mercoledì 10 ottobre - Giovanni Greto

Il glorioso ritorno di Pat Martino al Cotton Club di Tokyo

Avrebbe dovuto suonare al Cotton Club ai primi di maggio, ma un’insidiosa polmonite accusata verso la fine di un tour in Spagna, lo aveva costretto a far ritorno negli States.

Nel mite autunno giapponese, attraversato dai tifoni, Pat Martino si presenta in buona salute, sorridente e con tanta voglia di suonare. Guida da sette anni un trio affiatato - Pat Bianchi all’organo Hammond B3 e Carmen Intorre alla batteria, l’affascinante CANOPUS del locale - e senza dire parola inizia il programma del primo set con “Sunny”, lo standard plurinterpretato di Bobby Hebb. Le sue improvvisazioni sono sempre deliziose. Il timbro della chitarra è asciutto, limpido. Ai suoi piedi nessuna scatoletta, come di solito si vede accanto a chitarristi di qualsiasi genere musicale.

Bello l’omaggio a Wes Montgomery, “Full House”, un 6/8 in crescendo. Riproduce il modo di accompagnare con gli accordi dello scomparso chitarrista, mantenendo tuttavia la propria identità. I solo sono molto lunghi, ma non stancano né annoiano, perché risultano fertili e pieni di idee.

È la volta di “Inside out”, un blues trascinante in 12 misure con una buona dose di groove. Si prosegue con “Duke Ellington’s Sound of Love”, l’omaggio rispettoso che Charlie Mingus fece al celebre direttore d’orchestra. È una Ballad molto dolce, trascinata dal fruscio delle spazzole e da un leggero riverbero che Pat seleziona per il suo strumento.

Un altro 6/8, in up tempo, “Footprints, tra i più bei brani del ricco repertorio di Wayne Shorter. Pat lo esegue ad un metronomo più lento rispetto alla versione originale. Il suo sguardo è chino, rivolto verso le corde dello strumento, forse per trarne ispirazione. Per tutto il concerto, Pat manterrà la medesima posizione : seduto, con le gambe accavallate. L’assolo è lungo, meditato, ma sembra sgorgare spontaneo, con facilità.

Giunti al brano teoricamente conclusivo, il solo originale, “The great stream”, registrato nel 1972, Pat presenta il gruppo. Il tema richiede attenzione, poiché presenta degli stacchi da eseguire. È un 4/4 molto veloce e ha un incedere sul B che ricorda “A Night in Tunisia”. Per la prima volta nella serata, il solo successivo al tema spetta all’organo, anziché alla chitarra. Vivace risulta la serie di breaks di 8 e 12 misure, assai prolungata, intrecciata tra la chitarra e la batteria.

C’è tempo anche per un bis. Pat seleziona una composizione del 1954 di Sonny Rollins, “Oleo”, portata al successo da Miles Davis, uno tra i musicisti più amati da Pat. Il tema viene esposto all’unisono dalla chitarra e dall’organo. Il brano cresce di intensità, allungandosi con breaks ancora più numerosi, rispetto a quelli del precedente. Intorre si toglie la giacca e dopo i breaks si scatena in un assolo in cui mette in pratica tutta una serie di esercizi, i cosiddetti rudimenti, essenziali all’apprendistato dello strumento.

Applausi meritati salutano un musicista rinato, dopo aver superato un difficile momento sanitario. Perché Pat Martino piace così tanto? Perché ha gusto, è poetico e non è mai ridondante, nemmeno nei momenti in cui le note scorrono torrenziali.

Gli appassionati italiani, potranno ascoltarlo, sempre alla guida di questo trio, a Padova il 22 Novembre, nell’ambito del consolidato festival jazz autunnale.

Photos courtesy of COTTON CLUB, Japan 
photo by Y.Yoneda




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