martedì 28 novembre 2023 - Maria Macchia

Intervista a Marino Severini: il rock per realizzare L’Utopia

Intervista al frontman dei Gang, che ripercorre la carriera della formazione dai suoi esordi fino all'album di prossima uscita "Tra silenzi e spari"

I Gang di Marino e Sandro Severini sono una band che fin dal suo esordio, avvenuto quarant'anni fa, si è fatta portabandiera di un rock made in Italy che parte dalla memoria storica e dall’internazionalismo per andare verso l’Utopia dell’uguaglianza economica e sociale.
Dalla prima “trilogia” di album in inglese, in cui si erano fatti epigoni dei Clash, al successivo “terzetto” di full-length in cui la lingua italiana diveniva il mezzo espressivo per ritrarre il complesso scenario sociale e politico nostrano con uno sguardo verso il Sud del mondo, fino agli ultimi dischi “Sangue e cenere” (2015), “Calibro ‘77” (2017) e “Ritorno al fuoco” (2021), realizzati mediante lo strumento del crowdfunding per mantenere ancora più stretto il rapporto con la propria affezionata fan base, la formazione marchigiana è un punto di riferimento fondamentale nel panorama musicale “militante” del nostro Paese.
In prossimità dell’uscita del nuovo lavoro “Tra silenzi e spari”, Sandro e Marino sono impegnati in un “neverending tour” su e giù per la penisola, partecipando a festival, rassegne ed eventi culturali, ma anche suonando in spazi intimi e raccolti, a diretto contatto con il loro affezionato pubblico. Ed è proprio in una di queste occasioni, presso il “Clash City Rockers Café” di Sedriano (MI) - bar-museo dedicato al quartetto di Joe Strummer - che ho avuto modo, qualche tempo fa, di incontrare Marino e di rivolgergli alcune domande.

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La copertina dell’album "Tra silenzi e spari", di prossima uscita

Ciao Marino, sono contenta di poterti finalmente intervistare, e sono lieta di poterlo fare proprio qui, in un ambiente dove ogni singolo elemento di arredo rimanda ai Clash, visto che - come ben sappiamo - si tratta di un gruppo per te fondamentale… anche se lo hai già fatto tante volte, vorresti raccontarci come “it all began”?

Io la racconto sempre alla stessa maniera: c’è chi nella vita gli è toccato Elvis Presley, chi San Francesco, chi Che Guevara e chi, come noi, Joe Lo Strimpellatore. Tutto è iniziato nel 1980. Prima di allora avevamo già visto diversi concerti di jazz, pop, rock di artisti italiani e stranieri, ma quando ci siamo trovati davanti i Clash, a Piazza Maggiore a Bologna, io mi sentii come San Paolo, folgorato sulla via di Damasco. Capii che ero nel momento giusto al posto giusto.
Noi venivamo dagli anni Settanta, dalle aggregazioni giovanili intorno alla politica, che ormai erano finite. Tra l’altro era la prima volta che tornavamo a Bologna, la città degli scontri, dei carri armati, dei tre giorni del Movimento. Cercavamo qualche cosa che ci permettesse di “rimetterci in mezzo”, di dire la nostra sulla realtà, di creare delle relazioni, ma in modo diverso. Da lì ripartì la rivolta dello stile, del punk, per tornare in pista con i nostri amori di sempre: chitarra, basso e batteria. Fino a quel momento non sapevamo che cosa ci servisse per riprendere la lotta, ma in quella circostanza capimmo che la spinta sarebbe arrivata da quel tipo di musica.
Per il caos che c’era in quella piazza potrei dire che quello fu il “peggior” concerto che avevo visto in vita mia, però la visione di Strummer fu “la luce”. Capimmo che quello che avevamo sognato fino a quel momento “si poteva fare”. Così io e Sandro mettemmo su una band: anche lui veniva dalle esperienze dei circoli giovanili, ma in quel momento esse erano terminate e lui era un “cane sciolto”. Del resto molti giovani avevano perso quel senso di appartenenza e si erano rifugiati nell’eroina o nella depressione.
I Clash, poi, diventarono per noi qualcosa di più, un autentico modello da seguire. Era il rock che tornava ai suoi splendori, ma senza fronzoli, né spettacolarizzazione e neppure spartiti.

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I fratelli Severini con Gianluca Spirito al Clash City Rockers Café di Sedriano - foto di Maria Macchia

Ripercorrendo la vostra carriera, nel corso della quale avete registrato quattordici album (senza contare quello in arrivo, “Tra silenzi e spari”), si nota un lungo periodo, tra “Controverso” (2000) e “Sangue e cenere” (2015) in cui non avete realizzato dischi di inediti, ma avete comunque dato vita a diversi progetti. Che cosa è successo, in quel lasso di tempo, che vi ha condotto a questa scelta?

