venerdì 31 luglio - La bottega del Barbieri

I barconi della speranza e i sogni illusori del calcio

La storia di Musa Juvara, il giovanissimo calciatore del Bologna che ha segnato un gol decisivo contro l’Inter a San Siro,è stata raccontata come la favola del piccolo orfano africano che trova fortuna nella ricca Europa grazie alle doti atletiche e all’incontenibile passione per il calcio. La Bottega propone una lettura diversa .

di Max Mauro

La storia di Musa Juwara, diciottenne calciatore in forza al Bologna, ha colpito l’immaginazione di molti giornalisti e commentatori, in Italia e all’estero. Dopo il gol segnato all’Inter a San Siro, che ha fatto vincere la partita alla sua squadra, il racconto mediatico ha prodotto una specie di fiaba dei nostri giorni, una fiaba consolatoria per i paesi del nord del mondo: il piccolo orfano africano che trova fortuna nella ricca Europa grazie alle sue doti atletiche e l’incontenibile passione per il calcio.

Che tutto ciò sia avvenuto in mezzo ad una pandemia che ha squadernato le vite di gran parte del pianeta non fa che arricchire di toni emotivi la sua impresa individuale. Tuttavia, a ben vedere, la sua storia illustra aspetti più profondi delle dinamiche migratorie contemporanee e delle diseguaglianze strutturali prodotte dallo sfruttamento Europeo dell’Africa, che non si è interrotto con la fine del colonialismo.

Minori che emigrano

In base ai dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Juwara è stato uno dei circa 27.000 minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2016, in maggioranza dall’Africa. La stessa Agenzia sottolinea che il crescente numero di bambini e ragazzi che emigrano senza i genitori è un “fenomeno ormai strutturale e slegato da una qualche emergenza”.

Nato nel 2001 nel piccolo stato africano del Gambia, Juwara è arrivato in Sicilia nel giugno del 2016 in uno dei cosiddetti ‘barconi della speranza’. Alloggiato presso il centro di accoglienza di Ruoti, in provincia di Potenza, e si è fatto presto notare nei tornei giovanili nelle fila della Virtus Avigliano, con cui ha vinto il campionato provinciale.

Nell’estate del 2017 il Chievo manifesta l’interesse a tesserarlo ma la FIGC pone degli ostacoli, basandosi sulla normativa FIFA che vieta il tesseramento di minori stranieri da parte di società professionistiche. Il tesseramento va in porto solo in seguito al ricorso della famiglia affidataria presso il Tribunale di Potenza. Come in altri casi simili, viene affermato il principio discriminatorio di norme create per fermare il traffico di minori, ma che finiscono per impedire a molti ragazzi (in particolare provenienti dall’Africa) di perseguire il sogno di una carriera nel mondo del calcio.

Queste norme, introdotte per la prima volta nei primi anni 2000 e aggiornate via via, sono uno strumento importante per limitare lo sfruttamento dei talenti giovanili dei paesi più poveri. Come evidenziato da diverse inchieste giornalistiche, soprattutto in Africa operano agenti non ufficiali (la FIFA tiene un registro degli agenti autorizzati ad operare nei singoli paesi) che illudono i giovani talenti e le loro famiglie con la promessa di un provino o addirittura un contratto in uno dei sessanta campionati professionistici europei (solo l’Italia ne ha tre) o di altre parti del mondo. Il più delle volte si tratta di promesse fasulle, che lasciano le famiglie indebitate e i ragazzi abbandonati a se stessi.

Le normative FIFA

Le normative FIFA autorizzano il tesseramento di minori stranieri solo in tre casi specifici: quando i minori si trasferiscono con la famiglia in un altro paese per ragioni non legate al calcio; quando risiedono a meno di 50 chilometri dal confine con il paese in cui intendono essere tesserati; il terzo caso riguarda i giovani dell’Area Economica Europea che sono autorizzati a spostarsi dal proprio paese dall’età di 16 anni.

Come si può intuire, queste eccezioni, e il principio su cui sono fondate, presentano delle falle che persone con pochi scrupoli possono cercare di sfruttare. Va da sé che nel mondo del calcio questo tipo di persone sono numerose. Solo negli ultimi anni, società quali Barcelona, Real Madrid, Atletico Madrid e Chelsea sono state sanzionate dalla FIFA per aver evaso le norme sul trasferimento internazionale dei minori. In diversi casi, le società avevano tesserato ragazzini di 13-14 anni provenienti da varie parti del mondo creando delle opportunità occupazionali per le famiglie. In pratica, avevano prima trovato lavoro ai genitori e poi tesserato il figlio. Ovviamente, trattandosi di club di questo livello, i tesseramenti sono apparsi sospetti e il sub-comitato della FIFA competente a vagliare i tesseramenti li ha bloccati.

