venerdì 29 novembre - Anna Maria Iozzi

Intervista a Luigi Viva, autore del libro “Falegname di parole – Le canzoni e la musica di Fabrizio De André”

Ha collaborato con Paese Sera, il Tempo, Ciao 2001, il Sussidiario.net. È stato uno degli speaker nelle prime radio romane. Ha intervistato i più grandi personaggi della musica, come Santana, Joe Zawinul, Joni Mitchell, James Taylor, etc. 

È socio fondatore della Fondazione Fabrizio De André. Fa parte del comitato scientifico del centro studi Fabrizio De André, presso il Dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena. I libri “Non per un dio, ma nemmeno per gioco” e “Falegname di parole”, dedicati all’indimenticabile Fabrizio De André, portano la sua firma. Quest’ultimo libro, valutato e corretto dallo stesso De André, rappresenta al meglio la sua idea di cultura, una sorta di guida per chi volesse conoscere e approfondire i suoi album, attraverso le voci di persone che hanno collaborato con lui. Aneddoti, testimonianze, partiture originali. Insomma, uno di quei libri che non dovrebbero mancare nella libreria dei fan di Fabrizio De André. Luigi Viva ci parla della genesi del libro, del suo rapporto con il noto e amato artista genovese, e dei suoi progetti futuri. 

 

Com’è nata l’idea di realizzare “Falegname di parole – Le canzoni, la musica di Fabrizio De André”?

“È nata nel 1992, a casa sua, a Milano. Fabrizio mi diede l’ok a scrivere uno studio che riguardasse la sua vita e la sua opera. In quell’occasione, concordammo che sarebbe stato l’eventuale editore a decidere se realizzare uno o più volumi. Un anno dopo la sua scomparsa, è uscito Non per un dio, ma nemmeno per gioco-Vita di Fabrizio De André arrivato a ventitré edizioni. Lo scorso anno, il 29 novembre, è uscito Falegname di parole, sempre pubblicato dalla Feltrinelli, contenente le sue correzioni su ben cinque dischi e già alla seconda edizione. Con questo volume, si completa l’idea e il progetto del libro che avevamo condiviso.”

 

Nel progetto editoriale, De André ha contribuito alla correzione e alla valutazione. Com’è stato lavorare con lui?

“È stato sempre gratificante, perché avevamo un buon rapporto. Ci conoscevamo dal 1975. Seppur saltuariamente, negli anni, ci siamo frequentati. C’era una buona confidenza, una bella empatia. Si parlava, soprattutto, di agricoltura, di filosofia e di anarchia. Quando gli prospettai l’idea del libro, è stato piuttosto collaborativo. I primi tempi ci siamo studiati, nel senso che ho dovuto trascrivere le prime interviste integralmente, per poi fargliele leggere, ma poi mi ha dato il via libera. Ho saputo, dopo la sua morte, da alcuni suoi amici, come Andrea Grillo, fratello di Beppe, che telefonava per preavvisare le mie interviste. È stata una bella collaborazione.”

 

Il libro raccoglie testimonianze, aneddoti, curiosità, partiture originali. Con quale criterio, sono stati scelti i materiali?

“Scrivo secondo criteri molto personali. Così com’è avvenuto per la biografia di Pat Metheny, l’editore ha rispettato lo stile e l’organizzazione del testo così come l’ho ideato, senza alcun tipo di taglio o modifica. La scelta dei materiali nasce da anni di ricerche, e tutte le interviste sono state realizzate nel periodo in cui Fabrizio era in vita. Partiture e appunti li avevo da diverso tempo. Tutto materiale assolutamente inedito fino al momento della pubblicazione. La stesura del libro diventa il mio modo di raccontare la musica. Sono io a guidare il lettore, ma il protagonista è Fabrizio che racconta. Poi, ci sono le testimonianze di tanti musicisti che hanno lavorato con lui: Mauro Pagani, Massimo Bubola, Piero Milesi, Ivano Fossati, Mark Harris, Gian Piero Reverberi, oltre a Roberto Vecchioni, Antonello Venditti e Renato Zero. Non è un trattato critico, perché, come disse Fabrizio, sarebbe una mia opinione. È una descrizione oggettiva dei dischi, e alcuni lettori mi hanno rivelato che utilizzano Falegname di Parole come una guida. Prima, leggono la parte relativa al disco scelto, e poi procedono all’ascolto. Quello che ho cercato di fare, con la massima attenzione, è contestualizzare i dischi e rappresentare al meglio il pensiero di Fabrizio De André.”

