mercoledì 9 giugno - Anna Maria Iozzi

Intervista a Vincenzo Zampa protagonista di "Comedians", il nuovo film di Salvadores

Diplomato presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. Laboratori, stage, seminari, teatro, cinema, televisione che si configurano in un solo nome: Vincenzo Zampa che, in questa intervista, ci parla del film di Gabriele Salvatores, “Comedians”, in uscita il 10 giugno, in cui ha avuto l’onore di essere diretto, per la seconda volta, da un grande regista, come si dimostrano le belle considerazioni di stima e di rispetto che gli tributa. 

Per non parlare della soddisfazione di aver conseguito il Premio teatrale UBU under 30 per la partecipazione al film di Alan Bennet, “The History Boys”. Fiction, film, progetti importanti. Un percorso di artista maturato con la consapevolezza di saper scegliere, nella vita, la possibilità di intraprendere un contesto che, seppur minato dalla pandemia, è stimolante ai fini della propria passione di vita. Questo trapela dalle sue parole, incisive e dense di significato, che si prestano a un’oculata osservazione di quello che gli gratifica per mandare avanti le sue idee e progetti di artista affermato che abbiamo avuto modo di ammirare nella fiction “In Arte Nino”, al fianco di Elio Germano e in altre soddisfazioni come quella di aver lavorato con Carlo Vanzina, di cui serba un bellissimo ricordo. Segnatevi questa data: 10 giugno. Il debutto di questo film nelle sale è una risposta positiva per ricominciare a ripartire, più forti di prima, sostenendo tutti quelli che concorrono alla realizzazione: i dietro le quinte, i macchinisti, i truccatori, che, più di altri, hanno sofferto questo triste anno, oltre che gli attori stessi. Con la voglia di ricominciare, al meglio.

Il 10 giugno, uscirà nelle sale "Comedians", il nuovo film di Gabriele Salvatores, in cui prenderà parte. Ci parla del suo personaggio?

“Ho profondo rispetto per il mio personaggio, Michele Cacace. L’approccio che ho verso tutti i personaggi che interpreto è di rispetto e massima attenzione. Non voglio risultino finti o troppo caricati. Michele è un muratore. Un uomo umile che viene dal Sud. Viaggia verso il Nord, sempre più su, in cerca di fortuna, di lavoro, ma, soprattutto, per seguire il suo sogno di diventare un comico. Per questo, si iscrive a un corso di comicità tenuto da Eddie Barni (Natalino Balasso) che ha scelto la via di una comicità differente rispetto a quella di un sicuro successo immediato. Nella versione teatrale, portata in scena al Teatro dell’Elfo di Milano, con la regia di Gabriele Salvatores, il mio personaggio era interpretato da Silvio Orlando ed era napoletano. Io, con l’aiuto di Gabriele, l’ho portato verso la mia dimensione geografica di appartenenza, la Puglia. È stato un lavoro di creazione enorme. Faticoso, ma stimolante. Un lavoro vivo. Vita che ho cercato di trasmettere al mio personaggio. Michele Cacace è un muratore pugliese con lo sguardo che punta in alto, verso Nord e l’anima a Sud. E, in questo, ci somigliamo”.

Non è la prima volta che viene diretto da Salvatores. È avvenuto nel 2014 nel film "Il ragazzo invisibile". Che effetto prova nell'essere diretto da un regista del suo calibro?

"Lavorare con Gabriele non è solo un onore, ma ogni giorno è un’occasione di formazione continua come attore e come persona. Trasmette una serenità rara, quando sei sul set. Quando sei con lui, sai che puoi buttarti e lasciarti andare, perché sai che c’è un paracadute che ti guida verso un atterraggio sicuro. Ti ascolta, ruba da te con rispetto. Ti cuce un personaggio addosso che affonda le radici nel tuo vissuto. Ti mette a tuo agio. E il mettere a proprio agio è la qualità più importante perché la materia prenda forma. Fiorisca. La chiamata di Gabriele, per questo film, mi è arrivata in piena pandemia lo scorso anno. Per me, è stata, concedimi il gioco di parole, una “chiamata alle arti”. Sentivo che fosse il film giusto. Nel momento giusto. Nonostante l’emergenza sanitaria”.

