mercoledì 20 novembre - Giovanni Greto

Il nuovo Quartetto di Marc Ribot al Vapore di Marghera

Pubblico ipnotizzato dal sound del gruppo. L’unica data italiana di un breve tour europeo di Marc Ribot, si concretizza nel piccolo, storico locale di Marghera, aperto mi pare dal 1987, ad una decina di chilometri da Venezia. Complimenti dunque ai gestori, capaci di portare un geniale chitarrista e compositore a stretto contatto con il pubblico. 

Anche se una visione totale non è possibile da qualunque posizione, tuttavia c’è una migliore familiarità reciproca, che influisce sull’artista rendendolo più generoso e più libero forse di suonare ciò che in quel momento gli viene in mente.

Ribot si siede al centro di una piccola pedana, sopraelevata, rispetto al livello dei tavolini del locale, col risultato che non si vedono con esattezza i movimenti e le posizioni delle mani sul manico della chitarra, una vecchia, vissuta Gibson, che sembra un’acustica resa elettrica. Ma si può intuire e capire l’intensità della sua ricerca stilistica. Il concerto si divide in due parti, ognuna delle quali dura circa 55 minuti. Si va dal Jazz tradizionale, ad un JazzRock sulla scia del Miles Davis di “Bitches Brew”, ad uno storico Free ben controllato. Ribot in entrambi i set parte sempre da una Ballad, vivisezionata ed eseguita con una serie di particolarità personali che la rendono fresca, nuova.

Quella del primo set è “Everything happens to me”. Ribot la suona lungamente in solitudine. La analizza e la sviluppa poi secondo ciò che gli viene in mente in quel preciso momento, curvo sullo strumento, concentratissimo. Ad un suo cenno tutti entrano con precisione e la canzone si espande nell’atmosfera, grazie al suono corposo del sassofonista, tenore in questo caso, colombiano Jay Rodriguez, che iniziò a suonare assieme a Ribot nei primi anni ’90 nelle leggendarie sessions “Groove Collective”. Note tenute a lungo, registri diversi e tutti molto efficaci. Una piacevole sorpresa è il contrabbassista Nick Dunston, di Brooklyn, attentissimo e autore di notevoli Assolo, lunghi ed ispirati. E’ un esempio dei musicisti che piacciono al leader, creativi, fantasiosi e precisi nel sostenere il Beat. Alla batteria una conoscenza di vecchia data – hanno suonato insieme per oltre 12 anni in “Spiritual Unity” e “The Ribot-Grimes-Taylor Trio”- Chad Taylor, nato in Arizona, preciso e infaticabile. Ha una posizione elegante, ben ritto sul drumset. Le mani affusolate, preferisce l’impugnatura timpanistica, non disdegnando a tratti quella utilizzata dalla tradizione bandistica, usata soprattutto dai grandi che non ci sono più : mi vengono in mente di getto, Art Blakey ed Elvin Jones.

Durante lunghe Medley ci sono anche un paio di brani di un autore poco conosciuto, che fu Maestro di Marc Ribot, il chitarrista classico haitiano Frantz Casseus (1915 – 1992); omaggi alla poetica irruenta di Albert Ayler, “Ayler Blues” e ancora “Ghost of a Chance”, “We’Re Soldiers”, “Holy Holy”, tutti innescati da Ribot nel momento in cui pensa come proseguire. Non c’è una scaletta per i compagni. E lui scartabella fogli sparsi, che poi si getta alle spalle, quando incontra ciò che lo ispirerà. Non c’è il Noise dei “Ceramic Dogs”, ed anche se affiora qualche suono distorto, non è fastidioso. Rodriguez suona spesso con molto afflato anche il flauto traverso. C’è un momento che ricorda una marcia scozzese. Ci sono cavalcate arrembanti di tutti, scatenati in improvvisazioni collettive. Graffianti Solo di contrabbasso con l’archetto. Effetti con l’archetto sui piatti dell’Hi-Hat e Assolo di batteria con figurazioni prevalentemente sui tamburi. Un senso di ossessione, ma per Ribot forse di Trance. Rodriguez accenna al sax soprano, Ribot si tocca i capelli, ha gli occhi chiusi e comincia a recitare un testo, probabilmente di protesta, muovendosi avanti e indietro sulla sedia. Sullo sfondo una specie di Blues Rurale e dopo una citazione di “When the Saints..” si passa al JazzRock con un canto morbido del sassofonista. Ribot riparte poi da solo, mi pare di riconoscere una canzone popolare sulla Resistenza. Poi un 4/4 velocissimo e swingante pone fine ad un intensissimo set. Passerà mezz’ora prima dell’inizio del secondo.

Di nuovo una Ballad famosa,- di cui persino Ribot non si ricorda il nome, mi dirà alla fine di tutto- in solitudine, poi con l’ingresso di spazzole e flauto. Si arriva ad un Afro lento, morbidamente accentato. Esplode un 4/4 velocissimo, tutti si impegnano quasi in maniera parossistica. Sono quei momenti che scavano nell’animo e nella psiche del musicista e che fanno affiorare qualcosa anche tra il pubblico. C’è un Rhythm’n Blues rockeggiante, “John Brown”, in cui tutti urlano “Fight for the People”, che si distende verso un 4/4 con Solo di contrabbasso e batteria e poi di flauto e contrabbasso, mentre le spazzole accompagnano velocissime. C’è una citazione di “Caravan” prima di una concitata conclusione, salutata da urla e boati ad allentare la tensione che si è creata. La vicinanza tra chi ascolta e chi suona spinge a chiedere ancora di più. E allora due bis : una canzone melodica ed una tradizionale cubana degli anni ’30. Si va a casa stanchi e contenti. I musicisti, pur se provati dal repertorio, dialogano amabilmente con chi gli si avvicina. Non c’è spocchia, né divismo. Ribot, stanco, sorride felice e rimane ancora nel locale, circondato dall’affetto di tutti.

Ultime riflessioni sullo stile. Frasi spezzettate, Swing, originalità espositiva lo rendono riconoscibile ad un attento ascoltatore, che lo apprezza proprio perché percepisce l’istintività e la trasparenza del musicista bravo e nello stesso tempo modesto, scevro di atteggiamenti da primadonna.




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