lunedì 30 marzo - Maddalena Celano

Il femminismo sudamericano di Manuela Saenz Aizpuru

Note sono – almeno a coloro i quali si interessano e occupano di lotte risorgimentali e di emancipazione sociale ottocentesche – le vicissitudini che portarono l’Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882), in America Latina, a lottare contro l’Impero del Brasile e per la liberazione dell’Uruguay, anche assieme alla moglie Anita (Ana Maria de Jesus Ribeiro de Silva, 1821 – 1849), la quale diverrà così l’Eroina dei Due Mondi.

Noto è anche che, ben prima di lui, un altro Eroe, un altro Liberatore, ovvero Libertador, contribuirà all’indipendenza della gran parte dell’America Latina dal giogo spagnolo, divenendo Presidente di gran parte delle neonate Repubbliche latinoamericane: Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù. Parliamo di Simon Bolivar (1783 – 1830), il quale, come Garibaldi, trovò la sua Anita nell’ecuadoriana Manuela Saenz Aizpuru (1797 – 1856), passata alla Storia come la Libertadora del Libertador.

Di tale figura femminile eroica, spesso trascurata dalla storiografia ufficiale, parlano i due saggi della studiosa Maddalena Celano, ovvero “Manuela Saenz: l’altro volto dell’Indipendenza latinoamericana“, edito da Edizioni Accademiche Italiane e che si avvale della prefazione del prof. Diego Battistessa dell’Instituto Universitario de Estudios Internacionales y Europeos Francisco de Vitoria Coordinador Académico del Máster en Acción Solidaria Internacional y de Inclusión Social dell’Università Carlos III de Madrid e “Manuela Saenz Aizpuru – Il femminismo rivoluzionario oltre Simon Bolivar” edito da Aras, testo, quest’ultimo, più divulgativo e meno accademico, rivolto ad un pubblico più ampio.

Figlia illegittima, pur dalle nobili origini; vittima di un matrimonio combinato che la porterà a divorziare in giovane età, Manuela Saenz fu – con il suo temperamento indomito e anticonformista – agitatrice politica, cospiratrice, spia, soldatessa e amante del più noto Generale latinoamericano dell’epoca, ovvero il già citato Simon Bolivar.

Maddalena Celano, nel suo saggio, che si avvale di numerose fonti storiografiche, fra cui quelle fornite dal noto scrittore e saggista uruguayano Eduardo Galeano (1940 – 2015), rileva che dal 1860, quattro anni dopo la morte, la memoria storica di Manuela Saenz venne praticamente cancellata dalla storiografia e dalla letteratura ufficiale e sarà solo merito dello storico Victor Wolfgang von Hagen (1908 – 1985) se la sua figura sarà per molti versi riportata alla luce della Storia.

Spirito ribelle quello di Manuela Saenz, la quale, cresciuta in un convento a seguito della morte della madre – Maria Joaquina Aizpuru – fuggirà da questo all’età di 17 anni, nel 1815 ed in seguito sarà costretta a sposare un medico inglese – James Thorne – come nei desideri di suo padre, il nobile Simon Saenz Vergara. Molto presto, nel 1822, si separerà dal marito, iniziando così ad abbracciare le lotte rivoluzionarie contro la dominazione spagnola dell’Ecuador – oltre che lottando per i diritti delle donne, divenendo dunque una fra le prime paladine dell’emancipazione femminile della Storia – e conobbe dunque Simon Bolivar, del quale divenne compagna sino alla di lui morte, avvenuta nel 1830.

Con Bolivar viaggiò in Perù e partecipò alla gran parte delle battaglie che porteranno alla liberazione dell’America Latina dalla dominazione spagnola. Morirà di difterite nel 1856, ventisei anni dopo il compagno e si manterrà traducendo e scrivendo lettere su commissione, vendendo tabacco e realizzando ricami e dolci su ordinazione. Sarà spesso visitata e ammirata da personaggi illustri fra i quali Giuseppe Garibaldi – che dalle gesta di Bolivar e di Manuelita trarrà ispirazione per le successive lotte risorgimentali italiane – e lo scrittore Herman Melville.