Nella sua carriera, oltre a Gabriele Salvatores, è stato diretto da Daniele Vicari, Terrence Malick, Ivan Silvestrini e Luca Manfredi. Quanto è stato importante per il suo percorso artistico? 

“Tutte le persone con cui ho lavorato, a cominciare da Carlo Vanzina, con cui ho esordito al cinema e, di cui, conservo un ottimo ricordo, hanno regalato alla mia professione qualcosa. Tutte le volte che pensavo di aver capito qualcosa come attore, mi hanno messo in discussione e portato a quel conflitto che è parte integrante della crescita di un attore. Mi sono ispirato a loro. Li ho seguiti. Ed ho rubato da loro il mestiere e l’approccio. Rubare è una qualità nel nostro mestiere. Si agisce per imitazione e, quando dall’altra parte, ci son dei validi maestri è tutto più facile. Ognuno dei registi, con cui ho lavorato, ha uno stile suo. Diversi nell’approccio, ma straordinari nel risultato”.

Nel film, figura un cast di prim'ordine: Ale e Franz e Christian De Sica. Che cosa significa, per lei, essere al fianco di questi istrioni della comicità per eccellenza? 

“Significa rubare con rispetto e imparare anche in questo caso. Parliamo di attori che sanno anche cosa voglia dire recitare davanti a folle di persone, che hanno fatto e fanno teatro. Se ci si aggiunge, poi, anche il fatto che siano delle bellissime persone, diventa tutto più facile. Di Christian De Sica ricordo i film che guardavo da ragazzino. Con Ale e Franz, ridevo di gusto da adolescente, gustandomi le loro formidabili battute. Sono delle macchine comiche incredibili”.

Il film narra le vicende di sei persone, esauste e sfiancate dalla loro vita grigia, che aspirano a diventare dei comici. Per i sei, che sognano di guadagnare, facendo ridere, è una grande opportunità e, per qualcuno, è anche l'ultima possibilità per mettersi in gioco e provarci. In lei, com'è maturata l'idea di intraprendere questo percorso e quali rinunce ha dovuto fare per aspirare alla carriera di attore?

“Io, da ragazzino, volevo fare il cuoco. Mi piaceva fare qualcosa che desse gioia agli altri. Cucinare sarebbe stata la via più immediata, ma gli studi mi han portato verso materie più letterarie. Mi son diplomato al liceo classico e, da giovane spettatore, vedendo uno spettacolo di alcuni miei compagni di classe, che partecipavano ad uno spettacolo nato da un laboratorio scolastico teatrale, non riuscivo a star fermo sulla sedia. Volevo essere lì, sul palco, dall’altra parte. Il lavoro mi porta a stare lontano dalla mia famiglia di origine che è in Puglia. Ho scelto questo percorso, rinunciando anche agli affetti. Una mia ex ragazza mi disse anni fa: “scegli o me o il tuo mestiere”. E se son qua è perché ho scelto. Io sono innamorato del mio lavoro. E come ogni storia d’amore ha i suoi momenti belli e i suoi momenti bui che aiutano, comunque, a crescere”.

Nel suo curriculum, raffigurano molte rappresentazioni teatrali. In quali, di quelle a cui ha preso parte, ha avvertito quella sensazione di orgoglio e stimolo verso una passione che, per molti, è il coronamento di un sogno? 

