giovedì 17 settembre - UAAR - A ragion veduta

Il Pride all’epoca della pandemia

Una manifestazione unica si è trovata a fronteggiare una situazione ancor più eccezionale. Riuscendo, ancora una volta, a mostrare al mondo le proprie buone ragioni.

Ogni anno, tra l’autunno e l’inverno, in diverse parti del mondo si inizia a discutere l’organizzazione del Pride.

Che sia una parata dell’orgoglio, che sia un mese o un weekend di eventi, o addirittura un percorso politico e culturale che coinvolge un’intera città, ogni anno le realtà Lgbt+ e quelle alleate lavorano per tingere d’arcobaleno il periodo temporale dell’anno che va dal 17 maggio (giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia) al giorno in cui cade la parata – tendenzialmente una data tra il 28 giugno ed il 3 luglio (ricorrenza dei moti dello Stonewall Inn).

Si inizia a discutere su come ci si dovrà organizzare con le altre realtà presenti sul territorio, su come ci si interfaccerà con le amministrazioni e la politica a livello locale e nazionale, su come organizzare la parte artistica della manifestazione, su come raccogliere i fondi necessari. Non ci si era mai chiesto, fino a quest’anno, come immaginare un Pride durante una pandemia globale.

La pandemia del Covid-19 ha colto di sorpresa chiunque, dal più al meno ricco, dal più al meno discriminato. E proprio come una pandemia da manuale, ha esacerbato le differenze sociali, le discriminazioni, le violenze. Per una persona parte di minoranza la casa non è sempre un luogo sicuro. Poter uscire per andare a scuola, lavoro o altro costituisce la possibilità di prendere una boccata d’aria dal clima che si vive tra le quattro mura. O, nei peggiori dei casi, la possibilità per chiedere aiuto. Durante il lockdown forzato abbiamo assistito all’esponenziale crescita delle violenze domestiche subite dalle donne e dalle persone Lgbt+, tanto che l’Onu ha invitato a livello mondiale una reazione a riguardo, ma soprattutto abbiamo visto un governo che di fronte all’emergenza non ha saputo tenere insieme tutti i pezzi. Si è dimostrato incapace di affrontare il tema migrazione anche in tempi così duri, ha comunicato con un popolo in attesa di verdetti senza mai discostarsi dall’ottica familiarista, eteronormata e monogamica (dimenticheremo mai il non-sense generato dall’uso della parola congiunti?), non è stato capace di salvaguardare i servizi già precari offerti alle persone trans.

Nel mio giro di conoscenze, ho visto le reazioni più disparate a questa nuova pandemia: chi ha avuto il panico di essere di nuovo un* appestato/a, chi rispondeva con maggiore resistenza e grinta, chi ha avuto un approccio più analitico, chi voleva dare aiuto a chi in bisogno. Le persone Lgbt+ non sono nuove all’uso delle mascherine o al trattamento che veniva riservato a chiunque starnutisse per strada: essere schivati, essere guardati con disgusto, l’isteria della gente per un’azione involontaria come il non utilizzare i guanti. A tanti e tante compagn* più adulti di me ho sentito dire: «quando noi eravamo gli appestati».

Quando tutto quello che abbiamo attorno ci è ostile, troviamo rifugio tra i nostri simili, altrimenti periamo. Non nel senso di morire, attenzione, ma una parte di noi viene inevitabilmente meno. Mantenere costantemente le difese alzate per non soccombere in un ambiente violento e avverso richiede un alto impiego di energie psicofisiche. E quando impieghi gran parte delle energie a tua disposizione in questa attività, non ne restano a sufficienza per lavorare su te stess*, per esplorare le forme di espressione in cui più ti riconosci. Per questo nasce una comunità, in cui si lavora insieme sul rimuovere le difese e fare rendere conto a corpo e mente che non serve più stare all’erta. Ma che anzi si può essere liberamente se stess*. Le persone Lgbt+ questo lavoro su sé stessi, fatto da soli e con gli altri, lo conoscono bene. E all’indomani della pandemia erano già armate di grande volontà. Il resto del mondo forse un po’ meno.

Proprio questa grande esperienza nella resilienza ha fatto sì che il Pride non si fermasse. Il Pride, che è uno spazio di incontro e dialogo, la celebrazione delle diversità come arricchimento dell’umanità tutta, non si è arrestato nemmeno durante una pericolosa epidemia mondiale.

Da Palermo a New York, dal Brasile al Giappone i Pride ci sono stati. Dopo o durante un lockdown, la comunità tutta sapeva che l’ultima cosa che si doveva fare era restare in silenzio. I grandi Pride si sono del tutto spostati online (Global Pride, EuroPride e simili), mentre le organizzazioni cittadine hanno scelto di scendere in piazza rispettando – nel miglior modo possibile – le misure di sicurezza per evitare il contagio. E, nonostante i titoli sensazionalistici di alcune testate maldisposte, nessun Pride è risultato focolaio di contagi. Cosa che non possiamo dire delle messe, in Italia e all’estero.

Come coordinatore del circolo Uaar di Bologna seguo l’organizzazione del Pride locale da oltre quattro anni. Quest’anno il nostro gruppo, composto da otto realtà organizzatrici e venti aderenti, stava già lavorando da mesi sul Pride 2020. A fatica, perché tutte un po’ stanche dai dibattiti sulla legge regionale sull’omolesbobitransnegatività approvata monca l’estate precedente. Ma con la costante voglia di organizzare un Pride a Bologna perché la città ne ha bisogno ogni anno. Il nostro Pride è infatti uno di quei processi che coinvolge la città intera, organizzando eventi che rappresentano e discutono tanto dell’intersezionalità dei temi: dall’intersezione tra ateismo e tematiche Lgbt+, a quella con il colore della pelle o per l’identità di genere, il nostro Pride vuole essere ogni anno un laboratorio politico per la crescita della comunità tutta.

Quest’anno però è stato diverso. Ci siamo pers* di vista, per quasi un mese. Tutt* più o meno sconvolt* dalla pandemia, per il mese di marzo non ci si è proprio sentit*. Poi abbiamo capito che dovevamo riprendere le fila del discorso e fare in modo che qualcosa ci fosse quest’anno. Comunicato dopo comunicato di Conte, discutevamo gli scenari possibili e abbiamo alla fine optato per una manifestazione, sabato 27 giugno, che permettesse di gestire facilmente il distanziamento sociale e di prendere comunque la parola in una data simbolo. Ci sono stati flashmob a tema Lgbt+, mentre i discorsi politici sono stati tenuti dalla rappresentante del Centro delle donne di Bologna e da un esponente di Black Lives Matter Bologna.

Per me quest’anno il Pride è stato innanzitutto rilassante: non una parata con tante – troppe – ansie, ma un grande picnic ai Giardini Margherita di Bologna. È stato semplicemente bello perché dopo due mesi e mezzo chiuso in una casa, dove non vedevo il cielo, finalmente ero in mezzo a delle persone, nella natura e circondato da colori. In fondo, se il Pride non è la semplicità della bellezza, allora cos’è?

Andrea Ruggeri


Vi proponiamo un articolo dal n.5/2020 del bimestrale dell’Uaar, Nessun Dogma – Agire laico per un mondo più umano. Per leggere la rivista associati all’Uaarabbonati oppure acquistala in formato digitale.

 




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