I saggi di Maddalena Celano, oltre a darci contezza della vita di questa Eroina immortale, ci presentano aspetti intimistici, profondamente romantici e a tratti persino erotici e con qualche punta di gelosia del rapporto con Simon Bolivar, attraverso un ampio epistolario – frutto dei periodi di separazione fra i due, causati dalle lotte contingenti – e fonti inedite.

Nei saggi non mancano, inoltre, analisi politologiche relative alle lotte di emancipazione femminile condotte da Manuela Saenz, le quali si sono inevitabilmente riverberate nella lotta per l’emancipazione femminile odierna in America Latina, nonché analisi relative al bolivarismo, inteso nel senso più ampio e attuale, come processo che – dall’avvento al governo del Presidente Hugo Chavez in poi – ha caratterizzato la politica sociale e socialista del Venezuela del XXI secolo.

Manuela Saenz: l’altro volto dell’Indipendenza latinoamericana“e “Manuela Saenz Aizpuru – Il femminismo rivoluzionario oltre Simon Bolivar“, sono dunque due saggi che colmano non poche lacune, se pensiamo che gli ultimi saggi su tale storica figura sono stati scritti e editati all’estero prevalentemente negli Anni ’80 e ’90, se escludiamo l’ottimo e forse unico saggio pubblicato in Italia sull’argomento: “Libertadora! – Storia di Manuela Saenz” di Toni Klingendrath, edito da Stampa Alternativa nel 2010.

Ho peraltro avuto la possibilità di intervistare l’Autrice, Maddalena Celano, al fine di conoscere, più nel dettaglio, i suoi studi in merito e l’evoluzione delle lotte d’emancipazione in America Latina.

Intervista di Luca Bagatin a Maddalena Celano, tratta da Electoradio ELECTO MAG

Cosa puoi dirci, relativamente alla figura di Manuela Saenz ?

Manuela Sáenz Aizpuru è probabilmente la “quitegna” più conosciuta dai tempi dell’indipendenza dell’Ecuador e dei numerosi paesi dell’America Latina. È nota come l’amante dell’eroe indipendentista latinoamericano Simón Bolívar, che ha incontrato a Quito e con cui ha viaggiato per tutto il continente. Anche il suo ruolo di Libertadora del Libertador è ampiamente noto. Un’onoreficenza concessale dallo stesso Bolívar, dopo che, in Ecuador, Manuelita ha scoperto un complotto contro di lui e dopo averlo salvato da un tentativo di omicidio, il 25 settembre 1828, a Bogotá, Colombia.

È stata esclusa dalla storia del diciannovesimo secolo e, nel corso del ventesimo secolo, la maggior parte degli storici ha sottolineato, fondamentalmente, la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua generosità nell’amore, nonché il suo profilo di amante [di Bolívar ].

Con tale esclusione, è stata messa a tacere, hanno nascosto il suo pensiero politico, la sua attività rivoluzionaria e la sua partecipazione attiva alla lotta per l’indipendenza dei paesi bolivariani. Per queste ragioni ho ritenuto opportuno scrivere un’opera che rispolverasse una grande protagonista del pensiero politico moderno, ingiustamente messa all’ angolo.

Che impatto ha avuto una figura simile, nella cultura dell’ epoca?

Manuela Sáenz nacque il 27 dicembre 1795 a Quito, allora parte del Vicereame del Perù, un’entità che aveva istituito la Corona Spagnola. Era una figlia “illegittima”, perché era nata da una relazione extraconiugale tra suo padre, lo spagnolo Simón Sáenz, con sua madre, María Joaquina Aizpuru, morta poco dopo la sua nascita.
Fu istruita in due conventi, ma non crebbe con la sicurezza emotiva di cui aveva bisogno. Questo la portó a sviluppare una personalità esplosiva e la tendenza a disprezzare la “prudenza” e l’ipocrisia della società coloniale.

In un video che proiettano nel piccolo Museo Manuela Sáenz, situato nel centro storico di Quito, che visitai spesso nell’ estate del 2017, spiegano che a 14 anni Sáenz subì l’impatto della prima rivoluzione dell’indipendenza di Quito. Vicino casa sua, il 10 agosto 1809, un gruppo di patrioti creoli si ribella, ignorando il Presidente dell’Udienza Reale di Quito dell’epoca, Manuel Ruiz Urriés de Castilla , e costringendolo a lasciare il palazzo del governo e proclamare la città liberata dal giogo spagnolo.

