lunedì 27 luglio - Massimo Icolaro

Il "Botteri-Show" su Sinner e la realtà di un fisco vorace ed improduttivo

La polemica divampata attorno alle dichiarazioni della giornalista Giovanna Botteri su Jannik Sinner offre lo spunto perfetto per mettere a nudo il cortocircuito tra la retorica solidaristica della sinistra televisiva e la disastrosa realtà della gestione della spesa pubblica in Italia.

Durante un intervento pubblico insieme a Luca Sommi, la storica ex corrispondente Rai ha tuonato contro il numero uno del tennis mondiale per la sua residenza a Montecarlo, sfoderando il campionario populista perfetto: «Quanto mi rode che Sinner viva a Monte Carlo! Ma tu guadagni 70 milioni di euro l'anno, perché non fai come Alcaraz che mantiene la sede fiscale in Spagna? Non bastano 70 milioni? Ma uno che cosa ci fa? Ti compri una casa, una macchina, due macchine...», arrivando persino a confessare che in una ipotetica finale tiferebbe per lo spagnolo.

Il sottotesto morale è chiaro e trito: il campione milionario avrebbe il "dovere" di versare i propri oboli fiscali allo Stato italiano. Ma la morale svanisce bruscamente quando si scontra con i numeri implacabili di dove finiscano, quei soldi.

È esattamente qui che il cortocircuito del racconto mediatico diventa lampante. Da un lato c'è la narrazione televisiva — spesso veicolata da chi siede comodamente su poltrone pubbliche o finanziate con il canone — che pretende di fare i conti in tasca agli atleti, brandendo il concetto astratto di "solidarietà fiscale". Dall'altro lato c'erano e ci sono i fatti: invocare il dovere civico di sostenere la sanità o i servizi pubblici dimenticando dove finiscono effettivamente i flussi di denaro dello Stato.

Quando un giornalista punta il dito contro chi sposta la propria residenza fiscale, omette accuratamente di interrogarsi sulla produttività della spesa pubblica. Pretendere che decine di milioni di euro finiscano nelle casse di un sistema che brucia risorse in apparati elefantiaci, consulenze opache e carrozzoni burocratici — anziché produrre servizi efficienti per i cittadini — non è giornalismo d'inchiesta, è la comoda difesa di uno status quo che non subisce mai le conseguenze del proprio fallimento.

Dove vanno a finire le tasse in Italia? (I dati che la tv non racconta)

Invocare il contributo fiscale per finanziare "ospedali e strutture indispensabili" mentre si ignorano le voragini dello Stato italiano significa ignorare deliberatamente la voragine della spesa improduttiva. Ecco cosa dicono cifre e report ufficiali:

  • I 225 miliardi di sprechi burocratici: Secondo le elaborazioni strutturali dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il costo complessivo della cattiva amministrazione, della complessità burocratica e degli sprechi nella macchina pubblica italiana ammonta a circa 225 miliardi di euro all'anno. Una cifra mostruosa che brucia risorse superiori all'intera spesa sanitaria nazionale, polverizzata in inefficienze anziché in reparti di terapia intensiva.
  • Il peso insostenibile dei dipendenti pubblici: I dati dell'Osservatorio INPS certificano che il monte retributivo della Pubblica Amministrazione, distribuito attraverso oltre 12.000 enti pubblici, si aggira stabilmente intorno ai 132 miliardi di euro annui.
  • Il record europeo della pressione fiscale: A fronte di una macchina statale elefantiaca, l'Italia mantiene una pressione fiscale reale che supera stabilmente il 42-43% del PIL, collocandosi regolarmente ai vertici delle classifiche OCSE. Un prelievo schiacciante che non garantisce servizi d'eccellenza, ma serve a mantenere in vita un sistema di costi fissi e apparati autoreferenziali.

Il carrozzone pubblico e il paradosso morale

Il livore nei confronti di Sinner — colpevole di gestire legalmente i propri guadagni anziché affidarli a un erario vorace — ignora la natura dei grandi "carrozzoni" che la politica e la burocrazia difendono con le unghie e con i denti.

Basti pensare al sistema delle partecipate pubbliche, alle agenzie regionali o ai costi di gestione di enti radiotelevisivi e apparati amministrativi locali in cui il rapporto tra dirigenti e personale operativo ha toccato storicamente vette paradossali (come evidenziato nel tempo dalle analisi sui costi degli apparati regionali o delle municipalizzate).

Chiedere a un atleta d'élite di versare decine di milioni nelle casse di uno Stato che brucia miliardi in consulenze, enti inutili e carrozzoni clientelari non è senso civico: è masochismo finanziario. Sinner fa benissimo a tenersi i suoi soldi; il vero "gioco da bar" è pretendere che i contribuenti continuino a tappare le voragini di un sistema pubblico che, di "indispensabile" per i cittadini, ha ormai ben poco.




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