Il dissenso degli altri, l’ordine pubblico nostro
Dalle manifestazioni europee alle guerre: quando libertà, sicurezza e diritto cambiano significato secondo le convenienze politiche.

Il manifestante lontano ci commuove. Quello sotto casa ci intralcia.
Se una piazza contesta un governo che consideriamo autoritario, sappiamo riconoscervi una domanda di libertà. Se contesta le decisioni dei nostri governi, cominciamo spesso dal traffico, dai disagi, dalle perdite economiche. Le ragioni vengono dopo, quando resta spazio. È in questa differenza di sguardo che si annida una contraddizione delle democrazie europee: difendere il dissenso come principio universale e giudicarlo, nella pratica, secondo la sua utilità politica.
Il diritto di manifestare non rende legittimo qualsiasi comportamento. Aggressioni, minacce e danneggiamenti comportano responsabilità personali. Ma proprio la parola “personali” dovrebbe impedire di trasformare la violenza di alcuni nella colpa collettiva di una piazza. Un agricoltore non perde il diritto di essere ascoltato perché qualcuno, nello stesso corteo, commette un reato. Le richieste di un camionista non diventano infondate perché una protesta produce anche comportamenti inaccettabili.
Eppure il passaggio è facile: dalle rivendicazioni agli scontri, dagli scontri alla condanna dell’intera mobilitazione. A quel punto il dibattito cambia oggetto. Non si discute più se un’attività economica riesca a sopravvivere, se una scelta pubblica sia sostenibile o se un governo abbia mantenuto gli impegni. Si discute soltanto di come ripristinare la normalità. Una normalità che, per chi è sceso in strada, era precisamente il problema.
Le proteste degli autotrasportatori nel Mezzogiorno offrono un esempio concreto. Il 21 ottobre l’ANSA riportava, sulla base delle informazioni del Viminale, 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo, nell’ambito degli interventi contro i presidi stradali ritenuti illegali. Sono provvedimenti diversi, che non possono essere confusi né considerati automaticamente abusi. Ma il loro rilievo pubblico impone una domanda: quanta attenzione viene dedicata alle ragioni della protesta, rispetto a quella riservata alla sua rimozione?
La questione non riguarda soltanto l’Italia. Nel luglio 2024 Amnesty International ha pubblicato un rapporto sul diritto di protesta in 21 Paesi europei. L’organizzazione ha documentato restrizioni ingiustificate, uso eccessivo della forza, arresti arbitrari e forme invasive di sorveglianza, denunciando anche la tendenza a delegittimare i manifestanti attraverso il linguaggio politico. Quel rapporto non descrive ogni corteo e non dimostra l’illegittimità di ogni intervento delle autorità. Dimostra però che il problema delle libertà nelle piazze europee non può essere liquidato come fantasia di chi protesta.
È soprattutto il dissenso autonomo a mettere alla prova la qualità di una democrazia. Quello che non dispone di rappresentanti riconosciuti, non segue appuntamenti concordati e non trova facilmente posto nei tavoli istituzionali. Partiti e sindacati svolgono una funzione legittima e necessaria; non possono però diventare gli unici soggetti attraverso i quali una protesta acquista dignità politica. Altrimenti il diritto resta scritto, mentre il suo esercizio dipende dall’accreditamento di chi lo organizza.
Anche l’opposizione ha una responsabilità. Condannare le violenze è doveroso, ma non esaurisce il suo compito. Deve chiedere se gli interventi siano proporzionati, se le responsabilità vengano distinte e se il governo stia rispondendo alle rivendicazioni. Quando queste domande scompaiono, il confronto politico si restringe: maggioranza e opposizione possono litigare su tutto, lasciando però intatto il presupposto che la piazza debba anzitutto smobilitare.
Il confronto con Russia e Iran dovrebbe servire a verificare la coerenza dei nostri criteri. Le differenze tra sistemi politici, garanzie e gravità della repressione restano profonde. Ma riconoscerle non concede alle democrazie un’esenzione dal controllo. Se chiediamo che un manifestante pacifico sia tutelato a Mosca o a Teheran, dobbiamo pretendere la stessa tutela a Roma, Parigi e Berlino. La libertà di protesta appartiene alle persone, anche quando contestano un governo che sosteniamo o una politica che condividiamo.
Questo doppio metro diventa ancora più evidente quando dalle piazze si passa alle guerre. Qui le norme applicabili sono diverse, ma resta la stessa domanda sulla coerenza del giudizio: quanto pesa l’identità di chi esercita la forza nel modo in cui ne raccontiamo le conseguenze?
Israele invoca la sicurezza dei propri cittadini e la lotta contro Hamas. Quelle ragioni non cancellano gli obblighi verso la popolazione palestinese. Gli attacchi contro i civili e la presa di ostaggi non possono essere giustificati dalla causa palestinese; allo stesso modo, combattere Hamas non rende automaticamente legittima ogni operazione israeliana. Il diritto internazionale umanitario obbliga tutte le parti del conflitto, governi e gruppi armati, e protegge i civili indipendentemente dalla parte alla quale appartengono.
A Gaza il bilancio umano non può diventare una nota subordinata alle dichiarazioni militari. Il 22 ottobre Reuters riferiva che, secondo le autorità sanitarie palestinesi, dall’inizio della campagna israeliana erano state uccise oltre 74 mila persone. È un totale che non va presentato come un conteggio verificato di soli civili. Questa precisione è necessaria proprio per discutere la devastazione senza offrire appigli a chi preferisce contestare una cifra anziché affrontare la sostanza.
Lo stesso rigore deve valere per la Russia. Mosca presenta l’allargamento della NATO come una minaccia alla propria sicurezza: è una posizione da esaminare nel confronto sulle cause e sulle responsabilità politiche del conflitto. Non costituisce però, da sola, una giustificazione giuridica dell’invasione dell’Ucraina. Nel marzo 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ne ha chiesto la cessazione e il ritiro delle forze russe. Analizzare il contesto è necessario; trasformarlo in un’assoluzione preventiva significa adottare proprio il metodo che contestiamo quando viene usato a favore dei nostri alleati.
Il criterio dovrebbe essere comprensibile: le ragioni di sicurezza di uno Stato devono essere esaminate, non accettate come un lasciapassare. Vale per Israele, per la Russia e per qualsiasi altra potenza. La vita di un civile non cambia valore quando cambia la bandiera dell’esercito che lo colpisce. E una violazione non diventa meno grave perché denunciarla mette in difficoltà il nostro schieramento.
La politica estera comporta interessi, alleanze e compromessi. Ma quando quei compromessi vengono raccontati come applicazione imparziale dei diritti, la contraddizione va denunciata. I cittadini vedono quando la fermezza diventa prudenza davanti a un alleato e quando il richiamo al contesto, concesso ad alcuni, viene negato ad altri. È lì che la credibilità delle istituzioni si consuma.
Nelle piazze europee la prova è altrettanto concreta. Una democrazia deve garantire sicurezza e circolazione, accertare i reati e proteggere le persone. Deve anche sopportare il conflitto, ascoltare chi non riesce a rappresentarsi attraverso i canali consueti e impedire che gli atti di pochi cancellino le domande di molti. Se riesce soltanto a ristabilire l’ordine, ha svolto una funzione di polizia. La risposta politica resta da dare.
Possiamo continuare a proclamare universali i nostri valori. Ma dobbiamo accettarne il costo: applicarli anche quando disturbano i nostri governi, smentiscono i nostri alleati e danno voce a persone con le quali non siamo d’accordo.
Altrimenti chiediamo agli altri di rispettare principi che noi trattiamo come strumenti di convenienza.