Molte donne sono state coinvolte in questo movimento, che é servito da esempio alla giovane adolescente Sáenz. Spiega che erano mogli, compagne, madri, sorelle o figlie dei patrioti, tra cui Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Josefa Tinajero, Mariana Matéu, Rosa Zárate, María Larraín, Antonia Salinas, Rosa Larrea, Manuela Quiroga, Josefa Escarcha, tra le altre, comprese le suore. Ma l’indipendenza non è durata a lungo. Un anno dopo, i realisti, che difesero la corona spagnola, tornarono al potere.

Il 2 agosto 1810 si verificó la barbarie. Secondo il resoconto del Museo Manuela Sáenz, un gruppo indipendentista di Quito fece irruzione nella prigione in cui si trovavano gli indipendentisti che erano stati arrestati. Di fronte a questa rivolta, un gruppo di soldati fece crollare il muro della prigione con un cannone e uccise i patrioti; il massacro si diffuse nelle strade e morirono oltre 300 persone.

Fu questa rivolta barbara, l’uccisione e i crimini che seguirono che portarono, per sempre, Manuela, ad odiare agli spagnoli, anche contro suo padre, che fu imprigionato, durante il breve periodo, in cui i patrioti erano al comando.

A 22 anni, Manuela si sposa, dopo che suo padre la affidó al commerciante inglese James de Thorne, che aveva il doppio della sua età. Il matrimonio si tenne nella chiesa di San Sebastián de Lima, in Perù.

Si stabilì in quella città e lì iniziò formalmente le sue azioni a favore dell’indipendenza, anni prima di conoscere il Libertador.

A Lima, insieme a un’altra ecuadoriana, Rosita Campuzano di Guayaquil, Manuela portó a termine “molteplici compiti a favore della rivoluzione”. Manuela era ben inserita nei salotti letterari e culturali dell’ epoca, era molto apprezzata dall’aristocrazia progressista e funse quindi da “stimolo” e modello per l’ emancipazione femminile.

A quando risale l’ incontro con il Libertador Simon Bolivar e cosa cambiò in lei, sotto l’ aspetto politico e esistenziale, dopo il fatidico incontro?

Il 16 giugno 1822, pochi giorni dopo la battaglia di Pichincha, arrivò a Quito, Bolívar, allora presidente della Gran Colombia, territorio che si formò con l’attuale Colombia e Venezuela e al quale in seguito si unì l’Ecuador.

Quando Bolívar entrò nell’attuale Centro Storico di Quito, Sáenz, da un balcone, lanció una corona di fiori che colpirono il petto del Libertador e lo costrinse ad alzare la testa per sapere chi stesse facendo tale dimostrazione; sorrise salutandola con un cenno del capo.

Sáenz partecipò alla festa in onore di Bolívar, ballarono insieme e lì iniziò una relazione che fu fortemente criticata a causa dello stato civile di Manuela. Ma Manuela decide di sfidare la doppia morale coloniale che conosceva bene e disprezzava.

La relazione amorosa con Bolívar fu piena di difficoltà e, soprattutto, di assenze. Il più delle volte restarono separati a causa dei molteplici viaggi del Libertador. Manuela continuó, a Quito, il suo lavoro per consolidare l’indipendenza dell’Ecuador.

Sáenz tornò a Lima, dopo la morte di suo padre a Quito, e lì fu nominata, per ordine dello stesso Bolívar, membro dello Stato Maggiore dell’Esercito Liberatore e ricevette altri titoli militari. In Perù, ha partecipato alla battaglia di Ayacucho, insieme al Generale Sucre, che, in una lettera inviata a Bolívar, in cui lo informa degli esiti della battaglia, mette in evidenza il lavoro militare svolto da Manuela.

Manuela si è distinta in particolare per il suo coraggio; “organizzando e fornendo rifornimenti per le truppe, occupandosi dei soldati feriti, battendosi sotto i fuochi nemici e salvando i feriti”, afferma Sucre nella sua lettera.