 

C’è un aspetto della sua vita che l’ha particolarmente attratto?

“Era una persona molto intrigante, curiosa su ogni aspetto della vita. Amava le persone semplici ed autentiche. Quando lavorava era molto professionale e ti stimolava a dare il meglio. Stargli accanto è stato un momento di grande crescita. Alla fine, quello che ti colpiva era la sua grande umanità, la grande affettuosità ed attenzione per chi gli era vicino. Il lascito più grande è stato lo stimolo a pensare.”

 

Oltre ai due volumi “Non per un dio, ma nemmeno per gioco” e “Falegname di parole”, dedicati a De André, ha pubblicato la biografia di Pat Metheny, noto chitarrista americano. Che effetto le fa ripercorrere la storia di questi personaggi?

“Pat Metheny è stato, per me, la passione musicale di trent’anni di vita. Metheny mi è servito per conoscere tutti quelli che erano i miei idoli. Ho intervistato tantissimi grandi della musica. L’esperienza con De André, dal punto di vista umano, rispetto a quella con Pat Metheny, è stata entusiasmante. Fabrizio, infatti, sosteneva che è meglio non conoscere i propri idoli, perché potrebbero deludere umanamente. Aveva perfettamente ragione.”

 

Quando è stata l’ultima volta che lo ha visto?

“L’ultima volta che l’ho visto è stato a Viterbo, nel luglio 1998, quando fece le prove generali dell’ultimo tour estivo al Palacimini. In quella settimana, ho assistito alle prove e alla data zero, e siamo stati anche a cena insieme. Prima che ci lasciasse, ci siamo sentiti un paio di volte, l’ultima circa un mese e mezzo prima della scomparsa.”

 

Ha collaborato con varie testate, come “Paese sera”, “Il Tempo”, “Il Sussidiario”. È stato, inoltre, speaker radiofonico in una delle prime radio romane. Che ricordi ha di quelle esperienze?

“Tutt’ora, collaboro in Il Sussidiario.net, scrivendo solamente articoli su artisti che suscitano il mio interesse. I primi articoli li pubblicai su Paese Sera, dove ebbi la possibilità di lavorare con Pietro Mondini, uno dei più bravi giornalisti musicali dell’epoca. Quanto alla radio, è stata una bellissima esperienza. Si chiamava Spazio Quadraphonic Hi Fi. A Roma, all’epoca, c’erano solamente sette radio. Mi ricordo che iniziai con i contatti con le case discografiche, che mi concessero tutte le novità. Ho iniziato ad andare in voce con delle monografie su grandi musicisti. È stata una bella esperienza, in un periodo musicalmente entusiasmante.”

 

È socio fondatore nella Fondazione Fabrizio De André. Fa parte del comitato scientifico del centro studi Fabrizio De André, presso il Dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena. Com’è il suo approccio a queste attività culturali, e che cosa si sente di dire ai giovani che stanno riscoprendo Fabrizio?

“Quando faccio le mie conferenze, incontri pubblici o come quando feci il reading a Umbria Jazz, dico a tutti la stessa cosa, diffidare di chiunque vi parli di Fabrizio De André, incluso il sottoscritto, perché l’unico riferimento rimane Fabrizio, con la sua opera, i suoi scritti, le sue interviste.”

 

Qual è il brano a cui è rimasto maggiormente legato?

“I brani sono due, a dire il vero. La Città Vecchia, perché ha una forte potenza descrittiva. Fa rivivere quelli che sono gli odori e le atmosfere dei bassifondi e dei carruggi di Genova. L’altro, Smisurata preghiera, è l’ultimo che lui ha inciso e che chiude l’ultimo disco, Anime Salve. È una sorta di testamento. Il testo è la rielaborazione di frammenti e frasi, tratti da romanzi e poesie di Alvaro Mutis. Questa canzone è entrata, per caso, in quell’album, perché, fino all’ultimo, era indeciso se inserirla, senza sapere che, di fatto, essa rappresenta il suo testamento.”

 

Quali sono i suoi progetti attuali?

“Attualmente, sto pensando di incidere un disco. Insieme al chitarrista Luigi Masciari stiamo lavorando sulla progettualità di questo album, nel quale entreranno le canzoni di Fabrizio De André. Poi, devo completare un romanzo che ho iniziato a scrivere da qualche mese.”




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