Israele/Palestina: l’occasione da non perdere
L'aspetto più significativo della situazione che si è venuta a creare in Israele/Palestina è che, in entrambi i campi, la componente che guardava al conflitto attraverso lenti religiose è stata ridimensionata. Non sconfitta del tutto, ma ridimensionata.

Gli estremisti della destra oltranzista israeliana (quelli per cui tutta quella terra è stata promessa unicamente agli ebrei dal Dio della Torah) sono stati messi in minoranza dal voto e non hanno più la forza politica per poter governare.
Degli islamisti di Hamas & Co. (quelli per cui tutta quella terra è waqf cioè terra sacra appartenente all'Islam e perciò incedibile) sappiamo che sono stati fortemente ridimensionati dal conflitto che loro stessi avevano scatenato al prezzo di coinvolgere e "martirizzare" molti civili innocenti e che, a giudicare dai sondaggi, sembrerebbero in deciso calo (oggi il favore a Hamas è ridotto al 19% di media). Anche se Fatah non è messa meglio (oggi al 22%) il voto è stato rimandato ancora una volta e non sappiamo quale nuova formazione politica potrebbe affermarsi e ottenere il consenso dei tanti indecisi (quasi il 60% tra "non so" e "un terzo partito").
L'occasione postbellica quindi si delinea come una possibilità, ma una possibilità fragilissima per i veti incrociati nell'opposizione israeliana che nominalmente ha vinto, ma che deve appoggiarsi ai partiti arabi - come sostiene il leader dei Democratici - per poter comporre un governo alternativo al blocco di destra e fragilissima ancor di più in campo palestinese per la mancanza di una formazione terza rispetto allo storico binomio Fatah/Hamas.
Ma è tuttavia una possibilità: quella che si torni a parlare concretamente di terra e non della volontà di un dio. Che si ritorni, come negli anni '90 a parlare di quanti chilometri quadrati spetteranno agli uni e quanti agli altri in un'ottica di pacificazione (con buona pace dei fanatici del nazionalismo religioso delle speculari formazioni).
Ammesso naturalmente che l'ottica di pacificazione sia l'obiettivo primario da una parte e dall'altra.
Temo invece che dopo il 7 ottobre e la devastante guerra di Gaza le posizioni in merito (delle opinioni pubbliche più ancora che dei leader politici) siano molto lontane. E c'è da capirlo, la ferita, in entrambi i popoli, è ed è stata devastante. Non sarà affatto facile parlare di pacificazione quando l'odio e la voglia di vendetta è così forte e la sfiducia reciproca quasi totale.
In più incombe ancora la minaccia dell'atomica iraniana - in attesa delle elezioni di Mid-term e dell'eventuale guerra a seguire - a scatenare panico apocalittico negli uni e a far sperare in un'intervento dal sapore quasi divino negli altri. Escatologia.
E tuttavia la possibilità che qualcosa cambi oggi, a differenza di ieri, esiste.
In Italia invece è ancora ampiamente prevalente l'ottica bellicista impregnata da "sfumature" di un antisemitismo dal sapore antico. Si fa il tifo perlopiù e rarissime sono le voci contrarie all'onda bellicista. Si sventola sempre e solo una bandiera nelle manifestazioni studentesche o sindacali contro il carovita (clamoroso il caso del dirigente del maggior sindacato italiano che indossava una sciarpa con scritta in arabo inneggiante nientemeno che al massacro del 7 ottobre). Finché sventolerà una sola bandiera delle due la logica sarà sempre e solo bellicista. Finalizzata ad alimentare uno scontro anziché a supportare un processo di riavvicinamento.
Si tratta invece di prendere atto che la situazione oggi è cambiata e che la fragilissima occasione storica di poter modificare quanto è stato negli ultimi decenni ha bisogno di tutto l'appoggio possibile anche dall'esterno. Se non altro per quell'indipensabile pragmatismo che portò Rabin e Arafat e siglare gli accordi di Oslo. Possibilmente per andare oltre.
