martedì 20 aprile - UAAR - A ragion veduta

I francesi contro il loro concordato

La Francia viene spesso esaltata – o denigrata – come modello di laicità. La legge del 1905 rappresenta un unicum, ma è inadeguata di fronte alle nuove sfide (e alle “nuove” religioni). Da qui la recente norma contro il “separatismo”, fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron, che sta passando un faticoso vaglio in Senato.

Ma il quadro della laïcité mostra sbavature. Come la sopravvivenza del concordato dell’Alsazia-Mosella. L’annessione alla Francia di quest’area contesa con i tedeschi non ha scalfito l’impostazione voluta da Napoleone e papa Pio VII nel 1802. Tuttora i ministri dei culti (riconosciuti) sono stipendiati dallo stato come funzionari, i leader religiosi nominati (almeno formalmente) dal governo. Le confessioni non riconosciute come l’islam di riflesso godono di privilegi. Il sistema costa 74 milioni di euro l’anno, su un territorio piccolo quanto l’Umbria e con una popolazione di meno di due milioni di abitanti.

La costruzione di una moschea a Strasburgo mostra le criticità del relitto clericale. Il consiglio comunale della città ha foraggiato con 2,5 milioni di euro quello che sarà il luogo di culto islamico più grande d’Europa. Gestito da Millî Görus, influente organizzazione conservatrice turca in stretti legami col governo del sultano Erdogan e testa di ponte dell’integralismo in occidente. Il Comune ha infatti esteso gli oneri di urbanizzazione religiosa a tutte le confessioni nel 1999, all’epoca della socialista Catherine Trautmann. Il 10% dei costi per costruire luoghi di culto è coperto da fondi pubblici. Una vera e propria decima per i contribuenti. Anche per la moschea, quindi pure un po’ zakat.

La neosindaca Jeanne Barseghian, esponente del partito di sinistra ecologista Europe Écologie-Les Verts e tra l’altro di ascendenza armena, difende il sì municipale alla moschea. Il ministro dell’Interno Gérald Darmanin contesta quella che ha definito senza mezzi termini “ingerenza straniera” della Turchia. Si è appellato alla prefetta Josiane Chevalier per annullare l’atto dell’amministrazione. In tutto questo il presidente Macron lancia il suo j’accuse in un’intervista su France 5: lobby islamiche e in particolare la Turchia, che già hanno montato una ferocissima campagna contro la Francia “razzista”, vogliono condizionare le presidenziali del 2022.

Quanto fondamento ha l’idea rassicurante che la popolazione alsaziana voglia mantenere lo status quo confessionalista? Un sondaggio dell’agenzia Ifop, commissionato dai massoni del Grande Oriente di Francia, mostra uno scenario ben diverso. Tra i francesi in generale il 68% è contrario al finanziamento pubblico per le confessioni religiose. Con l’eccezione (prevedibile) dei cattolici praticanti (66% a favore) e, nota dolente che già abbiamo approfondito, dei giovani sotto i 25 anni (53% favorevoli) tendenzialmente sedotti da un approccio laico “minimalista”. Mentre gli abitanti dell’Alsazia-Mosella a favore raggiungono il 56%. Ma ci sono notevoli variazioni se si considera quale religione finanziare: per la Chiesa cattolica c’è un occhio di riguardo, mentre i numeri calano se si considerano le altre e crollano quando si parla di islam. L’elargizione comunale per la moschea vede contrari l’85% dei francesi e il 79% dei residenti della città. E anche gli elettori verdi che hanno votato l’attuale amministrazione. La maggior parte dei francesi (78%) vorrebbe l’abolizione del concordato dell’Alsazia-Mosella, in maniera trasversale a livello politico. E persino il 52% dei residenti è per l’abrogazione.

I risultati sono stati rilanciati dal settimanale satirico Charlie Hebdo. Il caporedattore Gérard Biard sottolinea come la polemica intorno alla moschea strasburghese di Eyyub Sultan abbia rinfocolato lo scontro tra le “due sinistre”, quella di ispirazione laica e universalista e quella di matrice identitaria e filo-islamica. Se è vero che nella diatriba può giocare il sentimento di antipatia verso i musulmani, come sottolineato dal direttore del settore politico dell’Ifop François Kraus, l’eccezione confessionalista dell’Alsazia-Mosella non è affatto una “vacca sacra” cui i residenti sono attaccati, ricorda Biard. È l’ora di sgombrare il campo dalle ambiguità delle forze politiche su questo residuo concordato. Tra “democratici repubblicani”, fedeli a una laicità “senza aggettivi e senza debolezze di fronte ai dogmi religiosi sempre più all’offensiva”, quella parte della sinistra “che ha scelto di rinnegare la propria storia e i propri valori per scendere a patti con dei barbuti totalitari”, la destra di “bigotti baciapile” e l’estrema destra “razzista che vede nella laicità solo un’arma contro i musulmani”. Interviene anche il direttore Riss. Parte dalla bufera integralista contro un docente britannico, colpevole di aver mostrato le vignette del settimanale sull’islam, per sottolineare la fragilità del timido e perbenista secularism inglese. Per ribadire con orgoglio che la laicità “alla francese” è “il prodotto di lusso meno caro al mondo”: dovrebbe essere “esportata” “come lo Chanel n. 5 o il bordeaux”. Così anche altri paesi – e magari anche l’Italia – potranno avere un aroma… più laico, che copra l’odore stagnante del confessionalismo.

Valentino Salvatore

 




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