Dopo questa battaglia, Bolívar decide di offrire una promozione militare all’eroina ecuadoriana, un evento che causó terribili problemi con il vicepresidente della Colombia, il generale Francisco de Paula de Santander, che protesta e chiede che si degradi Manuela Sáenz, perché ritiene che, per i militari, sia umiliante offrire questo tipo di riconoscimento a una donna. Bolívar, ovviamente, promosse Manuela e non diede ascolto alle proteste di Francisco de Paula de Santander.

Sáenz va in Colombia e si stabilisce a Bogotà, ma la disputa con Santander diventa evidente, perció inizia a monitorarlo, scoprendo la sua cospirazione contro il Libertador. Nel 1828, nei giardini di Quinta de Bolívar, Sáenz, a una festa, spara simbolicamente all’allora vice presidente (spara ad un fantoccio che lo rappresenta), un evento che fece arrabbiare persino il suo partner sentimentale.

Il tempo ha dimostrato che Sáenz non aveva torto su Santander. Nel palazzo di San Carlos, luogo di residenza del Libertador, nel settembre del 1828, a mezzanotte, 12 cospiratori tentarono di assassinare Bolívar mentre Manuela giocava a carte. Ma Manuela già conosceva le trame della cospirazione. Perció mise al sicuro Bolívar facendolo saltare dalla finestra. Questa è l’impresa per la quale Bolívar la soprannominó “Libertadora del Libertador”.

Certamente Bolívar non morí quel giorno di settembre, ma l’esperienza di questo brutale attacco segnó il suo declino spirituale. La sua salute fu significativamente compromessa, perció costretto a darsi all’ auto-esilio.

Inizia quindi la disintegrazione della Gran Colombia, sebbene Manuela abbia sostenuto un’insurrezione per salvare il progetto di Bolívar.
Ma il 17 dicembre 1830, Bolívar muore. La morte dell’eroe ha sorpreso Manuela e la sua prima reazione fu quella di suicidarsi facendosi mordere da una vipera. Ma un gruppo di contadini riuscí a salvarla. Manuela continuò a difendere il processo indipendista. Ma, nel 1834, le viene ordinato di lasciare Bogotá entro 13 giorni, ma lei rifiuta. Viene arrestata con i suoi schiavi e rinchiusa in una prigione femminile. L’eroina fu quindi espulsa dalla Colombia e andò in Giamaica.

L’anno seguente decide di tornare in Ecuador ma, l’allora presidente Vicente Rocafuerte, la espelle anche dalla sua terra, insultandola pubblicamente.

Negli ultimi anni, per sopravvivere, si esilia a Paita e vive fabbricando dolciumi e sigari, vendendoli ai viaggiatori in un piccolo negozio e servendo da interprete per viaggiatori inglesi o francesi che arrivavano da terre lontane. Manuela morì il 23 novembre 1856, a causa di un’epidemia di difterite che colpì il porto di Paita. Fu cremata e gettata in una fossa comune. I suoi resti non furono mai ritrovati.

Manuela Sáenz fu una patriota sincera, una libera pensatrice che detestava il fanatismo religioso, una donna autonoma, profondamente consapevole delle sue azioni, fedele a suoi principi, ai suoi impegni e ai suoi sogni.

Ritieni che gli ideali liberatori ed emancipatori di Manuela Sáenz siano ancora attuali?

