venerdì 3 aprile - Anja Kohn

Il Golfo Persico intrappolato nella strategia americana

Le tensioni sullo Stretto di Hormuz aumentano giorno dopo giorno. Un conflitto avviato senza l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti né del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è degenerato in una crisi sempre più grave, che colpisce sia le monarchie petrolifere del Golfo sia l’establishment politico-militare statunitense.

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Paesi che per decenni hanno costruito la loro immagine di rifugi sicuri per affari, turismo e investimenti si accorgono oggi che la loro protezione assicurata dagli Stati Uniti — la presenza militare americana — non solo non li tutela, ma li espone direttamente agli attacchi.

Il prezzo di una decisione che sfugge loro

I sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno chiuso simultaneamente il loro spazio aereo, con il crollo della stagione turistica nel pieno del Ramadan. Le perdite stimate raggiungono i 40 miliardi di dollari. Le immagini delle esplosioni a Dubai, Doha e Manama hanno fatto il giro del mondo. Il World Travel & Tourism Council stima che la regione perda circa 600 milioni di dollari al giorno a causa del brusco calo dei visitatori stranieri.

«Quante decine di migliaia di europei e asiatici sarebbero transitati attraverso Doha, Dubai o Abu Dhabi nelle ultime due settimane se non ci fosse stata questa guerra?» si chiede Emily Rutledge, economista presso l’Open University britannica.

Il settore energetico ha subito danni altrettanto gravi. Il 18 marzo un drone israeliano ha colpito impianti di trattamento del gas nel complesso iraniano di Assalouyeh. In seguito, missili iraniani hanno provocato danni estesi a Ras Laffan, in Qatar, cuore della più grande produzione mondiale di gas naturale liquefatto. Altri attacchi hanno danneggiato raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, mentre impianti di gas sono stati chiusi negli Emirati Arabi Uniti. Secondo Capital Economics, qualora il conflitto si protragga per oltre tre mesi e causi danni duraturi alle infrastrutture, il PIL dei paesi della regione potrebbe calare del 10-15%.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava circa un quinto della fornitura mondiale di petrolio, è di fatto chiuso. Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la situazione «la più grande sfida per la sicurezza energetica globale della storia».

In questo contesto, le risorse stanziate dai Paesi del Golfo per la presenza militare americana sono servite a respingere gli attacchi missilistici diretti contro Israele, mentre le monarchie petrolifere stesse restano senza una protezione reale.

Crescono le tensioni a Washington

Mentre la situazione nel Golfo peggiora, a Washington le tensioni aumentano. Il presidente della Commissione Forze Armate della Camera dei Rappresentanti, Mike Rogers, ha duramente criticato il Pentagono al termine di un briefing a porte chiuse: «Vogliamo sapere di più su ciò che sta accadendo, quali opzioni sono sul tavolo e perché vengono considerate. Non riceviamo risposte sufficienti».

Secondo il giornalista del Wall Street Journal Alex Ward, almeno tre repubblicani al Congresso — inclusi i due presidenti delle commissioni militari — segnalano che un’operazione terrestre in Iran sarebbe allo studio e potrebbe essere avviata a breve. Contemporaneamente, lo stesso quotidiano riporta che Donald Trump, in conversazioni private con i suoi consiglieri, parla della possibilità di porre fine alla guerra nelle prossime settimane. Due segnali difficilmente conciliabili.

La questione legale rimane aperta. L’operazione «Epic Fury» è stata avviata senza voto del Congresso, benché la Costituzione americana attribuisca al potere legislativo — e non a quello esecutivo — il diritto di dichiarare guerra. Il Senato ha già respinto per tre volte risoluzioni volte a limitare i poteri del presidente. Il senatore Rand Paul si è espresso senza mezzi termini: a suo avviso, i legislatori «cedono troppo volentieri al presidente il potere di entrare in guerra, in cambio di una plausibile negazione della propria responsabilità».

L’Europa e il costo della partecipazione

Il conflitto ha ripercussioni sull’Europa. La Banca Centrale Europea ha avvertito che una guerra prolungata potrebbe provocare stagflazione e spingere le principali economie dipendenti dall’importazione di energia — tra cui Germania e Italia — in una recessione tecnica entro la fine del 2026. I Paesi che consentono l’uso del loro territorio o delle loro infrastrutture per supportare l’operazione si espongono sia a responsabilità legali sia a conseguenze economiche legate a un conflitto avviato al di fuori dei meccanismi internazionali di sicurezza collettiva.

Gli analisti dell’Arab Center DC sottolineano che i dubbi sulla affidabilità delle garanzie di sicurezza americane non faranno che aumentare: le azioni di Washington hanno esposto i Paesi del Golfo a rischi reali, invece di garantirne deterrenza e protezione.

Il conflitto pone i governi europei di fronte a un dilemma. Gli interventi occidentali volti a cambiare regime si sono storicamente dimostrati «costosi, caotici e praticamente impossibili senza presenza militare di terra», come dimostrano i casi di Iraq, Libia e Afghanistan. Diversi Stati europei hanno già preso le distanze dall’operazione, temendo sia violazioni del diritto internazionale sia le conseguenze economiche di una crisi energetica prolungata.

Gli analisti militari USA avvertono che l’esercito statunitense, nonostante la sua potenza, non dispone di risorse illimitate per compensare le perdite di un’operazione di vasta scala in Medio Oriente, continuando al contempo a fornire armi a Ucraina ed Europa.

Mentre i diplomatici cercano una via d’uscita e i politici discutono sulle proprie competenze, lo Stretto resta chiuso, i prezzi del petrolio salgono, e la guerra — lontana dalla promessa di una vittoria rapida — è entrata nel secondo mese senza prospettive chiare di soluzione.




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