venerdì 10 febbraio - Marinella Zetti

Inquietante delitto in Vaticano

Edito da Newton Compton, il thriller di Flaminia P. Mancinelli è molto coinvolgente ed emozionante, anche per la sua ambientazione nelle catacombe romane. Ne parliamo con l’autrice che ha già pubblicato altri romanzi di generi molto diversi.

Inquietante delitto in vaticano, il titolo rispecchia perfettamente l’atmosfera che si respira nel thriller di Flaminia P. Mancinelli, edito da Newton Compton. Una storia incalzante che tiene legato il lettore dalla prima pagina fino all’ultima. Non c’è mai una caduta di tensione in oltre 400 pagine. La trama, i personaggi, le ambientazioni, un insieme ben calibrato in modo da condurre il lettore nel labirinto delle ricerche fino alla conclusione.
Tutto inizia con il cadavere di una donna abbandonato nelle catacombe di Villa Ada a Roma. Le indagini vengono affidate a Nicola Serra del Nucleo Operativo dei carabinieri di Piazza Mincio. Sulla trama, come al solito, non dirò nulla. Preferisco concentrare l’attenzione sui personaggi che vivono nel romanzo: tutti molto diversi e ben disegnati. Sono certa che Nicola Serra e la sua fidanzata Marion Calvé avranno presto un grande seguito, come la sottotenente Sara Vittorini e il “quasi monsignore” Jean-Luc Godard.
Del resto Flaminia P. Mancinelli è una maestra nell’arte di costruire storie e atmosfere, lo ha fatto in numerosi romanzi, di generi molto diversi, che hanno riscosso un notevole successo di pubblico e critica.
Per capire meglio questa eclettica scrittrice, le abbiamo rivolto alcune domande.

 

Quattro chiacchiere con l’autrice

D. Leggendo la tua bibliografia si percepisce che per te scrivere è importante quanto respirare, si nota anche che tu spazi, con molta facilità, dal romanzo esistenziale al thriller, come ci riesci?
R. Sì, è vero. Se vado a dormire senza aver scritto neppure “una riga”, sento proprio un insopportabile fastidio. Ho l’impressione di aver buttato via il tempo, di avere alle spalle “una giornata bruciata”. “Scrivere” è per me un Flaminia P. Mancinelli modo di vivere. Si dice spesso che per farlo occorre rinunciare a vivere. Non sono del tutto d’accordo. Lo scrittore, secondo me, è una forma di essere umano che alla vita pratica alterna quella immaginaria. Quindi, se non scrive, la sua esistenza risulta mutilata di una parte. Devo aggiungere, poi, che gran parte della mia vita è stata molto solitaria e immaginaria, e quindi scrivere mi è più naturale che andare a bere un aperitivo con gli amici.
E riguardo invece “i generi” -ma queste tue domande sono dei trappoloni… una domanda ne vale due!- , la mia risposta è più articolata. Io credo che scrivere sia sempre e comunque una forma di comunicazione. Non credo a quegli autori che dichiarano di scrivere per sé, è una falsità. “Scrivere” è sudore, e perché cimentarsi in una simile faticaccia se è solo per noi stessi? Per parlare con noi stessi basta uno specchio!
La tua domanda mi fa venire in mente il mestiere dell’attore. Gli attori americani, è risaputo, devono saper recitare tutti i ruoli possibili ed essere pronti per qualsiasi performance. Dal canto all’equitazione. Poi, certo, sono più tagliati per i ruoli drammatici o per quelli comici, ma in linea di massima vengono istruiti per essere in grado di rispondere a qualsiasi esigenza.
Così dovrebbe essere per lo “scrittore”. Il suo compito è “comunicare” con i lettori, e questo deve poterlo fare a diversi livelli e per generi differenti. Dalla Letteratura al Thriller, dalla Romantic novel al racconto Distopico… Io lo vedo come uno splendido esperimento, cimentare se stessi al nuovo. Pensa che io ho anche scritto poesie (!) e sceneggiature, ho fatto da spalla a un erborista che spiegava come affrontare meglio le stagioni, e… ho scritto un piccolo saggio sull’uso dell’e-book!
Purtroppo nell’editoria, come in altri molti settori, impera la regola dell’etichetta. Cos’è? Semplice: se scrivi gialli hai da scrivere gialli… Altrimenti il tuo pubblico si “destabilizza”! Così lo scrittore è un po’ ingabbiato. Ma a me piace seguire la mia strada immaginaria, e se un giorno mi viene in mente una storia “rosa”, voglio poter avere la libertà di scriverla. Certo, magari a posteriori, mi renderò conto che quello “rosa” non è il genere più adatto alle mie capacità, e tornerò a scrivere altro.
Ma, per tornare, alla regola dell’etichetta… Quello che mi lascia basita è la sua rigidità. Un autore che ha avuto successo con un romanzo esoterico, vedi il celebre Dan Brown, non può che continuare a sfornare romanzi esoterici per l’eternità. Che noia! Il bello del “mestiere di scrittore” è proprio questo: poter cambiare. Oggi scrivo – e quindi sono, un accattone ricoverato sotto ponte Sisto, e domani un uomo d’affari che sale sul suo Jet personale diretto a Dubai.