Si è trattato, sostanzialmente, di una scelta di vita. Avevamo chiuso con la casa discografica (una major), con l’agenzia di promozione, con il mondo dello show business. Era una realtà che non ci apparteneva. Scegliere l’indipendenza artistica ed economica era come essere “tornati a casa” e, sulla via del ritorno, era importante decidere come valorizzare le esperienze che avevamo accumulato negli anni e con chi condividerle. Abbiamo realizzato un disco sul mondo contadino, “Il seme e la speranza”, che ci ha permesso di rincontrare delle storie che facevano parte del nostro bagaglio, come ad esempio quella di Maria Cavatassi, e ovviamente gli episodi della Resistenza, da mettere insieme a figure come quelle del subcomandante Marcos o di Chico Mendez, per realizzare idealmente un “umanesimo del mondo contadino”. Altra esperienza è stata quella con “La Macina”, gruppo fondato da Gastone Pietrucci, che si occupa della canzone popolare marchigiana. Intraprendere questi percorsi legati alla nostra terra di origine è stato un tornare alle “radici” per riprendere le “ali”. Nel frattempo ci siamo dedicati soprattutto ai concerti poiché abbiamo voluto ristabilire la relazione con la nostra comunità. Quando eravamo legati alla casa discografica e alle agenzie, i costi dei nostri live erano notevolmente elevati e tutta una serie di realtà non potevano permettersi di farci suonare; dopo la scelta di diventare indipendenti, abbiamo potuto invece esibirci anche in due o in formazione ridotta e nei contesti più piccoli. Concludo dicendo che ci sono anche motivi personali per questo rallentamento: in quegli anni io ho avuto una figlia e ho ristrutturato una casa in campagna insieme a mio padre.

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L’album "Le radici e le ali" (1991)

Visto che hai citato gli affetti familiari, vorrei osservare che a partire da “Controverso” in tutti i vostri album si apre una finestra sull’intimità, vale a dire ci sono canzoni incentrate sui sentimenti: Io e te, Mia figlia ha le ali leggere, Amami se hai coraggio… che cosa vi ha portato in questa direzione?

Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza: dopo i primi album noi rischiavamo di essere messi nella categoria dei “duri e puri”, dei “guerrieri del rock”, degli alfieri del combat rock, eccetera. Questa logica in realtà non ci appartiene. O meglio, quarant’anni fa, dopo la “chiamata” dei Clash, bisognava mettersi l’armatura, e arruolarsi volontari nell’esercito del rock, anche per via di una subcultura in cui l’ideologia prevaleva su tutto; bisognava, idealmente, salire in cima a una montagna per far sentire la propria voce, per diffondere i propri messaggi anche attraverso i media. Ma dopo questa fase abbiamo capito che era giunto il momento di aprire dei varchi sul “privato” in cui far prevalere il sentimento. Questo non è in contraddizione con le posizioni precedenti, bensì è in linea con la nostra formazione, quando una volta si affermava che “il personale è politico”. È dunque divenuto necessario, a un certo punto, riaffermare la “politicità” dei sentimenti e ribadire un concetto fondamentale, per dirla con Pasolini: “la rivoluzione non è che un sentimento”. Del resto la componente “affettiva” è un filo che lega insieme anche brani come La pianura dei sette fratelli, Mare nostro, Vorrei, dove si fa leva anche sull’aspetto della commozione.

Questo è sicuramente un periodo di grande attività per voi e intorno a voi: si è appena concluso il crowdfunding per la realizzazione del vostro album “Tra silenzi e spari”; è recentemente uscito il libro “Alle barricate – Il libretto rosso dei Gang” di Lorenzo Arabia, Gianluca Morozzi e Oderso Rubini; a seguire, ha visto la luce “Quel giorno Dio era malato”, il tuo libro di memorie… questa “concentrazione” di pubblicazioni è voluta o si tratta di una coincidenza?

