martedì 17 febbraio - Aleandro

Il vuoto d’aria di una generazione: il malessere dei diciannove anni

L’orizzonte visto dalla cabina di pilotaggio

Dall’alto, il mondo sembra ordinato, una scacchiera di luci e geometrie. Ma quando si scende a terra, e si tolgono le cuffie da pilota per rimettersi i panni di un diciannovenne nel 2026, la prospettiva cambia radicalmente. C’è una turbolenza silenziosa che non appare sui radar, ma che scuote le fondamenta della mia generazione: un malessere che non è semplice "ribellione giovanile", ma una vera e propria crisi di coordinate.

La critica di una realtà "fuori fuoco"

Come scrittore e critico letterario, sono abituato a sezionare le parole, a cercare il senso profondo dietro la forma. Oggi, la narrazione che ci viene offerta è piatta. Siamo immersi in una società che ci vuole performanti, pronti al decollo prima ancora di aver imparato a rullare sulla pista.

Il malessere che sento, e che leggo negli occhi dei miei coetanei, deriva da questo scollamento:

• L’iper-connessione isolante: Siamo la generazione più connessa della storia, eppure la più sola. Viviamo in un "eterno presente" digitale che cancella la profondità della riflessione critica.

• L'estetica del successo: Ci viene chiesto di essere "personaggi" prima ancora di essere persone. Se non pubblichi il tuo successo, non esisti. Ma cosa resta quando lo schermo si spegne?

La letteratura come paracadute, il volo come fuga

Per molti la scrittura è un esercizio di stile; per me è l'unico modo per dare un nome al vuoto. La critica letteraria mi insegna che ogni epoca ha avuto il suo male del secolo, ma il nostro è un male peculiare: è il male dell'eccesso. Troppe informazioni, troppe aspettative, troppa fretta.

Pilotare un aereo mi ha insegnato la disciplina del limite. In volo non puoi barare: o conosci le regole della fisica, o cadi. La vita sociale, invece, è diventata un gioco di specchi dove la verità è opzionale. Questo disorientamento crea una nausea sottile, un senso di inadeguatezza che molti di noi affogano nel silenzio o nell'apatia.

Una chiamata alla resistenza intellettuale

Non scrivo queste righe per autocommiserazione. Lo faccio come atto di critica verso un sistema che ci preferisce consumatori passivi piuttosto che pensatori critici. La gioventù non è una "colpa" da espiare né una sala d'attesa; è il momento in cui dovremmo avere il diritto di sbagliare rotta senza che il mondo ci consideri dei falliti.

Dobbiamo tornare a leggere tra le righe, a rivendicare il tempo della riflessione lenta e, se necessario, ad avere il coraggio di dire che questo modello di felicità precotta non ci appartiene. Forse, solo allora, quel malessere smetterà di essere un peso e diventerà la spinta per un nuovo, autentico decollo.

 




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