giovedì 9 gennaio - Paolo Zaffaina

Il politico da riporto

L’attacco USA a l’Iran ha dato vita, come tradizione vuole, ad un nuovo scontro cordialmente dialettico tra due tifoserie. Da un lato s’ode il classico ma sempreverde “MUSSULMANI TERRORISTI DI MERDA” mentre dall’altro sorge come un sol grido “STATI UNITI GUERRAFONDAI” (da sostituire a piacimento con “colonialisti”, “assassini”, “e i marò?”). 

In mezzo alle due sfere di simpatizzanti si erge non a caso, gonfio, turgido e paonazzo, l’avvinazzato Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tempi difficili per l’alcolista anonimo più famoso del mondo che, tra promesse non mantenute in periodo elettorale come il ritiro delle truppe dalle guerre inutili (e sarebbe interessante conoscere quelle utili), bambini messicani maleducati che decidono di morire al confine, le elezioni del 2020 e pure in odor di impeachment, si trova ora a dover affrontare una nuova escalation delle tensioni in Medio Oriente. 

Sapere che Trump, con la motivazione di impedire una nuova deriva terroristica in occidente, ha fatto assassinare in stile hollywoodiano Qassem Soleimani, sanguinario generale iraniano nonché, casualmente, uno dei probabili candidati a sostituire Kamenei alla guida del paese, ci rende oltremodo ottimisti. Il fatto che le colonie d’oltre oceano, con l’unico scopo di difendere la pace e la giustizia (e non potremmo immaginare motivazioni diverse), decidano di attaccare uno dei paesi più potenti ed integralisti del Medio Oriente dotato di armamenti nucleari in grado di colpire ovunque ci fa decisamente sentire più sereni e dormire sonni più tranquilli. 

Pensare che tutto ciò sia attribuibile unicamente alla mente di Donald Trump offre anche simpatici momenti di ilarità alle nostre monotone giornate. 

Certo, ca’è stato l’abbattimento ad agosto di un drone americano che sorvolava gli spazi aerei iraniani (birbanti); l’attacco informatico degli USA al sistema di difesa di Teheran; il bombardamento da parte dell’Iran di due dei più grandi pozzi petroliferi Sauditi (Khurais e Abqaiq) con relativo aumento del greggio pari al 5% (il più alto mi registrato); il mancato rispetto da parte di Donald “Cabernet” Trump degli accordi nucleari con Russia, Cina, Unione Europea e, guarda a volte il caso, Iran; i nuovi accordi commerciali tra Arabia Saudita e Stati Uniti per un valore, dollaro più dollaro meno, di QUATTROCENTOCINQUANTA MILIARDI (che se hai un tesoro...); l’inettitudine del principe ereditario saudita Mohammed bin Salam capace, in questi ultimi cinque anni, di farsi deflorare ripetutamente dai morti di fame yemeniti, bontà loro, che gli hanno bloccato l’esercito di invasione lasciandolo a culo scoperto davanti un eventuale attacco iraniano (...poi trovi un amico); e ultima ma non meno interessante, la nuova amicizia tra il governo sionista e l’Arabia Saudita allo scopo di arginare (o sostituire, ma non è importante) il tentativo egemonico dell’Iran in Medio Oriente, a conferma del fatto che non è vero che Dio e Allah non fanno mai lingua in bocca; certo, dicevamo, tutti questi eventi potrebbero far supporre, anche se lontanamente, che l’attentato al terrorista (e non è un ossimoro) Soleimani potrebbe nascondere motivazioni lievemente diverse da quella della lotta al terrorismo ma così facendo rischieremmo di porci in malafede nei confronti di chi è sempre pronto ad immolare i propri giovani disoccupati virgulti per la causa della pace nel mondo. 

Chi sicuramente non è in malafede è il gota della politica italiana da Zingaretti, a Di Maio senza dimenticare Matteo Salvini i quali, parimenti all’imperatore americano, si sono eretti, tronfi e turgidi (ma tra sfere meno voluminose e compatte) nel sostenere l’operato del Cabernet Trump. Non ce ne voglia ora il senatore Salvini se, tra tutti i protagonisti del circo, ci riferiamo più nello specifico a lui. Lungi da noi il voler usare un solo pagliaccio come bersaglio, d’altro canto se da un lato l’inconsistenza ectoplasmatica di Zingaretti i cui collaboratori per interloquire oramai sono costretti a far uso di una tavola ouija e di Di Maio la cui inconsistenza, punto, dall’altro il reiterato tentativo del verde sovranista di esibire il suo acume attraverso i social ci porta inevitabilmente a focalizzarci su di lui. Il nostro, si diceva, ha commentato, con una puntualità appartenente solo ai treni nel periodo del ventennio, l’attacco americano ringraziando Trump per averci (tutti noi) liberati da un pericoloso terrorista islamico. Noto da sempre per le sue spiccate doti da riporto, il buon senatore ha mostrato anche in questo frangente un prontezza ed una agilità ideologica senza pari nello scattare a raccogliere la pallina scagliata dal potente di turno e, con medesima solerzia, nel riportarla scodinzolante e festoso. Ma il nostro aggiunge a tutto ciò delle capacità acrobatiche di tutto rispetto saltando, con un triplo carpiato senza rete, da un Putin che non gli può far elargire una mancetta di SESSANTOTTO MILIONI di euro dall’oligarca di turno in cambio di non meglio definite forniture di metano (maledette inchieste giornalistiche), ad un Trump che lo prenda in simpatia a guisa di un tenero animaletto domestico nella speranza di potersi finalmente accucciare ai piedi di qualcuno che se ne occupi senza cacciarlo a calci in culo al primo fastidioso latrato. E’ comprensibile che il buon Salvini cerchi il padrone adatto che gli consenta la sopravvivenza simulando un’occupazione vera ma al contempo, e questo è un consiglio che ci permettiamo di offrire gratuitamente, dovrebbe far tesoro dei vecchi proverbi che sono sempre fonte di saggezza come quello che recita” il cane di due (o più) padroni alla fine è morto di fame”. E in questo periodo in cui il canile politico pullula di randagi alla disperata ricerca di adozione sarebbe d’uopo scegliersi il padrone in modo oculato perché è noto che, una volta passate le feste, il rischio di abbandono aumenta soprattutto se non si è forniti di un rispettabile pedigree. 




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