lunedì 17 gennaio - La bottega del Barbieri

L’agenda ONU dei giorni dispari: Che ne facciamo dei poveri?

Che ne facciamo dei poveri? Io resto legato alla “modesta proposta” di Jonathan Swift di mangiarli: risolve un sacco di problemi pratici ma ne apre una serie di etici … e quindi dobbiamo arrangiarci con quel che la morale del tempo ci offre.

di Gianluca Cicinelli

 I più affezionati ai poveri sono indubbiamente i ricchi, che senza di loro non avrebbero metro di paragone per definirsi opulenti, ma anche l’intero impianto dei liberisti non reggerebbe senza i poveri: se non hai uno schiavo da sfruttare e spremere non puoi guadagnare abbastanza dalla tua idea imprenditoriale, dove una volta almeno insieme all’idea mettevi il capitale. Negli ultimi decenni il liberismo ha fatto un grande balzo avanti al contrario, tecnologico e di mercato, riuscendo semmai a far impoverire anche le classi medie, allargando quindi a dismisura la platea di poveri grazie a strumenti finanziari intrinsecamente truffaldini (e altri esplicitamente cioè in modo sfacciato) abbassando in contemporanea le paghe di impiegati e operai che negli anni 80 già si vedevano proiettati nel beato mondo dei benestanti.

Come risolvere allora il problema? Scomparsa all’orizzonte l’idea rivoluzionaria comunista, che per quel poco che è stata (seppur impropriamente) applicata ha fatto rimpiangere il vecchio essere sfruttati da pochi al nuovo sfruttamento dallo Stato, ci restano poche cose… tra cui “l’agenda dell’Onu entro il 2030”. Adesso, mentre quelli dell’Onu non ci guardano e sentono, che sono suscettibili, considerando che siamo nel 2022 e mancano 8 anni al 2030, vi sembra davvero possibile che noi sconfiggiamo la fame nel 2030? Ricordo soltanto pochi punti che l’Onu si propone per far capire l’impossibile realizzazione:
a) Entro il 2030, sradicare la povertà estrema per tutte le persone in tutto il mondo, attualmente misurata sulla base di coloro che vivono con meno di $ 1,25 al giorno;
b) Entro il 2030, ridurre almeno della metà la quota di uomini, donne e bambini di tutte le età che vivono in povertà in tutte le sue forme;
c) Implementare a livello nazionale adeguati sistemi di protezione sociale e misure di sicurezza per tutti, compresi i livelli più bassi;


d) Entro il 2030, assicurare che tutti gli uomini e le donne, in particolare i più poveri e vulnerabili, abbiano uguali diritti alle risorse economiche, insieme all’accesso ai servizi di base, proprietà privata, controllo su terreni e altre forme di proprietà, eredità, risorse naturali, nuove tecnologie appropriate e servizi finanziari, tra cui la microfinanza …
Adesso prendiamo un giornale qualsiasi, anche italiano va bene, leggiamo con attenzione le cronache nazionali ed estere degli ultimi mesi: se trovate informazioni, anche soltanto una, sulle politiche del nostro governo o di quello francese, spagnolo, tedesco, inglese, che vadano minimamente nella direzione proposta dall’agenda Onu 2030 potete passare alla cassa a ritirare il premio.

Foto di Harrison Haines da Pexels

Come sapete il nobel per l’economia non esiste (non era nelle intenzioni di Nobel) ma è stato creato nel 1969 dalla Banca di Svezia. Due anni fa, prima della pandemia, venne assegnato a tre economisti, fra loro Abhijit Banerjee, di origine indiana, specializzato nello studio dei meccanismi che rendono inefficaci gli aiuti ai poveri. E’ un personaggio originale, ha anche scritto un libro di cucina perchè, come scrive lui stesso “Sotto il capitalismo, il cibo è importante perché fornisce carburante alla forza lavoro. In questa linea di pensiero, il godimento del cibo è nel migliore dei casi una distrazione e spesso un pericoloso invito all’indolenza”. Polemizzando contro il governo statunitense, che vuole vietare i buoni pasto per i poveri, prova a spiegare quella altrimenti incomprensibile ostilità: “È la continua ossessione di trattare le persone della classe operaia come macchine efficienti per trasformare i nutrienti in produzione che spiega perché così tanti governi insistono nel dare sacchi di grano ai poveri invece di denaro che potrebbero sprecare. Questo infantilizza i poveri e, tranne in circostanze molto speciali, non fa nulla per migliorare l’alimentazione”. Chiaro, semplice, senza grafici difficili da comprendere.

