venerdì 25 gennaio 2013 - Emilia Urso Anfuso

Il fascino del delinquente

 

Diabolik è una storia a fumetti creata nel 1962 dalla matita geniale delle sorelle Angela e Luciana Giussani. Il primo numero aveva come titolo “Il re del terrore”. Come ben si sa, Diabolik è un personaggio fuorilegge, che compie rapine di altissimo livello con la complicità della sua bellissima ed affascinante compagna di vita e di rapine: Eva Kant.

 

Gli ingredienti per fare delle storie di Diabolik un successo internazionale ed ancor oggi seguito da milioni di lettori, sono belli che spiegati: c’è il bel tenebroso, ricchissimo rapinatore e raffinato dribblatore della legge, c’è la sinuosa, bellissima, intelligente e fedele compagna di vita, che compie incredibili gesta sempre nell’ordine dell’illegalità, c’è il commissario che gli da la caccia da sempre, arrivando sempre ad un pelo dalla cattura, senza mai riuscirvi.

Diabolik, è un bell’esempio di come il fascino del delinquente sia da sempre una parte integrante della fantasia ma anche dello specchio di intere generazioni, che vedono nel personaggio illegale ma di alto livello sociale una sorta di modello da seguire o quanto meno su cui fantasticare.

Agli inizi degli anni ’60 peraltro, la società era certamente molto diversa dalla attuale anche se l’essere una persona per bene spesso cozzava con un diffuso criterio di perbenismo, che è altra cosa: l’ostentare una falsa conformità ai valori ritenuti accettabili ergendosi poi a censori di coloro che a questi valori palesemente non aderivano.

Ad ogni modo, il fascino del delinquente già allora dilagava anche fra le persone per bene e se questo accadeva in tempi diciamo così non sospetti, un qualche “seme” di ribellione ai valori riconosciuti a livello globale dalle comunità, evidentemente è sempre esistito. Bisognerebbe, prima di tutto, capire il concetto di bene e male e la motivazione profonda per cui si aderisce a questi due concetti che muovono il mondo e la storia dalla notte dei tempi.

Siamo geneticamente portati al “bene” o aderiamo al bene in quanto concetto ampiamente e profondamente sollecitato come l’unico possibile elemento fondante di una vita accettabile rispetto al concetto inverso relegato – almeno a parole – fra le cose da ritenere inaccettabili e di conseguenza da aborrire?

A mio parere vi è molto di ciò che fin dai primi anni di vita ci viene instillato sia dal nucleo familiare, sia dalla società in cui ci ritroviamo ad esistere. Sta di fatto che, probabilmente proprio perché fra i criteri di approvazione sociale tradizionalmente troviamo l’adesione al concetto di onestà=bene, ecco che per contrapposizione molte persone intravvedono nella disonestà=male quel misterioso mondo celato di cui si vorrebbe conoscere qualcosa di più, più da vicino e conseguentemente da ritenere meritevole di attenzione se non addirittura di mitizzazione di alcuni dei protagonisti del “male”.

Ricordo, ad esempio, come anni fa alcuni personaggi da cronaca nera furono tempestati fino in carcere da migliaia di appassionate lettere da parte di altrettante migliaia di donne più o meno giovani che nel delinquente assurto agli onori delle cronache intravvedevano una sorta di principe nero con tanto di drappo e cavallo. Rigorosamente neri.

Pietro Maso fu uno di questi. Nel 1991 uccise entrambi i suoi genitori al solo scopo di ottenere immediatamente la sua eredità. Uccise in maniera davvero efferata e l’opinione pubblica si spaccò subito in due parti, come spesso accade. Il problema però è che l’opinione pubblica in questo caso non si divise fra colpevolisti e innocentisti – Maso peraltro fu reo confesso – bensì fra innamorate dell’omicida e inorriditi cittadini.

