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Il Regno Unito verso il voto anticipato: Boris Johnson in testa nei sondaggi

Il 12 dicembre le elezioni anticipate che potrebbero consegnare ai Conservatori una maggioranza ben più ampia di quella attuale…

Una settimana fa (martedì 29 ottobre) il Parlamento britannico ha approvato a larghissima maggioranza la mozione per convocare elezioni anticipate voluta dal premier Boris Johnson. Il Regno Unito tornerà quindi al voto il 12 dicembre, due anni e mezzo dopo le elezioni volute da Theresa May nel 2017: anche quella volta si trattò di elezioni anticipate, e anche questa volta il leader dei Conservatori (e Primo Ministro) spera così di ottenere una maggioranza più ampia e meno problematica sul tema Brexit.

Le nuove elezioni si terranno 50 giorni prima la nuova deadline concordato con l’Unione Europea per completare la Brexit, ossia il 31 gennaio 2020. Nonostante le promesse fatte, infatti, Boris Johnson non è riuscito a portare il Regno Unito fuori dall’Europa, data la contrarietà del Parlamento ad una uscita senza accordo (no deal). Il premier, che non ha una maggioranza stabile in Parlamento praticamente dall’inizio del suo mandato, ha però trovato un nuovo accordo con l’Unione, che ha anche ricevuto un primo voto favorevole da parte di Westminster.

Vantaggio record per i Tory (quasi come nel 2017)

Nonostante le svariate sconfitte parlamentari subite da Johnson (costretto anche a rimangiarsi la promessa di non chiedere nuovi rinvii) il Partito Conservatore prende sempre più il largo nei sondaggi: oggi i Tory avrebbero 14 punti di vantaggio sui Laburisti (36,6% a 22,6%), secondo la nostra media delle rilevazione di YouGov ed Opinium di questo mese.

Era dalla vigilia delle elezioni generali del 2017 che i Conservatori non avevano un vantaggio così ampio. Furono proprio quei numeri a convincere Theresa May a chiedere elezioni anticipate nell’aprile 2017 sperando di ottenere una maggioranza più solida. All’epoca il vantaggio dei Tory era stimato attorno ai 16 punti, anche se poi nelle urne si assottigliò ad appena 2,4 punti grazie alla sorprendente rimonta dei laburisti di Jeremy Corbyn (40%).

Perdono un punto nei sondaggi i Liberal Democratici (18,2%), e continua la discesa del Brexit Party, oggi stimato all’11,6%. L’elettorato del partito di Nigel Farage è stato infatti prosciugato dal partito Conservatore: il 45% degli attuali elettori potenzioali di Johnson, infatti, alle Europee aveva votato Brexit Party (il 48% aveva votato per i Tory, quindi le due componenti nell’attuale elettorato sono quasi equivalenti).

Con questi numeri, secondo il simulatore dei seggi del sito ElectionPolling.co.uk, i Conservatori stravincerebbero le elezioni ottenendo una maggioranza superiore ai 350 seggi – quasi 60 seggi sopra la soglia di maggioranza, e questo nonostante la “concorrenza” del Brexit Party (che non vincerebbe in alcun collegio uninominale).

Simulatore dei seggi di ElectionPolling.co.uk

La crescita dei Conservatori non è però frutto di un mero travaso di voti provenienti dalle forze euroscettiche: la somma delle intenzioni di voto dei tre partiti più apertamente pro-Brexit (Conservatori, Brexit Party e UKIP – quest’ultimo ormai sotto l’1%) è infatti in costante crescita (48,8%) nei sondaggi, rispetto al risultato delle Europee dello scorso maggio (42,5%).

Da dove vengono tutti questi voti ai Conservatori?

L’influenza – a più di 3 anni dal referendum – della vicenda Brexit nel Regno Unito continua ad essere notevole, e per molti versi decisiva. Lo sottolinea ancora una volta YouGov con un’indagine di dimensioni imponenti (ben 11 mila interviste) da cui sono stati ricavati i flussi elettorali tra il referendum 2016, le elezioni 2017 e le intenzioni di voto attuali.

