lunedì 18 agosto 2025 - Gregorio Scribano

In pensione a 64 anni! Ok, ma dove sta la fregatura?

In Italia, chi lavora guadagna meno, va in pensione più tardi e prende una pensione da fame. Non è un’opinione: sono numeri, dati concreti, confronti europei. Eppure, da anni, si continua a raccontare sempre la stessa stanca litania: “Non ci sono i soldi”. Non ci sono per migliorare le pensioni, non ci sono per aumentare i salari, non ci sono per sostenere davvero chi vive del proprio lavoro. Ma – guarda caso – i soldi si trovano sempre per quello che fa comodo alla politica.

Mentre il Governo si prepara a rimettere mano, per l’ennesima volta, al sistema previdenziale con la prossima Legge di Bilancio, tornano a circolare ipotesi di riforma che, sotto la facciata della “flessibilità in uscita”, rischiano di tradursi in nuove esclusioni e penalizzazioni. Si parla di permettere l’uscita anticipata a 64 anni a chi rientra nel regime interamente contributivo – ovvero chi ha cominciato a versare i contributi dal 1996 in poi – e soddisfa due condizioni: almeno 25 anni di contributi (che diventeranno 30 a partire dal 2030) e una pensione attesa non inferiore a tre volte l’assegno sociale, vale a dire circa 1.616 euro mensili nel 2025. Requisiti che moltissimi lavoratori italiani, specie quelli con carriere discontinue o stipendi bassi, non raggiungono neppure lontanamente. E per chi ha alle spalle una vita lavorativa fatta di precarietà o contribuzione mista? Ancora una volta penalizzato?

Sembrerebbe di no. Infatti tra le proposte più concrete allo studio del Governo c’è l’ipotesi di estendere questa finestra di uscita anche a chi ha una carriera contributiva mista. 

Ma dove sta la fregatura?

Presto detto. Il Governo sta valutando la possibilità di usare il Tfr per integrare la pensione e raggiungere la soglia minima richiesta. In altre parole, dopo una vita di lavoro, lo Stato chiede al cittadino di rinunciare anche a quella liquidazione che dovrebbe rappresentare un minimo paracadute.

Un messaggio chiaro: Arrangiati. Pagati da solo la pensione, perché le casse dell'Inps e quelle dello Stato sono vuote!

Ma davvero non ci sono i soldi per pagare le future pensioni?

La verità è un’altra. I soldi ci sono, ma vengono dirottati altrove. Per esempio:

  • i contributi Inps versati dai lavoratori, utilizzati per finanziare pensioni sociali e d'invalidità, casa integrazione, bonus, ecc;
  • miliardi per acquistare gas liquido dagli Stati Uniti a prezzi maggiorati;

  • fondi per armamenti e missioni militari;

  • superbonus gestiti in modo scriteriato che hanno arricchito pochi e messo in ginocchio i conti pubblici;

  • stipendi e vitalizi d’oro per una classe politica e dirigenziale sempre più scollegata dalla realtà;

  • salvataggi lampo per banche e grandi imprese “amiche” che sbagliano, ma non pagano mai.

E allora basta con la favoletta dell’austerità selettiva. Se l’Italia non ha i soldi per dare dignità a chi lavora, allora dovrebbe smettere di trovarli per ingrassare privilegi e clientelismi. Non si può più chiedere pazienza a chi porta avanti questo Paese con stipendi da 1.200 euro al mese e la prospettiva, a 67 anni (forse 70 domani), di una pensione che non copre neanche l’affitto.

Il sistema è marcio, e non per colpa della demografia.

Ci raccontano che la colpa è dell’invecchiamento della popolazione, della denatalità, dell’allungamento della vita. Ma guarda caso questi problemi li hanno anche Francia, Germania, Spagna, eppure lì si va in pensione prima, si guadagna di più e lo Stato garantisce una sicurezza sociale ben più robusta. La differenza è politica. Lì si fa l’interesse dei cittadini. Qui, si protegge la casta e si scarica tutto sul lavoro dipendente, precario, sottopagato.

Il risultato? I giovani fuggono, i lavoratori invecchiano sul posto di lavoro e gli anziani devono scegliere se mangiare o pagare le bollette.

È tempo di una svolta, non di toppe.

Il dibattito sulla pensione a 64 anni non è che l’ennesima toppa su un vestito logoro. Servirebbe una riforma strutturale, equa, che redistribuisca le risorse, che metta al centro la dignità del lavoro e della vecchiaia. Ma per farlo serve volontà politica. E quella, purtroppo, non si compra. Nemmeno con il Tfr.

Fino a quando chi lavora sarà trattato come un peso e non come la colonna portante del Paese, l’Italia continuerà a scivolare. Non per colpa della crisi. Ma per scelta.




Lasciare un commento