È urgente collocare i contributi del femminismo latinoamericano, sia come teoria politica che come filosofia pratica, all’ interno del femminismo mondiale e di tutti i movimenti emancipazionisti. Sarebbe utile ed urgente individuare i “motivi” collettivi con cui le donne latinoamericane hanno deciso di rinnovare il loro immaginario, il loro modo di essere donna. Le gerarchie di genere, il sessismo e il colonialismo si accompagnano e si rafforzano a vicenda, poiché hanno un meccanismo gerarchico comune alla base. Le donne non sono riconosciute, i loro contributi al progresso ed all’emancipazione del genere umano sono invisibilizzati. Inoltre, in questo continente, non viene elaborata la morte del novanta per cento della popolazione originaria all’inizio dell’occidentalizzazione del continente. La teoria femminista latinoamericana “classica” non parte dalla conoscenza indigena, pochissime meticce sono riconosciute nella loro storia. Il percorso di decolonizzazione intrapreso dai gruppi femministi indigeni ed autonomi è particolarmente importante per il pensiero femminista latinoamericano, perché indica l’attraversamento, non solo discorsivo, di elementi molto diversi e origininali in economia, nella corporeità e nella politica. Pertanto, il femminismo con radici indie, il femminismo lesbico e le lotte popolari stanno dando una nuova voce al femminismo latinoamericano. Le donne si riconoscono attraverso la loro storia, ma l’ostacolo più difficile nella ricostruzione di tale storia, dell’America Latina, è ignorare la morte del novanta per cento delle popolazioni aborigene all’inizio dell’occidentalizzazione. La teoria femminista latinoamericana non parte dalla conoscenza dell’Amerindia e solo poche donne meticce sono riconosciute in questa storia, piuttosto percependosi piú come occidentali che come indie, bianche, genericamente oppresse, piuttosto che membri appartenenti a una cultura di resistenza. La via della decolonizzazione, fatta dalla teoria stessa e promossa da gruppi femministi autonomi è particolarmente importante per il pensiero femminista latinoamericano perché indica l’ incrocio, non solo discorsivo, di quegli elementi a lungo taciuti. Pertanto, il femminismo radicato nell’ Amerindia, il femminismo lesbico e il femminismo delle lotte popolari sta aprendo un nuovo varco all’interno del femminismo latinoamericano.

Nel corso di due secoli, il femminismo latinoamericano ha forgiato una teoria politica delle donne che, nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, ha iniziato a decostruire il razzismo, l’eterocentrismo nella sua visione dei corpi sessuali nell’ organizzazione sociale e l’ accettazione supina di categorie di analisi riprese dal femminismo occidentale.

L’ideologia che sostiene il femminismo latinoamericano è il risultato, come tutte le idee politiche anti-egemoniche, di un processo di identificazione con la partecipazione di donne, creole e indigene alla lotta contro il colonialismo-machista. La lotta fu ampia, ma non riconosciuta, e il trionfo dei liberali nella maggior parte del continente non portò al riconoscimento dell’uguaglianza delle donne. Il razzismo ereditato dalla Colonia non permetteva alle donne di riconoscersi come tali, ma le relegava nell’invisibilitá, alla classe di origine e a quella etnica: bianchi, meticci, indiani e neri non condividevano visioni del mondo o spazi sociali. Solo l’abuso maschile era condiviso e, nel caso di quest’ultimo, ha aggiunto la violenza sessista alla violenza razzista. Alla fine del XIX secolo, donne messicane, brasiliane, argentine e venezuelane dei settori urbani benestanti si incontrarono per pubblicare giornali in cui riflettevano sulla loro identitá, divulgavano le loro storie e poesie e condividevano notizie. Allo stesso tempo, gruppi di insegnanti si sono organizzate intorno a richieste come il diritto all’istruzione e all’espressione, il controllo della loro economia e il voto. Filatrici, donne impiegate nelle compagnie del tabacco e altre lavoratrici dipendenti della fabbrica iniziarono a chiedere pari salari per uguale lavoro, sebbene i lavoratori maschi fossero una parte minima dei lavoratori in quei settori (ma percipivano molto di piú a paritá di lavoro). Pertanto, in vari modi, svilupparono un ideale di uguaglianza tra i sessi. Le femministe latinoamericane del diciannovesimo secolo sembrano molto più conservatrici delle loro controparte europea e statunitense della stessa epoca. Le donne latino-americane si fidavano molto della politica maschile in quanto tale, in un mondo in cui i rivoluzionari-liberali si confrontavano ripetutamente con i conservatori cattolici. Non era lo stesso vivere in un continente che, nel 1823, era principalmente governato da rivoluzionari liberali, piuttosto che nella Germania nel 1823, dove i liberali furono arrestati, impiccati o mandati in esilio. Allo stesso modo, in Messico, le donne nobili o le rivoluzionarie che si rifiutavano di sposare gli invasori francesi e austriaci e sostenevano con le loro finanze la lotta di Benito Juárez contro Maximiliano, credevano sinceramente che i loro compagni di lotta avrebbero riconosciuto loro diritti equivalenti ai loro sacrifici.