Questi casi sono solo la punta di un iceberg. Il calcio è un’industria globale che prolifera nell’intreccio di diritti televisivi, sponsorizzazioni, e merchandising e che ha una visibilità e una capacità di penetrazione culturale senza pari. Come gli altri sport professionistici, il calcio è un’industria molto particolare, che accresce i margini di successo (e profitto) quanto prima riesce ad individuare i talenti e avviarli alla formazione. L’età decisiva per intuire il potenziale di un giovane calciatore è sempre più bassa, attorno agli 8/9 anni o anche prima.

Il mercato dei talenti bambini

Fino alla metà degli anni ottanta, le società calcistiche professionistiche reclutavano giovani calciatori nelle città in cui la società aveva sede, nella provincia o nella regione. Solo le maggiori società reclutavano giovani talenti a livello nazionale. Oggi, tutte le squadre primavera (tra i 15 e i 19 anni di età) delle squadre di Serie A sono composte da ragazzi proveniente da molti paesi diversi. Lo stesso accade negli altri campionati principali, in Inghilterra, Spagna, Germania, Francia. Anche a livello giovanile, il calcio, e in minor misura altri sport come la pallacanestro, è diventato un fenomeno internazionale.

La pressione per individuare nuovi talenti e trasformarli nel prossimo Messi o Ronaldo è altissima, e la competizione tra società si gioca ormai a livello globale. Ovviamente tutto ciò si riverbera sui paesi con meno opportunità, maggiore povertà e disagio sociale.

In queste società i ragazzi vivono il sogno di diventare un campione nello sport, e soprattutto nel calcio, come un’opportunità salvifica, per se stessi e le loro famiglie. Il fatto che solo uno su centomila o un milione ce la possa fare, mentre tutti gli altri si ritrovano senza un’istruzione e un futuro alternativo, non è un deterrente efficace per chi non ha altre opzioni. Al contrario, come avviene da decenni tra le comunità afro-americane degli USA, lo sport viene esaltato come la principale via d’uscita dalla povertà.

I poveri, i marginali, che in conseguenza della storia strutturalmente razzista della modernità Europea e occidentale hanno più spesso la pelle scura, offrono manodopera a basso costo, animata da grande determinazione (fame) e talento. Se poi finiscono per affermarsi nello sport, si crea la credenza che questo avvenga per “innate” doti e caratteristiche genetiche, non per le condizioni strutturali di diseguaglianza e sottosviluppo economico in cui si trovano a vivere le loro comunità.

Neoliberismo, sport e diseguaglianze globali

Le politiche neoliberiste messe in atto dagli anni settanta da un numero crescente di stati, in combinazione e in sinergia con le azioni del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, hanno impoverito aree sempre più vaste del mondo. Tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, viste come la panacea di tutti i mali, hanno finito per compromettere le possibilità sviluppo di molte società.

In Africa, la ricchezza creata dallo sfruttamento delle risorse naturali è stata convogliata verso i paesi dell’Occidente, mentre una porzione è stata riservata per le élite locali che hanno gestito in loro favore la transizione dalla fase coloniale a quella post-coloniale. E’ storia nota come i più intraprendenti leader politici della fase di indipendenza dei paesi africani siano stati eliminati o esautorati con il diretto intervento dei paesi occidentali. I nomi di Amilcar Cabral, Patrice Lumumba, e Kwame Nkrumah sono i primi a venire in mente.

Tutto questo ci riporta alle diverse letture che si possono dare della storia di Musa Yuwara. Il suo è certamente un messaggio di gioia e di speranza per molti ragazzi che vivono nelle periferie delle metropoli del sud del mondo, e si riempiono gli occhi delle immagini luccicanti della Champions League. Allo stesso tempo, ci deve far riflettere sulle dinamiche economiche globali, e sul ruolo che lo spettacolo sportivo riveste all’interno di esse.

Il successo di un ragazzo giunto in Italia su di un barcone della speranza non deve far scordare che la carriera sportiva è tra le più incerte e precarie che esistano. Anche tra coloro che hanno la fortuna di firmare un contratto professionistico a 18 anni, pochi avranno una carriera nel calcio. Gli esempi abbondano, ma a chi interessa parlarne? Un’industria fondata sulla continua produzione di sogni, e sulla loro riproduzione e moltiplicazione mediatiche, non può lasciare spazio a messaggi dissonanti, per quanto veritieri.

 



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