venerdì 13 gennaio - La bottega del Barbieri

I dati della Sanità pubblica in Italia

In Italia tra il 2010 e il 2020 sono stati chiusi 111 ospedali e 113 pronto soccorsi e tagliati 37.000 posti letto, arrivando a 3,1 posti letto ogni 1000 abitanti (la media UE è 5 posti letto, la Francia ne ha 6 [1, 2]. Ma la scure dei Governi che si sono succeduti è stata ancora più pesante sulla medicina territoriale (medici di base, ambulatori, servizi di prevenzione e promozione della salute).

Spesso si legge e si sente dire che c’è carenza di medici, ma questo non è del tutto esatto. I medici iscritti all’Albo sono 422.000 (di cui 125.000 con oltre 65 anni e 35.000 con meno di 30 anni) [3]. Quindi, anche ammettendo che tutti i medici sopra i 65 e sotto i 30 anni non siano attivi (cosa del tutto inverosimile), vi sarebbero 262.000 medici attivi, cioè 4,4 medici attivi ogni 1000 abitanti, più della media UE (3,6 medici ogni 1000 abitanti), quasi come in Germania (4,3) e più che in Francia e in UK [2].

In realtà tutti sanno che la maggioranza dei medici continua a lavorare privatamente anche a 70, 75 anni e perfino a 80 anni. Quindi è molto probabile che i medici attivi siano almeno 350.000. Cioè oltre 3 volte il numero dei medici dipendenti del SSN (103.000 medici [4]). Anche se si sommano a questi i circa 40.000 medici di base e i 6.500 pediatri di libera scelta [4] si arriva a circa 150.000 medici del SSN: molto meno della metà di quelli privati. Anche contando i 15.500 specialisti convenzionati [5] la situazione cambia di poco. Insomma in Italia non c’è alcuna carenza di medici: è il Sistema Sanitario Nazionale che ne è carente.

L’Italia e il SSN sono enormemente carenti di professionisti sanitari (infermieri, assistenti sanitari, fisioterapisti, tecnici della prevenzione ecc.). Nel nostro Paese vi sono 6,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro i 18 di Svizzera e Norvegia, i 13 della Germania, gli 11 della Francia [4, 2]. Per di più una buona parte lavora nel privato e non nel pubblico: dei 372.000 infermieri presenti in Italia quasi 100.000 lavorano nel privato [4]. Quindi la sanità pubblica si trova a operare con un’enorme carenza di professionisti sanitari e una discreta carenza di medici (in particolare di medici di base: si stima che ne manchino oltre 6.000 [1]).

Tutto ciò non è frutto del caso ma di precise scelte. Innanzitutto i continui tagli alla sanità, tagli del tutto ingiustificati, visto che siamo (e siamo sempre stati) tra i Paesi che spendono meno per la sanità: negli ultimi 20 anni abbiamo speso tra il 6 e il 7% del PIL (con la sola eccezione del 2009, quando si è superato di poco il 7%, e del 2020 e 2021, quando si è arrivati rispettivamente al 7,3% e al 7,1% del PIL, solo in parte a causa delle misure d’urgenza adottate per la pandemia di covid ma soprattutto per il drastico calo del PIL), mentre quasi tutti gli altri Paesi sono sempre stati sopra il 7-8% [6, 2]. I continui tagli ai fondi per il SSN hanno portato al blocco delle assunzioni: decine di migliaia di medici e di professionisti sanitari sono andati e vanno in pensione senza essere sostituiti da nessuno e senza poter “insegnare il mestiere” frutto di tanti anni di esperienza: un enorme spreco di risorse. Per di più molti di questi pensionati sono andati a lavorare nella sanità privata portando lì l’esperienza maturata nel pubblico e istruendo i colleghi giovani.

Tale fenomeno è stato ulteriormente aggravato da leggi quali “Quota 100”: medici e professionisti sanitari hanno lasciato il SSN a 62 o 63 anni percependo la pensione e andando a lavorare nel privato.

L’attuale Governo si sta impegnando più di altri in quest’opera di affossamento del SSN e di aiuto alla sanità privata. La spesa sanitaria per il 2023 è prevista al 6,6% (come già deciso da Draghi) e nel 2025 addirittura al 6,1%, e ciò malgrado l’OMS raccomandi di non scendere mai sotto il 6,5% [7].

Le dichiarazioni della Meloni (“Abbiamo aumentato il fondo sanitario di ulteriori 2 miliardi e 150 milioni”) sono una presa per i fondelli. L’aumento del finanziamento è infatti inferiore al tasso di inflazione generale (l’aumento è pari al 2,1%, ma poiché l’inflazione nel 2022 è stata dell’8,4%, significa un taglio della spesa sanitaria reale del 6,3%). In realtà il taglio è ancora maggiore perché nel settore sanitario (apparecchiature, farmaci ecc.) l’aumento dei prezzi è maggiore dell’8,4%.

Anche la cosiddetta “flat tax per le partite IVA” (legge 197/2022) darà un grave colpo alla sanità pubblica. I lavoratori autonomi e i liberi professionisti che scelgono il regime forfettario avranno un’aliquota di tassazione solo del 15% fino a 85.000 euro annui di ricavi. Quindi, mentre un lavoratore dipendente paga il 25% per ricavi tra 15.000 e 28.000 euro, 35% per quelli tra 28.000 e 50.000 e 43% per i ricavi oltre i 50.000 euro, un lavoratore autonomo che incassa 85.000 euro paga solo il 15%. Il ragionamento che tanti medici o professionisti sanitari stanno facendo è: “Perché mai lavorare nel SSN in condizioni estremamente stressanti a causa della carenza di personale, ed essere tassato al 43% quando andando nel privato si guadagna di più, si pagano molte meno tasse (il 15%) e si lavora con molto meno stress?”.

