domenica 10 novembre - Giovanni Greto

Il Recital di Badi Assad alla Kamelia Hall del Tokyo Bunkacenter di Komeito

Per la prima volta si è esibita in Giappone la brillante cantautrice brasiliana Badi Assad (Sao Joao da Boa Vista, stato di Sao Paulo, 23 dicembre 1966). La sala è quasi gremita e attende silenziosa l’inizio del concerto. Pantaloni attillati e camicia bianca, con la solita chitarra atipica ormai utilizzata da parte di molti artisti, principalmente per comodità di trasporto, dovendo viaggiare frequentemente : senza cassa armonica, collegata ad un amplificatore, ha un ottimo suono, accostabile a quello di uno strumento acustico di buona qualità.

Inizia con la delicata “Joana Francesa”, un valzer di Chico Buarque de Hollanda e prosegue con “Acredite ou nao” del pirotecnico cantautore dello stato di Pernambuco, nel Nordest, Lenine. Elegante, ritmica, sciolta, sono le prime impressioni nell’ascoltarla. Termina il brano, che si sviluppa come una cavalcata piena di accentazioni, controtempi, con la citazione di una frase da un pezzo di Caetano Veloso “Fora da Ordem” “…alguma coisa està fora da ordem, fora da novo ordem mundial…”. Con il brano successivo, scritto da lei, “Noite de Sao Joao”, omaggio alla città natale, cominciano ad affiorare caratteristiche particolari che la rendono originale tra i musicisti che si esibiscono da soli. Ha una capacità percussiva con la bocca, da cui fa uscire in questo caso dei “clic”, tipici in certe lingue africane, mentre canta il testo, dimostrando una indipendenza considerevole. Il pezzo ha un andamento Reggae con frequenti figurazioni scat, all’unisono con lo strumento. Ma è brava anche nel Samba, lei che viene da una famiglia di musicisti. Praticamente, ha detto conversando, da bambina suonava la chitarra ad orecchio, ascoltando i numerosi musicisti che frequentavano la sua casa e i fratelli Sergio e Odair , il “Duo Assad”, loro sì, ha sottolineato, chitarristi di un altro/altissimo livello. Lo dimostra in “Bàsica (de blusinha branca)” di Tatiana Cobbett. Batte i piedi ritmicamente e persino un po’ balla, continuando a mantenere il giusto andamento del Samba.

Nel 6/8 di Edu Lobo e Chico Buarque, “A Bela e a Fera”prende un caxixi con la mano destra e lo scuote contemporaneamente ad una figurazione di basso con la sinistra che preme sulle corde del manico e in più ci canta sopra con inserti percussivi, facendo tre cose completamente diverse tra loro nel medesimo istante.

Un omaggio ad Astor Piazzolla, legato a “Bachelorette”, di Bjork, una malinconica ballata cantata in inglese, dimostra che può suonare e mettere insieme con gusto, dandone un’interpretazione personale, generi musicali apparentemente lontani fra loro.

Di nuovo una sua composizione, “Voce nao entendeu nada”, sull’incompatibilità e l’incomprensione che spesso si verifica tra gli esseri umani, cui segue un brano tradizionale della Nuova Zelanda. Affascinante “Rainforest”, un suo omaggio alla foresta vergine in pericolo. Realizza vocalmente alla perfezione versi di animali, emette fischi particolari, grida di sofferenza e ribellione che mettono i brividi. Se si chiudono gli occhi ci si sente immersi nella folta, misteriosa e selvaggia vegetazione.

C’è poi l’unico brano, “Tributo ao Japao”, in cui viene utilizzata una chitarra acustica di fabbricazione giapponese, anche se in una maniera strana. Collocata orizzontalmente sulle sue ginocchia, Badi infila fra le corde vicino al foro della cassa armonica una bacchetta di batteria e canta in inglese una ninna nanna giapponese in omaggio al Paese che l’ha invitata, mentre la sonorità che ne esce vorrebbe forse avvicinarsi a quella di un “Koto”, la tradizionale e preziosa cetra giapponese.

Arriva il momento più spettacolare, quello che lascia tutti a bocca aperta. Badi, ad inizio di carriera, era soprannominata “One woman band”. Ci si chiede il perché, ma lo si capisce in breve. Con la mano destra suona la chitarra, con la sinistra sulle corde tiene l’accompagnamento di un basso, poi canta e contemporaneamente emette dei suoni percussivi, dirigendosi anche verso il canto difonico o degli armonici. Tutto questo nella prima parte di una Medley : “Asa branca” di Luiz Gonzaga e Humberto Teixeira. Nella seconda, “Ai que saudade d’ Ocè”, di Vital Farias, inizia su una base di suoni armonici ai quali sovrappone un accompagnamento vocale costruito con gli organi della bocca contemporaneamente cantando il tema senza testo. Forse lei preferisce centellinare questo tipo di esecuzioni, magari temendo di avere successo come un fenomeno da baraccone. Ma per il pubblico è una esibizione mozzafiato che scatena gli applausi.

Il brano seguente è un Pago-blues, la sua versione del Samba-Pagode, secondo un suggerimento del fratello Sergio. E’ “Vacilao” di Zè Roberto, con un andamento Country-Western. Il brano finale è un samba veloce che termina con momenti percussivi.

Ce ne sarebbe a sufficienza, per lasciarla andare a riposarsi. Ma, generosamente concede due bis. Il primo è un’improvvisazione percussiva sul proprio corpo, il petto, le guance, contemporaneamente ai quarti scanditi dai battiti alternati dei piedi sulla pedana. Il tutto con inserti percussivi particolari con le mani. La gente non si alza dalla sedia e allora Badi si congeda con “Assum preto”, di nuovo della coppia Gonzaga-Teixeira, preceduto da un frammento dall”Estudio n°1” di Heitor Villa Lobos. Il titolo della canzone è il nome di un uccello del Nordest, il quale canta di dolore perchè è cieco.

Dopo il concerto una fila ordinata e paziente, impensabile in Italia, attende il proprio turno per farsi firmare Cd e libri, tutti venduti in breve tempo, e farsi fotografare con l’immancabile Smartphone. Badi è stanca, ha fame perché ha preferito non mangiare prima del recital (iniziato alle 15), ma il suo sorriso e le sue parole in un inglese ricco di vocaboli e perfetto nella pronuncia sono un meritato dono d’affetto per chi l’ha ascoltata con tanta attenzione.

Photo: https://en.wikipedia.org/wiki/Badi_Assad




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