lunedì 29 marzo - Alessandro Corroppoli

I lavoratori delle strutture socio sanitarie sono di serie B?

La sveglia è impostata alle 5.40 del mattino: giù dal letto, un veloce caffè, si indossa la mascherina e via si corre al lavoro. Timbriamo prima e non oltre le 06.53, ci viene misurata la temperatura e poi si corre verso gli spogliatoi a cambiarci: indossiamo la divisa, cambiamo la mascherina e ci avvaliamo dell’ utilizzo di tutti i sistemi di protezione a nostra disposizione, e iniziamo la giornata lavorativa. 

La sveglia è impostata alle 5.40 del mattino: giù dal letto, un veloce caffè, si indossa la mascherina e via si corre al lavoro. Timbriamo prima e non oltre le 06.53, ci viene misurata la temperatura e poi si corre verso gli spogliatoi a cambiarci: indossiamo la divisa, cambiamo la mascherina e ci avvaliamo dell’ utilizzo di tutti i sistemi di protezione a nostra disposizione, e iniziamo la giornata lavorativa. Sette ore lavorative dove diventiamo tutto per il paziente: l’amico, il confidente, l’aiuto indispensabile, la famiglia per “rubare” un’altra giornata di vita. Arrivati in reparto, diamo il cambio al collega che si è fatto il turno di notte: dieci ore di lavoro.

Dal 1° gennaio 2020 nessuno di noi ha mai smesso di lavorare: né durante il primo lockdown, né durante questa seconda fase della pandemia. Siamo gli unici lavoratori della sanità in Italia a non aver ricevuto in busta paga un euro di indennità dai datori di lavoro e un euro di Bonus Covid dalla Regione. Siamo per caso figli di un Dio minore? Si, forse lo siamo. Noi siamo infermieri, fisioterapisti, logopedisti, tecnici di radiologia, assistenti sociali, educatori, dietiste, Oss, operatori sanitari di strutture socio sanitarie RSA, centri ambulatoriali di riabilitazione (ex art. 26 dalla legge 833/78), Csa, Ra, centri psichiatrici, case alberghi, case di riposo, ecc. Professionisti con la laurea e master, iscritti ai propri Ordini, in regola con gli ECM e con l’assicurazione.

Ogni giorno laviamo pazienti, assistiamo disabili, movimentiamo e facciamo fare riabilitazione agli allettati. Prepariamo le terapie, facciamo prelievi e medicazioni. Somministriamo terapie tramite sondino, peg, cateteri venosi centrali. Svolgiamo anche altre mansioni faticose e quotidianamente lavoriamo gomito a gomito con colleghi assunti con le cooperative o con le agenzie che hanno contratti a tempo determinato. Molto spesso nei corridoi dei nostri reparti ci sono medici a consulenza. Ecco, questi sono gli operatori sanitari di Serie B. Questi siamo noi.

Già prima della pandemia, tutto il personale della sanità delle strutture socio sanitarie aveva un carico di lavoro che andava ben oltre le proprie possibilità. Adesso, per rispettare i protocolli Covid, l’intensità del loro lavoro è cresciuta notevolmente e pare che a nessuno interessi. A questo bisogna aggiungere che il Servizio Sanitario Nazionale, per far fronte alla pandemia, ha aperto, giustamente, una campagna di assunzione del personale. A rispondere, guarda caso, sono stati soprattutto gli infermieri e oss provenienti dalle strutture socio sanitarie delle Rsa, Csa, Ra. Lo hanno fatto soprattutto perché sono stanchi di sentirsi professionisti di una serie minore: chiedono maggiori diritti e non vogliono più sentirsi infermieri o operatori socio sanitari di seconda o terza fascia.

Il paradosso è che questo esodo sta riducendo la forza lavoro nella sanità socio sanitaria (privata e convenzionata) con il rischio evidente che intere aree di cura della stessa vadano in tilt, e nessuno a livello istituzionale avverte l’urgenza di avviare un confronto e di capire le reali esigenze e problematiche lavorative dei dipendenti. Al personale rimasto, per garantire la continuità assistenziale, vengono sospese le ferie e spesso capita che vengano richiamati in servizio anche nei giorni di riposo. E quando si manifestano dei cluster nelle strutture, il personale subisce una forte pressione psicologica perché vedono colleghi e ospiti contagiarsi. La stanchezza, lo stress è palpabile lo si può tagliare con un coltello.

Infermieri, fisioterapisti, logopedisti, educatori, Oss e operatori sanitari delle strutture socio saniatrie vivono una situazione fatta di dumping contrattuali, di misere retribuzione e di tagli ai diritti nell’indifferenza generale. Ad inizio pandemia, un anno fa, c’erano gli eroi e gli angeli. Oggi non vi sono più, tutti caduti nel dimenticatoio del tempo. Alcuni più di altri.

Oggi diventa fondamentale, necessario mettere in campo una task force che riconosca salari, diritti e professionalità ai lavoratori delle strutture socio sanitarie RSA e dei centri ambulatoriali di riabilitazione (ex art. 26 dalla legge 833/78). Superare le forme di precariato nei rapporti contrattuali di lavoro e avere il riconoscimento degli stessi livelli retributivi, stessi orari di lavoro e stesse tutele adeguate dei lavoratori della sanità pubblica. Perché i lavoratori delle strutture socio sanitarie e in tutte le strutture in cui ci si prende cura degli utenti più fragili, come anziani e disabili non sono lavoratori di Serie B.

Alessandro Corroppoli




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