“Lo spettacolo a cui sono più legato è The History Boys di Alan Bennet, per la regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, prodotto dal Teatro dell’Elfo di Milano. Era il 2010, mi ero da poco stabilito a Milano. Mi è stata data l’opportunità di interpretare un ruolo bellissimo, dove oltre a recitare, cantavo dal vivo. È stato come vivere un sogno. Lo spettacolo ha segnato un record, in quegli anni, per repliche effettuate. Con il Teatro dell’Elfo, in seguito, abbiamo raccontato, attraverso altri spettacoli, altre storie, e vissuto altri momenti indimenticabili e ne vivremo ancora. A Gennaio 2022, debutterò con lo spettacolo Moby Dick di Orson Welles, per la regia di Elio De Capitani, assieme a Marco Bonadei che, in Comedians, interpreta Sam Verona e, con cui condivido, da anni, un percorso di vita e artistico. Siamo in procinto assieme di fondare la nostra compagnia”.

Ha avuto l'opportunità di lavorare in teatro diretto da Anna Laura Messeri, Paolo Rossi, Giorgio Scaramuzzino e Francesco Carofiglio, solo per citarne alcuni. Quanto hanno influito, nel suo percorso artistico, le collaborazioni con questi personaggi?

“Tutte queste persone sono la base della mia formazione e della mia crescita professionale. Mi hanno aiutato a crescere come persona e come attore. Con loro, ho mosso i primi passi verso la via del professionismo. Anna Laura Messeri, ad esempio, storica insegnante e direttrice della scuola del Teatro Stabile di Genova, ha formato e continua a formare generazioni di attori. Devo a lei molto, ma, soprattutto, l’attenzione ai particolari e l’amore viscerale per questo mestiere”.

Che ricordi ha del suo debutto, nel 2011, nel film di Carlo Vanzina "L'ultima sfilata"?

“Ne venivo da anni di teatro. Il cinema è arrivato inaspettato. Ed è stato subito un altro grande amore. Il ricordo che ho di Carlo Vanzina è quello di una persona pacata, di una chiarezza impressionante quando spiegava agli attori cosa volesse dalla scena. Ho in mente lo sgabello che usava quando si sedeva ed era pronto a girare. Uno sgabello vissuto. Marrone scuro. Ho capito, verso la fine, che si trattava dello sgabello di Stefano Vanzina. Steno. Suo padre”.

Tante le produzioni cinematografiche e televisive a cui ha preso parte. Nel 2011, ha vinto il Premio teatrale UBU come miglior attore under 30 per l’interpretazione di The History Boys. Che consiglio si sentirebbe di dare a chi vorrebbe intraprendere questo percorso? 

“Di non mollare mai. Di studiare, sudare, faticare, ma col sorriso e, soprattutto, non smettere di giocare. Questo mestiere è un gioco. Un gioco bellissimo. E come ogni gioco è fatto di regole”.

La pandemia non poco ha inciso nelle chiusura dei cinema e dei teatri. Il fatto che il film uscirà al cinema è un primo passo verso la normalità. Che cosa avverte ai margini delle riaperture? 

Comedians è stato girato in pieno periodo Covid. Il fatto che inauguri la ripartenza è un segno bellissimo. Nel futuro, vedo speranza. Tantissima speranza. Immagino che la gente abbia voglia di tornare al cinema e al teatro, di vedere lo spettacolo dal vivo, nel vero senso della parola. C’è bisogno, però, che le istituzioni siano più sensibili verso le persone che vivono di questo lavoro. Parlo degli artisti, tecnici, personale amministrativo e di tutta la gente che si è trovata a vivere un periodo difficile. I ristori, i sostegni vari, aiutano, ma si dovrebbe pensare di ristorare e restaurare un intero settore che, spesso, ancora oggi, in Italia, è visto più come un hobby che come un lavoro. Non esistono solo i nomi noti. Esistono i nomi di tante persone dietro il mestiere del cinema e del teatro. Nomi che hanno sofferto in questo periodo e che hanno solo voglia adesso di ripartire e farlo al meglio”.

 

 




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