mercoledì 31 marzo - UAAR - A ragion veduta

Il papa e la pin-up: una condanna dimenticata di settant’anni fa

È il 1948. L’Italia zoppicante e ferita si sta piano piano rimettendo in moto come novella democrazia repubblicana. Ad aprile, le prime elezioni politiche per la I legislatura dei due rami del Parlamento. 

Le seconde, dopo quelle per l’Assemblea Costituente e concomitanti con il referendum che aveva visto il nostro paese abbandonare la monarchia nel 1946, che vedevano la possibilità per le donne di votare ed essere votate. E fra quel 5% complessivo di elette su 982 parlamentari c’è anche Laura Diaz, all’epoca ventottenne, sorella di quel Furio primo sindaco di Livorno dopo la liberazione, partigiana, comunista.

E tanto ricca, anzi ricchissima (media borghesia, nella realtà: il padre era un avvocato perseguitato dal regime per il suo antifascismo), tanto bella, si diceva. Tanto che L’Europeo, il rotocalco “formato lenzuolo” fondato appena tre anni prima, non mancò subito di titolarla come la pin up girl di Montecitorio. Lontani a venire i giorni del me too da un lato, meccanismi a noi tanto noti quanto drammaticamente contemporanei dall’altro, da certa stampa viene volentieri definita “la combinazione italiana tra Jean Harlow e Jean Crawford” tacendone al contempo la tenacia, le oltre quarantamila preferenze ricevute, l’impegno assiduo che l’avrebbe vista deputata per quattro legislature, il suo essere “una delle oratrici più seguite e una delle poche donne che non ha mai patito di complessi d’inferiorità verso i suoi colleghi”.

Di sicuro però con alcuni dei suoi colleghi parlamentari, soprattutto dei giorni nostri, ha in comune qualcosa: una condanna penale, ricevuta proprio il 30 marzo di settant’anni fa, nel 1951, in questo misconosciuto anniversario che però nel nostro piccolo riteniamo valga la pena ricordare.

Tristissima fama si è acquistata la on. Laura Diaz. In un comizio, tenuto a Ortona il 12 giugno 1948, ebbe ad affermare che il Papa aveva «le mani grondanti di sangue». Deferita all’Autorità Giudiziaria, con vigliaccheria pari solo alla sua spudoratezza, negò l’autenticità della frase incriminata (…) Tuttavia, sia pure con non poco ritardo, la giustizia si è fatta strada (…) la Diaz è stata condannata a otto mesi di reclusione per «offesa e ingiuria contro la persona del Sommo Pontefice». Naturalmente col beneficio della condizionale.

Così scrive di lei Tommaso Toschi, uno dei “frati volanti” che il cardinal Lercaro, allora arcivescovo di Bologna, manderà poi in giro a evangelizzare con liturgie itineranti (e ad opporsi in strada e nelle piazze ai comunisti) in Fiat 1100 e muniti di altoparlante.

Il Papa è Pio XII, il sangue è quello del popolo ebraico. A sporgere denuncia contro la Diaz direttamente la Azione Cattolica, amplificata dalle colonne dell’Osservatore Romano con la susseguente ondata di sdegno nazionalpopolare. Denuncia dovuta, a sentire i coevi commentatori sul fronte opposto de L’Unità (che titola Calunnioso falso del Vaticano contro la compagna Diaz), a mero risentimento per la bruciante sconfitta alle elezioni amministrative di un paio di mesi prima, e frase incriminata smentita peraltro dalla stessa Laura: «Io non ho mai pronunciato detta frase: ho solo svolto lecita critica politica ad atteggiamenti politici assunti dal Pontefice, così come è diritto di ogni cittadino», critica che imputava al Pacelli la mancata opposizione con il doveroso impegno e fervore allo sterminio nazista; a paragone inoltre con simile inerzia di quei giorni del 1948 per la situazione palestinese.

Denuncia che prosegue senza sforzi, ottenendo dal Parlamento la necessaria autorizzazione a procedere contro “frasi ingiuriose e volgarissime”, contro le quali sarebbe stato necessario procedere, perché eccedenti la pur aspra critica politica, “perché non si dica che alcuno, soprattutto una donna, abbia pronunciata una frase di tal genere con coscienza e volontà”. Anche se il Papa non ha bisogno di essere difeso, perché “poco fango non ha la forza di oscurare il sole”, è necessario processare la Diaz, è necessario che “chi non crede senta profonda la forza e la luce del Credo”, leggiamo dalla relazione di maggioranza. A firma di un tale Scalfaro (sì, lui).

A nulla valgono le pur illustrissime difese della Diaz, curate dal già ministro della giustizia del biennio costituente, Fausto Gullo. Quella che quando quasi sessantanni più tardi, al momento della sua morte, verrà definita da Giorgio Napolitano “bellissima figura di moderna donna politica, mai chiusa in alcun settarismo e sempre aperta al nuovo”, nel 1951 viene condannata, come già ci ha spoilerato il frate volante, a otto mesi con la sospensiva condizionale. “Tanti sorrisi, poche emozioni”, titola la stampa che oltre che blasfema la vuole pure algida e sprezzante. Blasfema, algida e comunista: ma che comunque “indossa un tailleur color tabacco molto commentato dalle signore di Chieti”.

Settant’anni dopo, oggi, nel prismatico succedersi di progresso e regresso, il vilipendio è stato depenalizzato, ma un Oliviero Toscani con il suo paragonare le chiese barocche a club sadomaso è stato condannato a quattromila euro di sanzione, giusto per citare uno degli ultimi esempi balzati agli onori della cronaca. Dio non esiste non si può scrivere sugli autobus, Vivere bene senza D ha subito sette anni di censura, per guardare solo in casa Uaar. E Bergoglio non sarà forse paragonato direttamente al sole ma a tasso di acriticità massmediatica se la gioca persino con Roncalli, figuriamoci con Pacelli. Per non parlare dei tailleur, signore care: a tre bottoni della Merkel o blu acceso come per la nostrana Boschi, almeno adesso sappiamo che potrebbe essere poco appropriato parlare di vestiti e non di contenuti politici. E continuiamo comunque imperterriti a farlo.

Gli anniversari di eventi sia lieti che tragici come di piccole curiosità di costume, quale potrebbe essere considerata quella di oggi, servono in ogni caso a farci ricordare e a imparare dal passato prima, a trarne indicazioni per il futuro poi. E mai come oggi la lentissima ma oltremodo necessaria bonifica dal clericalismo delle nostre istituzioni, dei nostri tribunali, del nostro parlamento così distante dalla società complessa e complessiva che vorrebbe rappresentare, così come la battaglia per una compiuta libertà di coscienza e di espressione, appaiono in drammatica, evidente e diacronica continuità anche con quel marzo abruzzese di tanti anni orsono.

Adele Orioli

 

 




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