venerdì 29 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Il potere perverso del “maschio selvatico”

Le controverse tesi di Claudio Risé sul tema della mascolinità continuano a suscitare dibattito. Vediamo perché in questo articolo scritto da Pietro Flavi sull’ultimo numero della rivista Nessun Dogma.

Nel contesto italiano, una voce che ha saputo guadagnarsi un certo prestigio sul tema della mascolinità è stata quella dello scrittore, psicoterapeuta e giornalista Claudio Risé, grazie alla pubblicazione del suo libro Il maschio selvatico nei primi anni novanta del secolo scorso, fonte d’ispirazione per la nascita di un gruppo omonimo, “I maschi selvatici”, appunto. L’idea di fondo espressa nel testo è quella per cui le società umane debbano rispettare le differenti peculiarità psicologiche e comportamentali che donne e uomini posseggono, se intendono vivere e prosperare. Nello specifico, i maschi necessitano di essere educati alla conoscenza del proprio “lato selvatico”, che identificherebbe il luogo simbolico in cui dimorano i loro istinti, i quali sono indirizzati da forze contrastanti: amore e odio, altruismo ed egoismo, armonia e conflitto, pace e violenza. Solo la piena consapevolezza di questi elementi estremi permetterebbe di averne il controllo, e di utilizzare la loro energia primordiale a proprio vantaggio, per fortificare sé stessi, coltivare la propria individualità e migliorare il mondo circostante.

Nel corso della sua “civilizzazione” però, l’occidente ha farisaicamente bandito la selvatichezza, ritenendola ora inservibile al benessere collettivo, ora pericolosa alla tenuta di un ordine sociale che è andato costituendosi sulle basi del conformismo e delle logiche di potere. Il risultato di questo processo avrebbe avuto così pesanti ricadute sugli uomini, che sono divenuti mentalmente infiacchiti e impauriti, e sulla società, che è succube di quella violenza che i tabù avrebbero voluto estinguere, ma di cui hanno solo ed esclusivamente esacerbato la portata e la virulenza.

Così sommariamente delineata, la narrazione sembra solo un poco eccentrica, con il suo mix di richiami alla natura e alla psicanalisi, ma agevolmente collocabile nell’alveo dell’essenzialismo, cioè della corrente di pensiero (storicamente dominante) secondo cui il sesso, la biologia, determina il genere, cioè i ruoli sociali. Non stupisce infatti che l’asimmetria di potere tra uomini e donne non sia negata, ma nemmeno trattata.

A voler spingersi oltre l’alzata di spalle però, possiamo notare che alcuni dei motivi espressi dall’autore hanno una discreta assonanza con altri ben più antichi, e risalenti almeno alla fine dell’ottocento, quando l’avanzare dei cambiamenti socio-economici e la nascita delle prime istanze femministe produssero un sommovimento della società occidentale e delle certezze di cui essa era portatrice, comprese quelle riguardanti il genere. L’insieme di ricerche che hanno concettualizzato la maschilità quale risultato di una costruzione sociale, e che sono usualmente definite con la dicitura men’s studies, hanno mostrato che per i contemporanei della belle époque non era inusuale venire terrorizzati dalle grida di allarme di chi vedeva nella propaganda antimodernista l’unico modo per salvarsi da una degenerazione diffusa della popolazione maschile, tra le cui fila si propagava l’“uomo ipercivilizzato”, un bieco figuro narcotizzato dalla mediocrità della vita urbana.

Da qui, le connessioni e le tematiche esplorabili sono molteplici. Dalle interpretazioni del corpo virile secondo canoni estetici, morali e medico-scientifici, si potrebbe procedere ad analizzare la genesi dello sport moderno, o il ruolo che la prestanza fisica ha avuto nelle autorappresentazioni del proletariato, o della comunità nazionale e dei gruppi nazionalisti dei primi decenni del novecento, e altro ancora. In questa sede non è certamente possibile dilungarsi, ma forse non è neanche troppo utile, perché ho l’impressione che l’aspetto più importante sia intuibile al di là delle fonti bibliografiche.

