venerdì 10 giugno 2011 - Daniel di Schuler

Il Piave di una patrimoniale prima della Caporetto finanziaria

"Si tratta di trattare gli italiani da cittadini, appunto, e non da carne da cannone economica; gli italiani non sono né stupidi né vigliacchi: se motivati e guidati con l'esempio comprenderebbero e, magari brontolando, compirebbero il proprio dovere".

Bisogna introdurre delle forme di tassazione patrimoniale simili a quelle che esistono in tanti paesi dell'occidente.

Questo è quello che si deve fare, per raggiungere gli obiettivi che abbiamo concordato con la UE, per dare un segnale deciso ai mercati e per trovare i denari necessari a rimettere in moto, con i consumi, la nostra economia: nessuno che ancora ragioni, se ancora qualcuno usa la ragione nella nostra vita pubblica, può dire il contrario o trovare misure alternative che possano essere altrettanto eque ed efficaci.

La patrimoniale, specie se applicata ai patrimoni mobiliari e abbinata a delle tasse sulle attività finanziare, ha per principale caratteristica quella di sottrarre denari alla tesaurizzazione e speculazione e non direttamente ai consumi; è esattamente quello che serve in una situazione economica come la nostra, con il mercato interno prossimo al collasso, mentre lo stato non ha più alcuna possibilità d'incrementare il proprio indebitamento.

Di questo si rendono conto assolutamente tutti, ma quasi nessuno ha il coraggio di dirlo agli italiani. Addirittura quando qualcuno come Giuliano Amato ha provato a parlarne è stato coperto d'insulti e contumelie.

Il nostro Paese ha avuto molti momenti brillanti anche nella sua breve storia unitaria.

Brillantissimi furono i nostri nonni immediatamente dopo Caporetto; solo il nostro particolare talento per l'autodenigrazione ha potuto trasformare quel momento d'assoluto eroismo e quella dignitosa manovra militare in una vergogna nazionale, ma resta che, rispetto all'ignomignosa fuga del corpo di spedizione britannico conclusasi a Dunquerque, che gli inglesi celebrano ancora come una vittoria, quel che fecero le nostre logore unità in quell'occasione ha del miracoloso.

Sorpresi da un fulmineo attacco sul fianco del proprio schieramento, condotto da un avversario per molti versi nuovo (di tedeschi, impegnati com'erano stati anche sul fronte orientale fino alla resa russa, in Italia non se n'erano ancora visti) gli italiani ebbero dei momenti di sbandamento, esattamente come li avrebbe avuti qualunque esercito al loro posto, ma seppero ritirarsi tutto sommato in buon ordine ed ebbero la forza, prima d'ogni altra cosa morale, di formare una nuova linea difensiva sul Piave che tenne senza reali aiuti da parte di alcun alleato.

Protetto da quella linea il nostro esercito non rimase con le mani in mano; si cercò subito di comprendere le ragioni di quella disfatta e si presero immediatamente dei provvedimenti per cambiare lo stato delle cose. Furono sostituiti i comandi, responsabili della strategia di logoramento che tanto era già costata al paese (solo la decima battaglia dell'Isonzo, l'ultima nostra offensiva prima di Caporetto, peraltro fallita, era costata 160.000 uomini) e, guardando con freddezza alle cause di quel che era accaduto, fu rilassata la disciplina. Si comprese che solo trattando meglio i soldati, ricordando che erano innanzitutto dei cittadini, ci si poteva aspettare da loro il massimo impegno. Li si nutrì meglio, si cercò di migliorare le loro condizioni materiali, ma , soprattutto, si smise di trattarli come carne da cannone; finirono le decimazioni e sparirono o quasi le fucilazioni sommarie.

Siamo arrivati, o stiamo velocemente per arrivare, alla nostra Caporetto finanziaria.

La situazione sui mercati internazionali, che ancora devono assorbire e comprendere fino in fondo le immani perdite anche economiche originate dal terremoto giapponese, non promette nulla di buono; è più che lecito attendersi, nei prossimi mesi, magari in autunno alla ripresa delle piena attività, un disimpegno dagli investimenti europei di tanti operatori americani ed asiatici. Un movimento naturale, si recuperano capitali da un'area che offre bassi rendimenti per portarli in una in cui si presentano ottime possibilità d'acquisto (la borsa giapponese è a livelli infimi) che, abilmente guidato dalla speculazione, può far schizzare in alto gli interessi sul nostro debito; tanto in alto da renderli insostenibili, specie se dovesse entrare in crisi uno dei paesi europei in condizioni peggiori delle nostre pessime.

Si tratterà, né più né meno, di lottare per la sopravvivenza dell'economia italiana; siamo già, tutti quanti, sul Piave.

Compito di un politico degno di questo nome sarebbe quello di spiegare agli italiani come stanno le cose; di dire loro con assoluta onestà come siamo arrivati a questo punto e di spiegare loro che serve uno sforzo straordinario per tenere a galla il paese, prima, e farlo ripartire, poi.

Si tratta di trattare gli italiani da cittadini, appunto, e non da carne da cannone economica; gli italiani non sono né stupidi né vigliacchi: se motivati e guidati con l'esempio comprenderebbero e, magari brontolando, compirebbero il proprio dovere.

Lungi dall'essere nascosta, la necessità di una patrimoniale dovrebbe essere ampiamente pubblicizzata; si tratta di spiegare che senza quei denari rischiamo, tutti, di affondare e, anche nella migliore delle ipotesi, che dovremo rinunciare ad investire sul futuro del paese per decenni.

L'unica alternativa reale sarebbe un taglio deciso alla spesa pubblica, ma questo si tradurrebbe, in ultima analisi, in uno tsunami di licenziamenti; esattamente il contrario di quel che serve alla nostra economia per ripartire.

Quello che davvero deve fare la politica, sul fronte della spesa pubblica, è renderla più redditizia; serve una riforma del pubblico impiego, basata su pochi punti, che recuperi efficienza in quello che è, di gran lunga, il settore meno produttivo dell'economia nazionale.

Per salvarci abbiamo bisogno di un miracolo, ma, esattamente come i nostri nonni sul Piave, il miracolo dovremo compierlo noi.

La necessità di un governo di solidarietà nazionale, il più ampio possibile, è evidente: per quanto si possa cercare d’essere equi (bisogna mungere al massimo le mucche, ma bisogna stare attenti a non ucciderle) si dovranno chiedere agli italiani, specie a quelli dei ceti più alti, dei sacrifici assolutamente eccezionali. Lo si potrà fare solo se nessuno, dentro la politica, si lascerà andare a facili e distruttivi populismi; se nessuno si metterà a lanciare isterici no senza proporre, concretamente, altro.

Resta che solo un presidente del consiglio rispettato da tutti, assolutamente onesto (che non è sinonimo d’incensurato) e capace di parlare al cuore degli italiani, oltre che al loro cervello, può sperare di farcela.

Resta che la classe politica può sperare di guidare il paese fuori dal guado solo dando per prima un esempio di serietà ed austerità. No ad ulteriori tagli della spesa, dunque, per evitare licenziamenti, ma tagli immediati e decisi ai costi della politica, non solo a livello centrale, e rinuncia a qualunque simbolo di privilegio.

Gli italiani possono riuscire in qualunque impresa, ma non sono tanto fessi da seguire degli ufficiali con gli stivali puliti che girano in auto blu.

Nelle trincee dobbiamo esserci, davvero, tutti.




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