D. Le catacombe è un luogo insolito dove ambientare un thriller, come ti è venuto in mente?
R. Le catacombe esercitano su di me un grande fascino, fin da quando ero piccola. Crescendo e studiando, ho Catacombe di Romascoperto che su di esse girano molte mistificazioni – di cui parlo anche nel libro, e quindi mi è sembrato interessante condividere con i miei lettori queste mie conoscenze. L’ho fatto usando il genere del Thriller perché un saggio sarebbe stato di sicuro meno piacevole da leggere e avrebbe coinvolto meno. Avevo già seguito questa stessa strada quando ho scritto La Profezia della Stella. In quel caso mi interessava conoscere meglio i primi anni della diffusione, in Palestina, del messaggio cristiano. Ho letto montagne di saggi (perfino la Bibbia ebraica e i Testi del Mar Morto), ma ai miei lettori ho poi riproposto quello che avevo appreso sottoforma di Thriller, di sicuro più godibile e… digeribile.

D. Inquietante Delitto in Vaticano, la storia è veramente molto avvincente e intricata, ma anche il luogo e i protagonisti sono importanti, secondo te qual è il giusto mix?
R. Io credo che non esistano “formule magiche”. Secondo me l’incipit e poi il nucleo sono la fantasia, l’immaginazione dello scrittore. Poi entra in gioco la “comunicazione”. È come quando un giornalista va a una conferenza stampa o legge una notizia di agenzia: il suo compito poi è comunicare in un articolo con il suo lettore; trasformare il materiale che ha avuto di base. Così lo scrittore, il suo talento è trasformare ciò che la La Profezia della Stellasua creatività gli ha regalato in un contenuto interessante, avvincente, commovente, coinvolgente… per altri.
Un giorno inciampo in una storia, e da quella poi scaturiscono situazioni e personaggi. E ti dirò una cosa che forse ti farà sorridere: spesso l’intento dello scrittore non è poi così determinante. I personaggi anzi si impongono a lui: rifiutandosi di morire, di restare su un piano secondario, e così via. Quindi il mix è più teorico che pratico. Lo si può anche stabilire all’inizio di una scrittura, ma poi…

D. Nei tuoi romanzi ci sono sempre molti personaggi, ma non manca mai un persona lgbtq, perché?
R. Bella domanda! Io sono una donna che ama e stabilisce relazioni d’amore con donne. Come vedi non mi definisco né “lgbtq” né altro. Perché? Detesto le etichette, i ghetti, soprattutto quando queste vogliono catalogare sfere interiori della persona, quali i sentimenti, l’affettività e la sessualità. Dal mio primo romanzo, pubblicato da Gremese nel 1997, Gli insofferenti, ho sempre scelto di far muovere le persone “lgbtq” insieme al “resto del mondo”, tra i cosiddetti “etero”, proprio per non disegnare un universo ghettizzato che è del tutto Gli Insofferenti fittizio e poco auspicabile. Il nostro vicino di casa, la nostra collega, il nostro avversario a calcetto possono essere “persone lgbtq”, quindi perché non inserire la loro esistenza in un romanzo? Perché affannarsi a far finta che non esistano? Ci sono e quindi è normale che tra venti personaggi uno di loro sia un Gay, una persona Trans o…

D. Rimaniamo sui personaggi, sono sempre ben delineati, anche quando si tratta di semplici camei, nascono dai ricordi, da incontri o…?
R. Posso ridere? È da quando ho pubblicato il mio primo libro, vent’anni fa, che mi sento fare questa domanda. Legittima per altro, ma… È come se il lettore non riesca a capire l’indubbia libertà di cui gode la creatività di uno scrittore. Egli ha una libertà che, in modo quasi blasfemo, oserei definire “divina”. Colui che inventa storie e, quindi, i personaggi che vi si muovono, ha la facoltà di creare “esseri immaginari” con caratteristiche e attributi del tutto avulsi da un contesto reale. Oppure può disegnare personaggi compositi, che raccolgono in sé peculiarità di fantasia unite a qualità di esseri umani realmente incontrati dallo scrittore. Ma poi di quest’ultimi cosa ha davvero appreso chi scrive? Quei tratti del carattere, che poi confluiranno in un personaggio, sono davvero reali o sono solo frutto di ciò che ha colpito i sensi dell’autore?
Concludo confidandoti che, non solo ai miei lettori, ma anche a me è capitato di innamorarmi di un mio personaggio. Lumia, una donna di cui ho scritto appunto in Gli Insofferenti, e vuoi sorridere? Era completamente, assolutamente frutto della mia immaginazione.

D. Ed infine, a cosa stai lavorando ora?
R. Come al mio solito, ho “in cantiere” tre diversi progetti, che in realtà poi sono quattro. Ma non so davvero su cosa mi concentrerò fino a concluderlo. Uno scrittore è un umano, soffre di noia ed è soggetto a passioni, e può capitargli quindi di abbandonare una storia per un’altra. E poi patisce anche di rimpianti per tutte quelle storie lasciate…
Credo che comunque la priorità ora spetti al seguito di “Inquietante”, e ti confido che ce n’è già uno pronto, ma… Ma dipenderà dal mio editore, la Newton Compton, stabilire i tempi della sua pubblicazione. Comunque sto già lavorando a un’altra “puntata” che spero piacerà a chi ha amato le avventure/disavventure di Nicola, Marion, Sara & co.

Chi desidera conoscere meglio l’autrice può visitare il suo blog o quello di Inquietante delitto in Vaticano.




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