Come sottolinea la stessa infografica di YouGov, il vantaggio attuale dei Conservatori è figlio della capacità del partito di Johnson di “intestarsi” quasi interamente la posizione dei pro-Brexit: nonostante la presenza del Brexit Party, infatti, i Conservatori “ereditano” oltre la metà (il 58%) di chi nel 2016 votò Leave – mentre i Remainers del 2016 si distribuiscono in modo più dispersivo tra Labour (34%), Lib Dem (33%), Verdi e gli stessi Conservatori.

A dispetto delle mille difficoltà incontrate negli ultimi anni, soprattutto nella gestione della Brexit stessa, i Conservatori fanno anche nettamente meglio dei Laburisti quando si tratta di confermare i voti ottenuti nel 2017: quasi 3 elettori su 4 che nel 2017 votarono per il partito allora guidato da Theresa May confermerebbero il loro voto, nonostante alla guida ci sia oggi Boris Johnson. I due principali flussi in uscita (minoritari) appartengono evidentemente agli elettori più “radicali”, che infatti optano per il Brexit Party oppure per i Lib Dem, da tempo divenuti i principali “alfieri” della causa Remain viste le incertezze dei Laburisti.

Proprio i Laburisti, secondo YouGov, pagherebbero la loro posizione da molti ritenuta un po’ ambigua, riuscendo a riconfermare oggi solo il 55% dei loro elettori 2017 (poco più della metà). Anche in questo caso, il flusso verso i Lib Dem è notevole, ma il partito di Corbyn registra perdite importanti anche verso Conservatori, Brexit Party e i Verdi.

Sì al voto anticipato

Nonostante – coerentemente con i numeri che abbiamo visto – la maggioranza assoluta degli elettori del Regno Unito sia convinta che le prossime elezioni verranno vinte dai Conservatori (secondo YouGov ben il 65% pronostica questo esito, solo il 18% pensa che vincerà un altro partito), l’idea di tornare anticipatamente alle urne è condivisa dagli elettori di tutti i principali partiti a larga maggioranza.

I laburisti soffrono il nodo Corbyn

Boris Johnson continua anche ad essere di gran lunga il leader più apprezzato: dopo il calo dello scorso mese, a fine ottobre Opinium riporta per lui il giudizio positivo del 40% degli intervistati. Seguono Nigel Farage (27%), Nicola Sturgeon (23%), Jo Swinson (22%), e Jeremy Corbyn (20%). 

La leadership di quest’ultimo continua ad essere un problema per i laburisti. Se il partito nei sondaggi è lontano rispetto ai rivali Tory, lo scarto nella scelta fra primi ministri ideali è ancora più netto (39% a 16%): mentre il 90% dell’elettorato conservatore indica Johnson come primo ministro preferito, solo il 59% dei laburisti indica Corbyn come la scelta migliore.

Testa a testa fra Remain e il Deal di Johnson

Questo mese Boris Johnson è riuscito anche a raggiungere un nuovo accordo con l’Unione Europea, che “risolve” il problema del backstop spostando provvisoriamente la frontiera doganale nel mare d’Irlanda (questo per evitare sia la creazione di un confine fisico fra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord, sia la permanenza di tutto il Regno Unito nel mercato unico a tempo indeterminato). Una soluzione che a suo tempo Theresa May aveva rifiutato, e che lascia molte perplessità fra gli unionisti irlandesi alleati dei conservatori. Nonostante ciò, Opinium rileva come una ristretta maggioranza (relativa) promuova questo nuovo accordo: 29% di favorevoli, 23% di contrari, e molti altr che non si esprimono o che non considerano questo nuovo deal né favorevole né dannoso per il Regno Unito.

Se si tenesse un secondo referendum fra la Brexit disegnata dal nuovo accordo di Johnson e la permanenza nell’Unione Europa, sarebbe un testa a testa, con i “Remainer” in lieve vantaggio 43% a 42%. Un ultimo dato, che suggerisce quanto sia stata sfiancante la questione Brexit: nonostante in questi anni i sondaggi non abbiano mai evidenziato un forte ripensamento in favore del Remain, per il 57% degli intervistati sarebbe stato meglio se quel referendum non si fosse mai tenuto; solo il 29% del campione è di opinione opposta. 




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