Una visione storica delle idee femministe tiene conto delle condizioni in cui sono state formate e dei vari contributi culturali, filosofici e politici che le hanno alimentate. Vari elementi convergevano nel ritardare l’organizzazione autonoma delle donne, per il semplice fatto che le donne stavano partecipando politicamente ad organizzazioni miste in cui venivano trattate con maggiore uguaglianza rispetto alla società che intendevano trasformare con la loro lotta. Solo l’incontro intimo e privato tra donne e la scoperta collettiva della loro condizione, attraverso l’analisi delle proprie esperienze di vita, hanno permesso la costituzione di un movimento femminile in grado di postulare una autentica liberazione, intesa come processo di soggettivizzazione e autoaffermazione.

Cosa puoi dirci dell’attuale situazione della condizione femminile in America Latina?

Il nuovo protagonismo femminile proviene da spazi geografici, culturali ed economici in cui i recenti movimenti sociali hanno riunito diversi settori (urbani, indigeni e contadini, disoccupati, anziani, bambini di strada, persone di origine africana, migranti). Le donne indigene (in Brasile, Cile, Ecuador, Bolivia e Messico) si sono radunate attorno alla lotta contro il neoliberismo, contro la privatizzazione delle risorse naturali primarie come l’acqua o il gas, contro il turismo transnazionale, le grandi proprietà e l’agroalimentare: combattono con le studentesse e gli studenti del Cile, con i Sem Terra del Brasile, con i senza volto del Messico e con i senzatetto di tutta l’America, vale a dire, con gli esseri umani alieni per il sistema capitalista mondiale che, dai loro margini, sono in grado di metterlo in crisi.

Le donne che partecipano alle rivolte studentesche in Cile, al movimento zapatista in Messico, che lavorano coltivando coca in Bolivia, che combattono con gli indiani amazzonici e andini dell’Ecuador e del Venezuela, denunciano il rapporto tra colonialismo, razzismo e disuguaglianze economiche, opportunità e accesso a servizi pubblici. Allo stesso modo, le politiche linguistiche che impongono il castigliano e l’acculturazione dei popoli nativi sono giudicate come manifestazioni di razzismo.

Vogliono deindianizzarci“, denuncia la professoressa Perla Francisca Betanzos Gondar, di Milpa Alta. “Chi studia lo spagnolo non vuole più parlare Nahuatl e lo dimentica. Il processo di deindianizzazione implica che chiunque parli spagnolo sia gente della ragione, siano persone rispettate. Con una lingua estranea si perde la visione del mondo, il rapporto con la natura come madre, l’idea che il principio creativo, Ometéotl, è femminile e maschile, secondo cui le donne rappresentano la terra … “.

La violazione coloniale perpetrata dai signori bianchi contro le donne indigene e nere e la risultante mescolanza è all’origine di tutte le costruzioni sulla identità nazionale latino-americana, strutturando il mito decadente della democrazia razziale latinoamericana, che in Brasile ha raggiunto le sue conseguenze piú tragiche. Che la violenza sessuale coloniale sia anche il fondamento di tutte le gerarchie di genere e di razza presenti nelle società latino-americane, configura ciò che Ángela Gíllíam definisce come “la grande teoria dello sperma nella conformazione nazionale”, attraverso la quale: il ruolo delle donne di colore viene respinto nella formazione della cultura nazionale; la disuguaglianza tra uomini e donne viene erotizzata; e la violenza sessuale contro le donne di colore è stata trasformata/trasfigurata in una storia d’amore.

Il colonialismo europeo ha segnato l’America Latina con profonde cicatrici: è principalmente un continente cattolico; è governato da un’economia di mercato determinata da un centro esterno alla regione; e la sua struttura sociale è patriarcale, razzista e discriminante.

In America Latina, alcune donne delle élite bianche sono “leader” delle rivendicazioni egualitarie e dei dibattiti femministi sulla maternità volontaria dalla metà del XX secolo. Tuttavia, oggi il femminismo nero e il femminismo indigeno apportano critiche radicali alla tendenza colonialista del femminismo universitario di ispirazione europea e statunitense.

Allo stesso tempo, questa costruzione ha caratteristiche simili al razzismo della Conquista: il sistema di genere e la guerra, il sistema di genere e il colonialismo si accompagnano e si rafforzino a vicenda, perché hanno un meccanismo gerarchico comune alla sua base.
Le donne iniziano a riconoscersi nella loro storia: le donne sanno che esclusione e morte, violenza e diniego della parola, inferiorizzazione e mancanza di diritti le hanno sempre accompagnate.

