lunedì 14 settembre - Stranieriincampania

L’Italia tra emigrazione e immigrazione. Intervista a G. Cerchia, Università del Molise

La scorsa settimana, con un incontro sulla raccolta di saggi dal titolo “Tra accoglienza e pregiudizio. Emigrazioni e immigrazioni nella storia dell’ultimo secolo: da Sacco e Vanzetti a Jerry Essan Masslo”, si è conclusa la serie di eventi che quest’anno ha caratterizzato le attività estive delle “Piazze dei Saperi e dei Colori”, iniziativa di divulgazione culturale tenutasi a Castel Volturno.

Il volume parte da una riflessione sulla drammatica vicenda di Sacco e Vanzetti (immigrati italiani negli Stati Uniti, condannati a morte per la propria attività politica), fino ad arrivare alla storia del rifugiato sudafricano assassinato nelle campagne dell’agro-aversano nel 1989. Concetto alla base della raccolta è che “La migrazione, con buona pace dei vecchi e nuovi costruttori di mura, è uno dei principali elementi costitutivi dell’identità nazionale italiana, se non addirittura il principale contributo per la costruzione di un’Europa finalmente unita e pacificata”.

“Tra accoglienza e pregiudizio…” è stato pubblicato nel 2018 dalla Fondazione G. Amendola di Torino e curato da Giovanni Cerchia, professore dell’Università del Molise, a cui Stranieriincampania ha, per l’occasione, posto qualche domanda per guardare all’immigrazione e al razzismo dal punto di vista di uno storico senza peli sulla lingua.

Qual è l’esigenza da cui scaturisce l’idea per questa raccolta di saggi?

Al principio avevamo intenzione di ricordare i 90 anni dalla morte di Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica, costruendo un percorso e un confronto con più soggetti ed enti, sia in Italia che negli USA. In corso d’opera, tuttavia, ci siamo accorti che la tragedia dei due anarchici italiani aveva un valore e un significato tanto forte da trasformarsi quasi in un pretesto per innescare un dibattito sull’identità degli italiani: da migranti a società d’accoglienza, passando per quello spartiacque che fu la morte di Jerry Essan Masslo a Villa Literno.

C’è un parallelismo tra l’emigrazione italiana del passato e quella di oggi? E tra la grande emigrazione italiana del passato e l’immigrazione in Europa di questi decenni?

C’è e non c’è, a seconda di come guardiamo la questione. La mobilità umana è una costante costitutiva della nostra specie. La grande migrazione a cavallo tra ‘800 e ‘900 era figlia delle diverse velocità del processo di modernizzazione industriale, in un mondo capitalistico che unificava progressivamente il mercato del lavoro. Quella attuale ha molto più a che fare con le enormi sperequazioni della ricchezza generati dai mercati, dalle modalità della decolonizzazione, dalle politiche di predazione delle risorse e dalla crisi (ambientali e umanitarie) che sono un sottoprodotto dello stesso capitalismo.

Secondo lei è possibile parlare di “rimozione” dell’esperienza di emigrazione italiana all’estero che impedisce ad alcuni di provare empatia verso i migranti di oggi?

Rimozione ed edulcorazione. Per un verso tendiamo a dimenticare, per un altro ci inventiamo la favola dell’emigrazione italiana all’acqua di rose. I nostri connazionali sono stati invece pesantemente discriminati e trattati come dei paria, alimentando miti e stereotipi. Penso alle pagine di un autorevole giornale come il New York Time che all’inizio del XX secolo parla degli italiani più o meno come Borghezio allude ai maghrebini: stesse categorie d’analisi, stessi pregiudizi razzisti. «Questa Lega è una vergogna» cantava Pino Daniele, ma forse è ancora più vergognoso questo cortocircuito delle memoria che infetta la nostra società.

L’assassinio di Masslo fu uno spartiacque nella trattazione del tema immigrazione-razzismo in Italia. Dopo 31 anni, però, sembriamo essere tornati indietro su molti temi e sull’approccio in generale. Come storico, come se lo spiega?

La crisi economica esplosa tra il 2007 e il 2008 ha bisogno del suo capro espiatorio. Come al solito tocca ai più deboli doverne interpretare il ruolo. Il razzismo, infatti, è sempre espressione di una debolezza, della fragilità di chi si sente messo in discussione, di chi ha paura. Non è una manifestazione di forza, ma l’esatto contrario. Cose da pusillanimi. Evidentemente ce ne sono molti in circolazione, dentro e fuori le istituzioni.

Razzismo e scontri razziali sono temi più che mai vivi negli Stati Uniti dove ancora pare non si siano chiusi i conti con i decenni di segregazione. C’è una similitudine con l’Italia, dove molti afro-italiani fanno notare che non si è ancora analizzata con onestà l’esperienza coloniale in Africa? 

Ci sono stati ritardi indubbi (solo nel 1996 ammettiamo di aver usato i gas in Etiopia contro la popolazione civile), ma ormai da qualche anno la storiografia più seria ha frantumato il mito del «buon italiano», una sciocchezza che però ancora infetta tanta parte della mentalità del Paese. Bisogna continuare questo lavoro di ricerca e divulgazione, educando soprattutto le nuove generazioni. Lo possiamo fare con la serenità e la forza di una democrazia che ha le spalle larghe e non ha bisogno di false deresponsabilizzazioni per continuare il suo percorso.

Nel corso della sua carriera accademica ha trattato a lungo la storia del meridione, crede ci sia un diverso approccio tra nord e sud alla diversità culturale (magari per via di esperienze storiche profondamente diverse)? 

Per un meridionale è forse più immediata una certa consapevolezza mediterranea: l’essere cioè al centro di una pianura liquida che ha intrecciato storie, culture, lingue, cibi. Ma in fin dei conti questo nostro essere meticci è un dato che coinvolge tutti e tutte. A volte a nostra insaputa, ma senza che lo si possa evitare. «La diversità è la salvezza dell’umanità», scriveva Asimov. Noi, più sommessamente, potremmo annotare che il punto di vista italiano, nel cuore del mare di mezzo, potrebbe forse riuscire a salvare perfino un’asfittica Europa. Ma vedremo.




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