Tra il 2019 e il 2021 8.000 medici si sono dimessi dal SSN per andare a lavorare nel privato: con questi provvedimenti l’esodo dal pubblico al privato rischia di diventare enorme [8].

Probabilmente è proprio questo che si vuole: peggiorare sempre più il SSN, così che non faccia concorrenza alla sanità privata, e favorire sempre più questa, in un circolo vizioso che danneggia i cittadini e soprattutto i poveri e i meno abbienti.

Per una avere una visita oculistica in Italia si aspettano in media 88 giorni, per una ortopedica 56 giorni, per fare una colonscopia 96 giorni, per una gastroscopia 88 giorni, per un ecodoppler 74 giorni, per un ecocuore 70 giorni [9]. Chi ha soldi finisce per rivolgersi al privato o ricorre all’intra moenia, chi non li ha vede peggiorare la propria salute senza poter fare niente o finisce per indebitarsi.

In media nel 2021 ogni italiano (bambini compresi) ha speso di tasca propria 640 euro per curarsi, di cui almeno 400 euro per cure necessarie che dovevano essere fornite dal SSN [10]. Una grande tassa su tutti gli italiani a vantaggio della sanità privata.

Se lo sguardo non si volge all’intera Italia ma alle singole regioni la situazione è ancora più iniqua. Da decenni lo Stato dà maggiori risorse alle regioni più ricche e meno a quelle più povere accentuando sempre più le disuguaglianze. Per esempio nel 2021 la Campania ha ricevuto 2.083 euro per abitante, mentre la provincia di Bolzano 2.859, la Valle d’Aosta 2568, la Liguria 2358, il Friuli VG 2330, la Toscana 2280, l’Emilia 2254, il Piemonte 2207, la Lombardia 2126 [11]. Da anni la Campania è all’ultimo posto per risorse fornite e le Regioni del Nord e del Centro ai primi posti. Non è un caso che le ASL della Campania hanno 70,6 dipendenti ogni 10.000 abitanti, mentre quelle della Toscana 130, dell’Emilia Romagna 126, del Piemonte e dell’Umbria 122 [12].

E non è assolutamente vero che al Sud si lavora poco e si è inefficienti, mentre al Nord e al Centro no. Anzi i dati dimostrano il contrario: in Friuli solo il 20% delle disostruzioni carotidee avviene con tempi d’attesa inferiori a 30 giorni, in Campania sono il 50% e in Sicilia addirittura l’80%. In Trentino meno del 45% dei by-pass aorto carotideo ha tempi d’attesa inferiori a 30 giorni, in Campania sono poco meno del 90% (meglio anche dell’85% della Lombardia). In Liguria circa il 70% delle coronarografie avviene entro i 30 giorni, in Lombardia meno dell’80%, in Campania oltre il 90%. In Umbria e nella provincia di Bolzano il 75% delle disostruzioni coronariche avviene entro i 30 gg, in Lombardia l’80%, in Campania il 95% [13].

Purtroppo i cittadini continuano a credere ai luoghi comuni falsi su Nord efficiente e Sud spendaccione, sui dipendenti pubblici fannulloni, sulla superiorità del privato, sull’eccessiva spesa per la sanità in Italia.

Periodicamente si ripropone la necessità/utilità di un sistema sanitario misto, in parte a carico della fiscalità generale e in parte a carico dei cittadini tramite assicurazioni che si avvalgono della sanità privata. Un’altra mistificazione perché è risaputo che i sistemi sanitari pubblico-privati portano a un aumento dei costi (il privato ha come fine il guadagno e tende a prescrivere accertamenti e cure inutili o a indurre nuovi bisogni che nulla hanno a che vedere con la promozione della salute). L’esempio più eclatante sono gli USA, un Paese con uno dei peggiori sistemi sanitari, con un’aspettativa di vita di 76 anni per i maschi e 81 per le donne (cioè circa 5 anni in meno che in Italia), una spesa per la sanità tra le più alte al mondo (9% del PIL quella pubblica e 8% del PIL quella privata) [14].

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Note: 1) CIMO-FESMED, 2022; 2) Eurostat 2022; 3) ISTAT (dati relativi al 2020); 4) Agenas 2021; 5) SUMAI 2019; 6) MEF; 7) MEF: NADEF 2022; ANAAO-Assomed 2022; 9) CREA Sanità: Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali 1° Report; 10) Osservatorio dei Consumi Privati in Sanità (OCPS) Cergas-Università Bocconi, 2022; 11) Cergas-Università Bocconi, 2022 su dati del Ministero della Salute; 12) ISTAT 2019; 13) Agenas: report sulle liste d’attesa 2022; 14) OCSE. Consigliamo la lettura degli articoli Il sistema sanitario tedesco e La classifica dei sistemi sanitari europei secondo l’EHCL pubblicati su Salute Internazionale, che mostrano come le assicurazioni e il privato portano a un aumento dei costi e della soddisfazione da parte dei “clienti”, ma a non ottimali risultati in termini di salute.

da qui

(articolo ripreso dalla pagina fb dell’Associazione Marco Mascagna

 




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