Tuttavia, non è lo stesso riconoscere in milioni di streghe uccise come tributo a una civiltá che voleva escluderle dal loro potere economico e dalle loro conoscenze, che essere riconosciute nel massacro dei Conquistadores: la conversione del corpo femminile violentato in uno strumento per la sottomissione e riproduzione di individui contrari alla loro cultura, in una continuità temporale che non si è fermata nel XVI secolo, ma raggiunge i nostri giorni. In Sex and Conquest, Araceli Barbosa Sánchez analizza come l’odio degli spagnoli contro le donne e contro ogni “femminilità” degli uomini, abbia portato i conquistatori a pratiche di estrema violenza, tortura, morte e degrado dei corpi, delle donne e degli indigeni. E contro i “sodomiti”, equiparandoli alle donne, in qualche modo. Dagli indiani e dai sodomiti, i conquistatori non raccolsero mai testimonianze, parole, mai descrissero i loro atteggiamenti e conoscenze, a differenza degli inquisitori che trascrivevano in dettaglio la conoscenza “perversa” delle streghe e degli eretici. Era relativamente facile per il movimento femminista europeo identificarsi con le streghe, una volta che era possibile dimostrare la differenza positiva delle loro conoscenze con quelle della cultura della repressione che sosteneva l’assolutismo monarchico e il decollo del capitalismo. Ma con quale differenza positiva dei loro antenati, i latinoamericani possono identificarsi, senza passare attraverso una rassegna antropologica delle culture americane attuali, con la cultura egemonica del meticcio che nasconde la storia in senso razzista e sessista?
Due figure, nella storia andina, potrebbero essere simboli della lotta che le donne sono in grado di condurre contro il colonialismo, ma sono ancora soggette al potere reale e simbolico dei loro mariti. Bartolina Ciza, moglie di Tupac Katari, giustiziata con lo smembramento, esattamente come lui, nel 1781. Donna che organizzò eserciti per la difesa indiana nelle terre dell’Alto Perù. E Micayla Bastidas, capo della retroguardia indiana, organizzatrice della produzione e fornitura di cibo, vestiti e armi, e moglie di Tupac Amaru, giustiziata alla fine della ribellione Inca, insieme a tutta la sua famiglia. Durante la rivolta indigena peruviana ha sempre sollecitato il marito a radicalizzare le loro posizioni e rivendicare il Perù per gli indigeni e solo per loro.

In termini di idee femministe, queste due figure tragiche non contribuiscono alle rivendicazioni di genere, ma sono una vera presenza mitica e storica.

Alcune femministe rivendicano la libertà sessuale pre-azteca e pre-inca in America, definitivamente occultata dal cristianesimo coloniale. Questa libertà implica “la radicalizzazione della democrazia”, afferma Ochy Curiel. Cioè, smettere di vivere nella menzogna della democrazia come sistema che si oppone alla dittatura, per mostrare il suo volto patriarcale e liberalista.

Le donne sono una categoria politica che si articola, con storie e secoli di subordinazione e contro-proposte.

La politica globale neoliberista, nelle sue espressioni di investimenti nel processo agricolo, sfruttamento del petrolio, turismo e aggressività contro l’economia contadina tradizionale, danneggia le donne indigene, aumentando l’insicurezza personale e familiare a causa di sfratti, espropri e esaurimento di acqua e altre risorse. Al di fuori delle loro comunità, le donne indigene diventano senzatetto, prive di reti di protezione intrafemminile sono esposte all’aggressione maschile che aumenta con il razzismo. Date le condizioni, solo una prospettiva femminista può offrire alle donne indigene l’opportunità di vedersi come soggetti attivi di una storia di resistenza e ribellione, e non solo come vittime. Oggi questa prospettiva viene rielaborata principalmente dalle lesbiche.

A causa del sessismo, tutte le donne hanno sofferto e soffrono in qualche modo queste esclusioni, solo che le femministe bianche non le hanno ancora affrontate nella loro nuda versione razzista e colonialista. La partecipazione femminile alla lunga tradizione della resistenza india e delle lotte popolari, sta offendo una nuova voce al femminismo latinoamericano.




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