Nella mia esperienza personale, non vi è stata una sola volta in cui ho parlato del pensiero di Risé e del maschio selvatico, senza notare un guizzo di stupito interesse nell’ascoltatore. Visi che fino a un momento prima sembravano crucciarsi al sentire anche un solo vago riferimento al genere, abbozzano sorrisi e si lasciano sfuggire mezze risatine, mal dissimulando una certa curiosità che – forse – reputano sconveniente. Risé probabilmente mi risponderebbe con fare serafico che tutto questo è una prova che la selvatichezza è stata repressa, ma che è ancora conservata gelosamente dagli uomini, e che essi, e la società tutta, ben conoscono il suo profondo valore. Da parte mia, sono più portato a credere che il solo fatto di proporre una concezione della mascolinità sia già di per sé un elemento capace di catturare l’attenzione delle persone, in un momento in cui risulta essere un argomento in qualche modo inflazionato, ma assai poco approfondito.

Chi mastica anche solo un poco le tematiche connesse al genere, sa che il maschile è stato, ed è tuttora, l’“universale”, cioè il metro con cui stabilire le norme, i principi e i rapporti di forza nelle nostre società. Chi invece ha una dieta che non prevede simili contenuti, non è comunque all’oscuro del fatto che parlare di donne e uomini significa riferirsi a un’asimmetria. Stante il gap di genere del nostro paese, neanche il più scanzonato degli ottimisti potrebbe affermare che questa consapevolezza diffusa sia bastevole, ma c’è chi è convinto che sia l’unico elemento di cui la politica e la cittadinanza abbiano bisogno, rappresentando così in senso stretto un punto d’arrivo più che di partenza. Insomma, i maschi comandano, gli altri – le donne, e tutti quei soggetti che deviano dai ruoli di genere e dagli orientamenti sessuali ortodossi – sono comandati. La possibilità di dire qualcos’altro pare inutile, se non inopportuna.

Si potrebbe essere d’accordo a patto di essere completamente digiuni di come, nel corso dei secoli, la mascolinità sia stata elaborata per essere un riferimento etico comprensivo di buona parte di quanto consideriamo mirabile, come lo spirito di sacrificio, la determinazione, la rettitudine, la laboriosità, la morigeratezza, l’autocontrollo e il coraggio. Una costruzione tanto affascinante quanto astratta, e quindi potenzialmente adattabile a contesti di vita anche molto differenti, legittimata da realtà nazionali diversissime e nemiche. Evitare di elaborare questi aspetti non porta a una maggiore consapevolezza del dominio patriarcale, ma solo all’incapacità di digerire una sua parte molto amara: che sotto il profilo simbolico e valoriale, ci sono tanti elementi della mascolinità tradizionale che ci piacciono e ci confortano, perché non li interpretiamo come direttamente ed esclusivamente connessi a dinamiche di potere e sopraffazione. Il nocciolo della questione non è dunque quello di parlare positivamente della virilità, ma di riuscire a definirla in positivo, con contenuti che siano effettivamente alternativi a quelli che s’intende rinnegare.

Nell’economia del discorso, il maschio selvatico si inserisce qui, come una tra le tante rappresentazioni maschili che popolano il nostro immaginario: il soldato che si batte strenuamente per la patria; l’operaio che guadagna il proprio salario con il sudore della fronte; Jack che si immola per far rimanere Rose sul pannello galleggiante dopo l’affondamento del Titanic; o, per quanto mi riguarda, il supereroe che pone i propri poteri al servizio del bene comune, cadendo più volte di quante potrebbe sopportare, ma rialzandosi sempre e comunque.

Certo, procedendo per questa via, il rischio di arrivare a chiedersi se il viaggio intrapreso abbia senso è molto concreto: l’opera di decostruzione sarà adesso così amplia che potremmo accorgerci che, in fondo, il genere conta meno delle persone, e che voler ricondurre queste al primo non è poi così sensato.

Pietro Flavi


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