“Il Pil misura il valore aggiunto in un Paese, ma la vita è molto di più” aveva invece scritto poco prima Esther Duflo, anche lei premio Nobel per l’economia, moglie di Benerjee, che partendo dalla pandemia di coronavirus si era concentrata sulle polemiche relative alla distribuzione di soldi ai poveri: “C’erano molte preoccupazioni sul fatto che l’indennità avrebbe scoraggiato le persone dal tornare al lavoro perché spesso è più di quanto riceverebbero. Ma questo è stato studiato da diversi gruppi di accademici che hanno riscontrato zero effetti disincentivi di tale atto. Le persone devono avere un significato nella loro vita. Le persone cercano rispetto nel lavoro che stanno facendo e nella comunità in cui vivono, e questo è molto, molto più dominante dell’incentivo finanziario. Ed è molto importante – ha concluso – perché non si dovrebbe aver paura di tassare le persone ricche come non si dovrebbe aver paura di distribuire denaro alle persone povere. Questo non li renderà pigri”.

Foto di abhishek goel da Pexels

Qui studi e grafici ci sono e li potete trovare da soli cercando notizie in rete su questi due economisti che con molte altre migliaia sparsi e inascoltati per il mondo dimostrano cifre alla mano quanto sia lontana dalla realtà l’agenda entro il 2030 dell’Onu per eliminare la fame nel mondo. Per un motivo molto semplice: Benerjee e Duflo non sono idealisti, sono ricercatori che nel tempo hanno trovato piccoli spazi nei luoghi più poveri, dall’India all’Africa, in cui applicare le loro teorie in due gruppi sociali di poveri distinti, quelli inseriti nei programmi contro la povertà, compreso quello dell’Onu, e quelli esclusi da tutto. Quando si studiano le economie povere nel processo di sviluppo, il reddito può essere un indicatore fuorviante del benessere. Nel 1980 in Sri Lanka l’aspettativa di vita alla nascita era più alta che in Corea del Sud, un’economia con un reddito pro capite cinque volte superiore. La morale della storia non è che la crescita non abbia importanza, ma che conta solo per i benefici associati che si realizzano nel processo di crescita economica. Inoltre può essere un mezzo meno efficiente per raggiungere alcuni di questi benefici, che sono raggiunti meglio attraverso l’azione pubblica.

Nel 2018, quindi prima della pandemia, la ricetta classica della destra liberista basata sul taglio di tasse per le classi agiate (spinta dalla classe operaia a cui si era rivolto Donald Trump prima della sua elezione) ha peggiorato la diseguaglianza di reddito. In quell’anno le 400 famiglie americane più ricche pagarono un’aliquota fiscale media inferiore rispetto a qualsiasi altro gruppo di reddito. Rispetto alla tassazione in vigore nel 1950 i riccastri pagarono nel 2018 il 70% in meno. Nel frattempo però un decimo delle famiglie più povere pagava in media il 26%, rispetto al 16% nel 1950. Le analisi di Duflo e Benerjee indicano senza cadere in tentazioni ideologiche la strada da percorrere per rendere concreto quale possa essere l’unico ruolo concreto e non ipocrita dello Stato nell’assalto contro la povertà e indirizzare l’economia nazionale in un coefficiente di Pil rivisto e corretto. Non ci sono altre strade.

Un gatto e un cane, raccontano spesso i due economisti, che preparano una torta partono dall’idea che se la torta ha 100 ingredienti deliziosi, sarà 100 volte buona. Così fanno una torta con fragole e panna, aglio e pepe, spaghetti e marmellata … ovviamente con un pessimo risultato. Il problema però è che anche i governi fanno così. Se tu metti insieme i rappresentanti di decine di Paesi, uno che deve affrontare un’imminente inondazione, uno con il problema del trasferimento di tecnologie ecocompatibili ai Paesi in via di sviluppo a condizioni favorevoli, uno alle prese con la riconversione industriale, alla fine avrai sommato decine di esigenze diverse senza porre mano al problema, avrai cioè cotto una torta immangiabile anche se con decine d’ingredienti deliziosi singolarmente. E questa è l’agenda dell’Onu per l’eliminazione della fame nel mondo entro il 2030.




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