venerdì 17 ottobre 2025 - Fabio Della Pergola

Il palestinismo come paradigma dell’altermondialismo

Tempo addietro, alla partenza della Global Sumud Flotilla per Gaza, avevo azzardato un paragone con i fatti di Genova 2001

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Un momento degli scontri avvenuti a Seattle, il 30 novembre 1999, in occasione della conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio

Il gruppo di manifestanti di oggi che si è lanciato a violare il blocco navale israeliano ha agito come allora le Tute bianche di Luca Casarini declamarono la volontà di sfondare la zona rossa imposta dal governo a protezione del G8 lì convocato.

L’avventura della Flotilla, in sé molto temeraria e pericolosa, visto che al governo di Israele c’è gente animata da tendenze decisamente muscolari, è finita molto meglio di quanto si temeva, a differenza delle drammatiche giornate di Genova di ventiquattro anni fa.

Ma il paragone fra i due fatti a mio giudizio resta valido.

Un ulteriore tassello che rinforza questo paragone viene dalla riflessione che, come la contestazione dei no-global di Genova aveva un respiro internazionale e si fondava appunto in una contestazione della globalizzazione economica (oggi paradossalmente messa in crisi da Donald Trump), la stessa dimensione globale viene ormai attribuita al conflitto israelo-palestinese.

Mi ci ha fatto riflettere un pensiero di Guido Vitiello nella sua rubrica, “il Bi e il Ba”, su Il Foglio citando frasi del comunicato con cui le associazioni palestinesi in Italia hanno tentato il bilancio della grande mobilitazione: “Israele è un laboratorio di repressione globale… Le lotte si sono unite. La liberazione della Palestina è parte delle lotte sociali in Italia”. Questo spiega alla fine quello che fino a oggi era abbastanza inspiegabile: l’apparizione delle bandiere palestinesi anche nelle vertenze sindacali.

«È la “rivoluzione globale” – scrive Vitiello - invocata da una delle più alacri diseducatrici civili di questa stagione, Francesca Albanese, e non è certo un’idea nata ieri».

E ancora, riferendosi proprio a Genova 2001: «la saldatura tra le due cause [fatti di Genova e mobilitazione di oggi] è antica, in questa sua forma precisa risale all'altermondialismo dei primi anni duemila. Fondamentale un lungo articolo di Etienne Balibar [filosofo politico francese allievo di Althusser] del 2004 che sosteneva (come ha ripetuto pochi giorni fa) che quella palestinese è la grande causa rivoluzionaria globale».

L’articolo di Balibar citato (pubblicato su Le Monde diplomatique del maggio 2004) è lungo, molto articolato e, come sempre accade, ricco di curiose dimenticanze e di affermazioni discutibili. Ma portatore anche di questo concetto che ci fa forse interpretare meglio il motivo per cui la guerra di Gaza, al contrario di altri conflitti più duraturi e anche più cruenti di questo (si pensi al Congo che ha avuto le stesse vittime di Gaza moltiplicate per 120), ha avuto e gode tuttora di una copertura mediatica così eccezionale e di altrettanto eccezionale reazione emotiva di massa.

In un articolo avevo sostenuto che esse dipendevano dal fatto che questa guerra, a differenza di altre, “vende bene”; trova cioè una sensibilità pubblica e una recettività che non emergono affatto quando si tratta di altri conflitti. Cosa che mi pare assolutamente evidente.

Il motivo di questa disparità emotiva – in tanti, in assoluta buona fede, si strappano i capelli per “i bambini di Gaza” e non hanno battuto ciglio per decenni per “i bambini ceceni, afgani, yemeniti, eritrei, sudanesi, siriani, congolesi” eccetera – mi sfuggiva e non mi suonava del tutto sufficiente la solita risposta che questa guerra ci interessa perché “Israele siamo noi”, noi occidentali, (se siamo noi dov’erano le folle entusiaste per le proposte di pace avanzate nel passato da Israele? E dove le folle sdegnate, le università occupate, le piazze in subbuglio per il massacro del 7 ottobre?).

La realtà israelo-palestinese, insomma, sarebbe nient'altro che il paradigma dello scontro tra Occidente e Non-Occidente, qualunque cosa sia il Non-Occidente: i popoli oppressi, quelli soggetti a forme di colonizzazione economica, i Brics e così via. Tutto ciò che “sta di là”. Di là dagli Usa, dalla Nato, dall’Unione Europea, dall’attuale governo italiano, dai moderati di centro, dai riformisti del PD e così via fino alle femministe che contestano la centralità alterista delle #metoo in stile Judith Butler o a chi denuncia una assai sospetta simpatia per le ragioni di Putin.

È proprio il mondo politico altermondialista dei primi anni Duemila (ricordo alla grande manifestazione di Firenze contro la guerra in Iraq un grande cartello con Osama Bin laden nei panni di Che Guevara) che ha trovato la “sua” causa nuova nella guerra di Gaza. E poco gli importa che siano stati proprio i miliziani gazawi di Gaza (seguiti da non pochi civili entusiasti) a riversarsi sui kibbutz del sud di Israele a caccia di prede umane. La risposta è pronta: si tratta di una “reazione all’oppressione dell’occupazione”, come garantisce l’ormai onnipresente Francesca Albanese (e poco le importa che sia una reazione suicidale come mai si è vista prima).

Se già la protesta no-global di un quarto di secolo fa lasciava perplessi (di fatto la povertà estrema si è ridotta drasticamente dal 42% degli anni Ottanta al 10% di oggi nonostante la crescita demografica, in particolare in Estremo Oriente e in India), il palestinismo come paradigma di una causa rivoluzionaria globale lascia assai più che perplessi.

Una causa rivoluzionaria che comprende una componente suicidale così marcata da imporre la logica degli attentatori martiri per finire con il martirizzare un intero popolo, non promette niente di buono.

Foto Wikimedia

 




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