In pensione a 65 anni, senza penalizzazioni, per chi ha più di 30 anni di contributi: è una questione di equità
La riforma Fornero non può scaricare sui lavoratori più anziani il peso di errori e scelte compiute negli ultimi decenni. Se sacrifici devono essere, che lo siano per tutti: chi ha oltre 30 anni di contributi merita di andare in pensione a 65 anni, con un assegno dignitoso e senza penalizzazioni.
Trovo profondamente ingiusto che, in termini di età pensionabile e di assegno previdenziale, a rimetterci debbano essere proprio quei lavoratori che sono entrati nel mondo del lavoro negli anni Ottanta, quando le regole erano completamente diverse da quelle attuali.
Abbiamo iniziato a lavorare facendo affidamento su un sistema previdenziale che prevedeva la pensione di anzianità a 65 anni e un sistema retributivo capace di garantire un assegno strettamente legato all’ultima retribuzione percepita. Un sistema che, per chi aveva maturato una lunga carriera contributiva, assicurava una pensione sostanzialmente corrispondente all’ultimo stipendio, anche considerando il diverso trattamento delle ritenute previdenziali.
Poi le regole sono cambiate. E sono cambiate più volte.
La Legge Fornero può essere considerata, nel bene o nel male, una delle conseguenze delle trasformazioni del mercato del lavoro e del sistema previdenziale. Ma applicare indistintamente nuove regole a chi ha iniziato a lavorare più di trent’anni fa significa ignorare una differenza fondamentale: chi entra oggi nel mondo del lavoro lo fa conoscendo le regole del sistema; chi ha iniziato più di trent’anni fa ha costruito la propria vita sulla base di regole completamente diverse.
Per questo considero profondamente ingiusto, nei confronti dei lavoratori più anziani, continuare ad alzare l’asticella dell’età pensionabile oltre i 67 anni e, contemporaneamente, accettare che l’assegno previdenziale possa essere di un centinaio di euro inferiore rispetto all’ultima retribuzione percepita durante la vita lavorativa.
Il tutto mentre c’è chi è andato in pensione soltanto pochi anni prima, riuscendo a evitare la mannaia della Fornero.
Ma c’è un’altra questione che non può essere ignorata.
Se in Italia si fanno sempre meno figli e quindi diminuisce progressivamente la platea dei futuri lavoratori chiamati a finanziare il sistema previdenziale; se una parte delle risorse pubbliche è stata destinata negli anni a una lunga serie di misure assistenziali, bonus e provvedimenti temporanei; se quello che un tempo veniva considerato un diritto acquisito oggi viene liquidato come un privilegio appartenente a un’altra Italia, allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: se sacrifici devono essere, che siano sacrifici per tutti.
Non è accettabile chiedere sempre e soltanto a chi lavora da oltre trent’anni di pagare il conto delle scelte compiute nel passato.
Se non è materialmente possibile far tornare al lavoro coloro che sono andati in pensione con 18 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio, almeno si riconosca una forma di tutela a chi oggi ha alle spalle più di 30 anni di contributi.
Non si tratta di chiedere privilegi. Si tratta di chiedere equità.
Per chi ha trascorso una vita al lavoro, cambiando continuamente le regole del gioco mentre era già in corsa, non può essere sempre previsto un nuovo sacrificio: qualche anno in più di lavoro, qualche centinaio di euro in meno di pensione, qualche diritto in meno rispetto a chi è andati in pensione prima.
La Legge Fornero può forse essere accettata da chi oggi entra nel mondo del lavoro, perché i neoassunti si affacciano sul mercato conoscendo fin dall’inizio le nuove regole previdenziali e possono contare su strumenti che trent’anni fa semplicemente non esistevano: maggiore flessibilità dell’orario di lavoro (smart working, Legge 104, congedi, permessi vari), forme di previdenza complementare e una maggiore consapevolezza della necessità di costruirsi autonomamente una parte della propria sicurezza previdenziale.
Ma non si può pretendere di applicare la stessa logica a chi ha già alle spalle più di trent’anni di onorato lavoro.
Questi lavoratori hanno iniziato a lavorare quando il patto previdenziale era un altro. Hanno versato contributi per decenni facendo affidamento su regole diverse, su aspettative diverse e su un sistema nel quale la pensione rappresentava il naturale approdo di una lunga carriera contributiva.
Non è accettabile cambiare le regole quando la partita è ormai quasi finita e pretendere che chi ha corso per trent’anni continui a correre perché qualcuno, nel frattempo, ha spostato il traguardo.
Se il sistema previdenziale deve cambiare, cambi per chi inizia oggi. Ma chi ha già versato oltre 30 anni di contributi deve essere tutelato.
A chi ha più di 30 anni di lavoro alle spalle non si chieda un altro sacrificio: si riconosca il diritto alla pensione a 65 anni, senza penalizzazioni e con un assegno dignitoso.
Perché la previdenza non è soltanto una questione di conti pubblici. È una questione di equità, di dignità e di giustizia sociale.