Partiamo dal disco: come abbiamo avuto occasione di dire in altri frangenti, le canzoni degli album CGD/WEA, da “Le radici e le ali” a “Controverso”, non vengono ristampate da più di trent’anni e con “Tra silenzi e spari” possiamo “riappropriarci” almeno di 12 brani e ridare loro nuova vita, anche alla luce delle esperienze degli ultimi tempi. Per usare una metafora, allora erano “signorine”, adesso sono delle signore che mantengono intatto il loro fascino. Nell’album ci saranno i musicisti che hanno suonato negli ultimi tre lavori in studio e il produttore sarà, ancora una volta, Jono Manson. Tra le ricompense previste per i nostri sostenitori ci sono poi altri due CD: il primo si intitola “Quanto amore - Omaggio a Claudio Lolli” e contiene 8 brani del grande cantautore reinterpretati per l’occasione in una nuova veste acustica. Il secondo CD “extra” invece si chiama “Re-Incanto” e conterrà versioni inedite e semi-acustiche di brani tratti da “Sangue e Cenere” e “Ritorno al Fuoco”.
Quanto al volume “Alle Barricate”, Morozzi e Arabia avevano già scritto un libro su di noi 25 anni fa, “Le radici e le ali” e inizialmente volevano realizzarne una nuova versione aggiornata per il ventennale dell’uscita, ma poi la pubblicazione è slittata fino a pochi mesi fa. Poiché l’intento di questa iniziativa editoriale è quello di fare un sunto di tutta la nostra carriera, possiamo dire che capita a proposito, dato che il volume si è reso disponibile in coincidenza con il nostro intento di “riportare a casa” le canzoni con il nuovo album. In effetti è un’operazione non gestita da noi, alla quale però abbiamo collaborato attivamente fornendo il materiale che ci hanno richiesto.
Infine, sono molto emozionato per l’uscita di “Quel giorno Dio era malato”. Oltre a tanti episodi legati alla mia vita “on the road” con i Gang, nel libro racconto per la prima volta molte storie alle quali sono particolarmente legato, soprattutto quelle della mia “patria”, l'Imbrecciata. Molti di questi racconti mi hanno riportato a quand'ero bambino. Alle mie memorie, poi si intrecciano ovviamente le canzoni dei Gang. Le storie narrate parlano della dignità del mondo popolare contadino e operaio, di solidarietà, di emigrazione e riscatto, di morti sul lavoro, di lotta politica, di spiritualità e Resistenza. Sono parte di un immaginario di lotta, ribellione e di ricerca della felicità e della bellezza.

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"Quel giorno Dio era malato", autobiografia di Marino Severini (Milieu Edizioni)

Visto che hai parlato di bellezza e di ricerca della felicità, vorrei concludere con questa domanda: l’utopia è un diritto? L’utopia è davvero possibile? Credo che la tua risposta sarà affermativa, ma vorrei che fossi tu stesso a spiegarlo…

L’utopia è indispensabile, altrimenti nessuno farebbe un passo. Noi andiamo sempre verso la luce e l’utopia è ciò che riscatta il male e gli orrori dell’umanità. I partigiani, ad esempio, hanno riscattato gli orrori del fascismo con la Resistenza e la Costituzione. Il più grande genocidio della storia, quello degli indios in America Latina, è stato riscattato dai vari movimenti di liberazione. Il genere umano ha sempre uno sguardo rivolto verso la propria interiorità e nel contempo verso la luce. La luce passa anche in una crepa, come diceva Leonard Cohen in Anthem. Si va sempre in quella direzione, e questa è l’utopia. E il compito del rock ‘n roll è anche quello di dare voce agli ultimi e di riscattarli.
A questo proposito, nel nostro ultimo disco Ritorno al fuoco abbiamo parlato di ben quattro utopie che si sono realizzate e sono entrate a far parte della storia dell’umanità. Il primo esempio è rappresentato dalla regione del Rojava, che abbiamo voluto raccontare nel brano Rojava libero: nel nord-est della Siria si è realizzata una vera e propria utopia, un autentico “miracolo sulla Terra” basato sul confederalismo democratico, un modello che è esattamente l’opposto dello Stato-nazione considerato fino ad ora dall’Occidente. Il secondo esponente dell’utopia è Mimmo Lucano, protagonista di Un treno per Riace, che ha fatto della sua città il luogo dove applicare un nuovo modello vincente di accoglienza per i tanti migranti sbarcati lungo le coste italiane ed è diventato un eroe del nostro tempo, avendo fatto dell’integrazione la sua bandiera. E poi c’è Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay, che ha fatto suo lo slogan “la felicità al potere”. Infine Azadi, una parola di libertà, che dal Nordafrica al Medioriente mette insieme moltitudini di persone che vanno verso la luce e la libertà. “Azadi” è un inno, una preghiera, un grido che ha invaso le strade del Kashmir contro l’occupazione indiana e il nazionalismo indù, ma è anche il canto di chi difende la propria terra e nella resistenza coltiva la speranza che l’indomani sarà migliore della giornata appena trascorsa. Ma l’utopia, ripeto, è in ognuno di noi: la possiamo chiamare anima, spirito, vento, ed è quella forza, quell’ispirazione che ci permette di scegliere da che parte andare. E il rock è un linguaggio che ci aiuta ad andare verso la luce e verso l’Utopia.




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