L’America e la guerra permanente: la frase di Jimmy Carter che continua a fare rumore
Jimmy Carter disse una cosa che ancora oggi mette a disagio: dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, gli Stati Uniti avrebbero trascorso più di 226 anni in guerra e appena una sedicina in pace. Si può discutere il conteggio, si può discutere cosa debba essere considerato guerra, ma resta una domanda difficile da scansare: com’è possibile che la più grande potenza occidentale abbia avuto un rapporto così continuo con l’uso della forza militare?

La frase di Carter risale al 2019 e non arrivava da un pacifista radicale, né da un osservatore ostile agli Stati Uniti. Arrivava da un ex presidente americano, da un uomo che era stato ufficiale della Marina e comandante in capo delle forze armate. Carter arrivò a definire gli Stati Uniti «la nazione più incline alla guerra nella storia del mondo». Una frase durissima, forse volutamente provocatoria, ma che costringe a guardare la storia americana da una prospettiva meno celebrativa.
Naturalmente quel famoso rapporto tra 226 anni di guerra e 16 di pace non può essere trattato come un dato matematico incontestabile. Dipende da cosa si mette nel conto. Se si considerano soltanto i conflitti formalmente dichiarati, i numeri cambiano. Se invece si includono interventi armati, occupazioni, bombardamenti, missioni militari, operazioni speciali e campagne combattute fuori dai confini nazionali, il quadro diventa molto più vicino a quello evocato da Carter.
Ed è proprio qui il punto. Non importa sapere se gli anni di pace siano stati esattamente sedici. Importa capire perché quel numero possa apparire persino plausibile.
La storia degli Stati Uniti è scandita dalle guerre: l’indipendenza dalla Gran Bretagna, le guerre contro le popolazioni native, il conflitto con il Messico, la guerra civile, la guerra ispano-americana, le due guerre mondiali, Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq. A queste si aggiungono decine di interventi militari, operazioni di forza, missioni internazionali e azioni più o meno dichiarate che hanno visto Washington coinvolta praticamente in ogni area strategica del pianeta.
Non tutte queste guerre sono uguali. Alcune furono combattute in risposta ad aggressioni, altre in difesa di alleati, altre ancora per interessi strategici, economici o geopolitici. Sarebbe scorretto metterle tutte nello stesso contenitore e sostenere che rispondessero a un unico disegno.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo non vedere il filo rosso che le attraversa: per gli Stati Uniti lo strumento militare non è mai stato soltanto l’ultima risorsa. Molto spesso è stato una componente ordinaria della politica estera.
È questo che rende la riflessione di Carter ancora attuale.
Per oltre un secolo Washington ha costruito una presenza globale senza precedenti: basi militari, flotte, alleanze, dispositivi di deterrenza, capacità di intervento rapido, sistemi d’arma distribuiti su scala planetaria. Da un lato questa potenza ha garantito sicurezza a molti Paesi alleati, ha contribuito alla deterrenza durante la Guerra fredda e ha rappresentato uno dei pilastri dell’ordine internazionale occidentale. Dall’altro ha prodotto costi enormi, non soltanto economici.
Le guerre combattute dopo l’11 settembre hanno assorbito migliaia di miliardi di dollari. Hanno causato centinaia di migliaia di morti dirette e conseguenze molto più ampie in termini di povertà, distruzione delle infrastrutture, instabilità e migrazioni. Ed è difficile sostenere che tutti quegli interventi abbiano prodotto i risultati promessi.
L’Afghanistan è forse l’esempio più evidente. Vent’anni di guerra, enormi risorse economiche e umane impiegate, migliaia di morti. Poi, nell’agosto 2021, il ritiro americano e il ritorno dei talebani a Kabul. Una guerra iniziata con l’obiettivo di eliminare una minaccia e terminata con una scena che sembrava riportare il Paese al punto di partenza.
L’Iraq non è meno controverso. La caduta di Saddam Hussein fu rapida. Molto meno rapido fu il ritorno alla stabilità. La guerra aprì una stagione di violenza settaria, alterò gli equilibri regionali e contribuì a creare un terreno nel quale sarebbe poi cresciuto anche lo Stato islamico.
Il problema, però, va oltre i singoli conflitti. Perché quando un Paese costruisce per decenni un enorme apparato militare, quell’apparato finisce inevitabilmente per produrre interessi, occupazione, industria, ricerca, influenza politica.
Dwight Eisenhower lo aveva capito già nel 1961, quando nel suo discorso d’addio alla Casa Bianca mise in guardia gli americani dal potere del «complesso militare-industriale». Non era un teorico antimilitarista. Era il generale che aveva guidato le forze alleate in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Proprio per questo il suo avvertimento pesava ancora di più.
Sessantacinque anni dopo, quelle parole non sembrano affatto antiquate.
E allora la frase di Carter smette di essere una semplice curiosità statistica. Diventa una domanda politica.
Quanto costa a una nazione vivere quasi permanentemente dentro una logica di guerra? Quanto costa in denaro, in vite, in consenso internazionale, in opportunità perdute? E soprattutto: esiste un momento in cui la forza militare, da strumento eccezionale, diventa abitudine?
Carter faceva anche un confronto con la Cina. Mentre gli Stati Uniti spendevano enormi risorse nelle guerre e nel mantenimento della propria presenza militare globale, Pechino investiva in infrastrutture, industria, ferrovie, porti, tecnologia e commercio. Il paragone può essere discusso e non cancella certo le responsabilità politiche, militari e autoritarie della Cina. Ma il punto resta: ogni dollaro speso per combattere una guerra è un dollaro che non viene speso altrove.
Ed è proprio qui che la questione diventa universale. Perché non riguarda più soltanto gli Stati Uniti.
In un mondo che torna a parlare apertamente di riarmo, deterrenza, nuove armi, eserciti più grandi e bilanci della difesa in aumento, la domanda posta da Carter riguarda anche l’Europa, la Russia, la Cina, il Medio Oriente e tutte le grandi potenze.
Si può discutere il numero.
Sedici anni di pace possono essere diciotto, venti o trenta, a seconda dei criteri utilizzati.
Ma il problema resta intatto.
Se una nazione trascorre gran parte della propria storia combattendo, finanziando guerre, preparando guerre o mantenendosi pronta a combatterle, a un certo punto bisogna chiedersi se la guerra sia ancora un’eccezione.
O se sia diventata parte del sistema.