Col tempo, anche i contorni e i colori del “cattivo” cambiano. Fa parte dell’evoluzione sociale. Ciò che appare non evolvere ma restare invariata, è l’affezione, la spinta passionale, il fascino ammaliatore che certi personaggi di indubbia disonestà esercitano su intere masse che non intravvedono alcuna sorta di “male” se non il malessere di non poter giungere ad appropriarsi in qualche modo di un lembo del protagonista delle proprie perverse fantasie. O peggio: divenire tale.

Oggi, di delinquenti di “alto bordo” siamo contornati sistematicamente. Affascinano intere folle dall’alto dei loro cospicui patrimoni – uno dei primi elementi di fascino – e delle loro gesta pubbliche sicuramente non aderenti ad alcuna logica di moralità.

Ecco quindi il politico miliardario che, pur non facendo mistero dell’origine della propria ricchezza, rappresenta per molti un modello da sperare di raggiungere. Di più: l’assoluto libertinaggio che sfocia in atteggiamenti che dovrebbero essere globalmente riconosciuti come inaccettabili, vengono impressi nella mente come una sorta di capacità “superiore” che il cittadino comune mai e poi mai potrà ambire di possedere. Nel 2009 fu pubblicato questo mio articolo: "Essere Silvio Berlusconi" in cui tratto l'agomento.

E che dire di malfattori di lungo corso, ricattatori pubblici che gli stessi media nazionali non hanno il coraggio di etichettare come tali e vengono ancora proposti come “fotografi” o “paparazzi” (…) che scelgono di fare della propria esistenza un coacervo di varie delinquenze, tutte pubblicamente documentate “grazie” ai troppi giornali di gossip che alimentano discorsi popolari e sogni notturni?

Senza far nomi, essendo i due esempi sopra citati facilmente riconoscibili, e poiché non amo alimentare pubblicità generatrici di ulteriore danno per la comunità e l’intelligenza umana, è da studiare bene il fenomeno del fascino del delinquente, al fine anche di generare un po’ di pace in quegli elementi – molti per fortuna – che come la scrivente sentono a volte una sorta di “mancanza”: non aver mai prodotto danno ad altrui, mai procurato truffe, furti, corruzioni, scandali, querele. Come se, l’aver sempre perseguito la strada dell’onestà, della moralità e della correttezza, fosse oggi quasi percepito al pari dell’idiozia e della dabbenaggine.

Sta di fatto che persone eticamente ineccepibili, a fatica devono trovare spazio in un mondo al contrario, mentre costoro sembrano essersi appropriati di una corsia preferenziale, dove persino le istituzioni più oneste faticano a trovare un modo per fermarne la corsa nonostante sia palese la condotta contraria ad ogni logica di moralità.

Ricordati che, su questo pianeta, la gente arriva a rispettare (…) donnacce che girano con le Ferrari…” è la frase che da sempre mia madre dice per indicare come l’umanità venga ammaliata da un solo Dio che quasi tutti compra. Il Dio Denaro. Questa frase ha fatto di me una persona rigidamente aderente al concetto di onestà. Ammesso che oggi come oggi, onestà e moralità abbiano ancora un significato e rappresentino ancora un concetto. Me lo auguro.

Nel frattempo il “latitante” tenebroso, beccato a Lisbona, sembra aver perso quell’aurea di maledetto sicuro di se stesso: pare che non smetta più di piangere di fronte ai poliziotti che ne hanno fermato la corsa. Lo troveranno ancora affascinante le migliaia di donne di varia età ed estrazione che anche sul web ne anelano la compagnia?. Di certo c'è che una parte di mondo sta già compiendo il rito di distruzione attraverso i mezzi che oggi la tecnologia mette in mano a chiunque voglia essere protagonista dell'opinione pubblica: Twitter e Facebook stanno letteralmente vomitando migliaiai di tweet e post sull'ex latitante del giorno.
 
L'unico dubbio - lecito in una società di questo tipo - è che non si freni del tutto la corsa al "successo" come accaduto già in altri casi.



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