giovedì 6 giugno - Giovanni Greto

Keith Jarrett, “La Fenice” (Ecm Records)

Ha ancora da dire qualcosa Keith Jarrett? Spero di sì, sia per lui, in modo che continui a trovare una motivazione per dare un senso alla vita, che per chi lo ascolta, desideroso di provare sensazioni felici.

È finalmente uscita, a distanza di 12 anni, la documentazione del primo concerto per piano solo (il secondo risale all’11 luglio 2014) nel tempio veneziano della musica classica. Il concerto si sviluppa in due tempi.

Nel primo, il pianista esegue cinque brani, nel doppio CD indicati come Part I-V. L’esordio, sempre difficile con riferimento a chi si accinge a scrivere un testo, è la parte più lunga della serata (17 minuti e 44 secondi). Assai classicheggiante, piena di note, un po’ contorta, sembra una riflessione, da parte dell’interprete su cosa suonare.

Part II è invece il frammento più breve (3 minuti) e più jazzistico. Cominciano a farsi sentire le lamentazioni orgasmiche, che accompagnano le improvvisazioni di Jarrett. Incroci di note, di nuovo troppe, che ostacolano il respiro fino ad uno stop e al silenzio che ne segue. Il pubblico, rimasto in silenzio alla fine di Part I, forse timoroso di disturbare, tributa un lungo applauso, che si rinnoverà brano dopo brano. Part III (9 minuti) esprime il consueto lato blueseggiante dell’Autore, documentato nei numerosi LP pre Ecm. È un tema che si ripete secondo un andamento circolare che soddisfa i numerosi fans. Part IV (7 minuti) rivela il lato crepuscolare dell’artista. Delicata e un po’ melensa, è contrassegnata da un tocco pulito. Ogni tanto Jarrett inserisce una melodia vocale, contemporaneamente alla frase che sta suonando. In Part V (6 minuti) si ritorna al Jazz, coinvolgente, ritmico e percussivo, con i consueti gridolini che affiorano durante il fraseggio. Gli applausi aumentano per intensità e contemporaneamente si odono espressioni vocali di consenso.

Part VI (13 minuti), che apre la seconda parte del concerto e CD 2, ricorda quel romanticismo francese di fine Ottocento, primi del Novecento. A questo punto il pianista inserisce “The sun whose rays”(4 minuti), tratto dall’opera comica “The Mikado”, l’imperatore giapponese, (1885) della coppia Arthur Seymour Sullivan (la musica) e William Schwenk Gilbert (il libretto). Part VII (5 minuti), di nuovo classicheggiante e Part VIII( 8 minuti), un reiterato e immutabile Boogie Woogie, concluderebbero la serata. Ma Jarrett, forse trascinato dal gradimento in sala, concede tre bis.

Il primo, “My wild irish Rose (7 minuti), è una canzone tradizionale irlandese del 1899. Il secondo è uno standard, "Stella by Starlight”, di Victor Young e Ned Washington, eseguito senza suscitare emozioni particolari. Il terzo, “Blossom”(8 minuti), è una ballad pastorale, già incisa nel 1974 in “Belonging”, con il cosiddetto Quartetto europeo.

Foto: Olivier Bruchez/Flickr

 

 




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