mercoledì 13 settembre - Antonio Cusimano

Il calo degli stipendi dei docenti

Secondo uno studio pubblicato dall’Ocse dal titolo “Come si sono evoluti gli stipendi degli insegnanti e come si relazionano con quelli dei docenti universitari?”, nell’arco di 10 anni, dal 2005 al 2014, le buste paga degli insegnanti italiani hanno subìto un calo reale del 7%. In Europa, soltanto Grecia, Polonia, Ungheria e Slovacchia stanno peggio dell’Italia.

I nostri docenti sono tra quelli meno pagati del continente europeo: da neoassunti, ricevono in media 1.300 euro netti mensili e alla fine della carriera raggiungono quota 1.800 euro.

Drammatico il confronto con i dati esteri: la media salariale annua nei paesi Ocse risulta pari a 44.407 euro lordi, nei paesi europei 44.204 euro il dato italiano precipita a 35.951 euro, un gap di oltre ottomila euro.

Non dimentichiamo che questi sono dati riferiti al 2014 per cui è molto probabile che a causa per perdurare del blocco contrattuale la situazione sia ulteriormente peggiorata. Oggi lo stipendio di un docente italiano neo assunto è in media di 29.445 euro annui mentre sei anni fa era di 31.914 euro.

Governi di tutti i colori, politicanti e servitori di ogni natura danno ufficialmente colpa alla crisi economica mondiale ma i fatti dimostrano altro. Infatti, a parte la Grecia, che ha operato un taglio del 30%, e anche la Francia, dove gli stipendi sono scesi di cinque punti percentuali, negli altri paesi si è registrato un incremento delle retribuzioni tra il 2005 e il 2014, cioè nel periodo preso in esame dall’Ocse, l’aumento medio, in termini reali, è del 6% per la scuola dell’infanzia, del 4% per la scuola elementare, del 3% per le secondarie inferiori e dell’1% per le secondarie superiori. I maestri irlandesi hanno goduto di un aumento stipendiale mensile del 13 per cento, quelli tedeschi del 10 per cento. Anche in alcuni Paesi nordici i compensi dei docenti si sono innalzati: è il caso della Norvegia, dove l’incremento è stato del 9 per cento, e della Finlandia che segna un più 6 per cento.

Crisi a parte, dunque, appare evidente che il calo delle retribuzioni dipende soprattutto da scelte politiche che, invece di valorizzare la professione docente assegnandole il giusto riconoscimento economico, hanno fatto scivolare gli insegnanti verso una proletarizzazione sempre più spinta. In base alle rilevazioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, gli stipendi dei docenti italiani sono “relativamente bassi e variano tra il 76% e il 93% della media Ocse”.

Solo in Italia, e a Cipro, gli stipendi dei dipendenti pubblici (compresi quelli degli insegnanti) continuano a rimanere congelati.

La stessa Ocse mette in evidenza la relazione fra uno stipendio inadeguato e i livelli di motivazione di un docente.

Ma evidentemente in Italia si vuol arrivare ad uno smantellamento della scuola pubblica, il trattamento subito dai docenti e da tutto il personale scolastico, le ripetute riforme peggiorative della scuola vogliono di fatto ridurre il livello qualitativo dell’educazione pubblica. Il rischio concreto è quello della creazione di una forbice sempre più evidente fra scuole private di “lusso” per pochi eletti e servizio pubblico sempre più scadente per il resto della popolazione. Come lavoratori e come cittadini dobbiamo impedirlo!

Per concludere se gli insegnanti italiani, non hanno motivo di essere allegri, anche gli altri lavoratori hanno di che lamentarsi: infatti un'indagine Willis Towers Watson su 15 economie continentali pone il nostro paese all'ultimo posto per i salari d'ingresso con 27mila euro, e all'11° sulle retribuzioni intermedie a 71mila euro.

Un dato che dovrebbe far riflettere e indurci a superare le divisioni fra lavoratori pubblici e privati, italiani o stranieri, per imparare a distinguerci solo in due categorie oppressi ed oppressori.




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