narrano e si lamentano di uomini infedeli, traditori, mendaci. Delle tre, Clori, che è pur tradita dall’amato, non riesce a lasciarlo, finché alla fine si convince grazie ai discorsi dell’agguerrita Filli, che, scottata dall’amore, vuol vivere felice senza legami.
E infatti nel finale, le due donne intoneranno insieme Libertà, Libertà.
Suoni e vocalità bene armonizzate fra loro ; il cantato che alternava arie e Recitativi, hanno mantenuto desta l’attenzione lungo tutto il dispiegarsi dell’azione, per concludersi in poco più di un’ora.
Attendiamo dunque la stagione numero 10 – il 2026 – che ci riserberà un cartellone ancora più ricco.
