martedì 25 agosto - Pressenza - International Press Agency

Gran Bretagna: il Paese che sul coronavirus ha sbagliato tutto

Il 5 maggio, il Regno Unito è diventato il Paese con il maggior numero di morti per coronavirus in Europa: secondo le stime ufficiali, oltre 42 mila britannici hanno perso la vita finora.
All’inizio di marzo, però, la situazione era molto diversa.

 Londra Giovanni Succhielli

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Il virus stava già circolando in Europa: Germania, Francia e Spagna avevano passato i mille casi totali, ma il Paese più colpito all’epoca era l’Italia. Quando si erano raggiunti i 366 casi di CoViD-19 e i morti erano 7380, l’Italia era infatti diventata la prima nazione occidentale ad entrare in completo lockdown.
La situazione nel Regno Unito, intanto, non era così preoccupante: fino ad allora c’erano stati due decessi e 352 casi confermati. Ma qualsiasi persona di buon senso poteva immaginare che il virus sarebbe prima o poi arrivato anche oltremanica. Ciononostante, il governo guidato da Boris Johnson aspettò fino al 23 marzo per chiudere tutti i negozi “non essenziali”, mentre i numeri di casi e decessi erano saliti fino a diventare incredibilmente simili a quelli italiani.

 

L’immunità di gregge

In un primo momento, infatti, il governo britannico decise di “rallentare” la diffusione del virus e perseguire l’immunità di gregge.
Sir Patrick Vallance, il principale consigliere scientifico del governo, il 12 marzo diceva: “Non è possibile evitare che tutti se lo prendano [il virus, ndr], e non è nemmeno auspicabile perché si vuole qualche grado di immunità tra la popolazione”.
L’obiettivo del governo in quel momento era evitare che il servizio sanitario nazionale venisse travolto, credendo che i contagi raddoppiassero ogni quattro-sei giorni. Una ricerca pubblicata più tardi dall’Imperial College London e dall’Università di Oxford, però, stimò che ciò stava avvenendo in appena tre giorni: i piani del governo erano basati su dati sbagliati.
A metà marzo, quando la maggior parte dei Paesi europei erano entrati in lockdown, i treni della metropolitana di Londra erano ancora pieni di passeggeri, non c’era traccia di distanziamento e la vita procedeva come al solito.

“Ma a questo punto, e con l’eccezione di tutti i punti appena menzionati, voglio ribadire che per la stragrande parte delle persone di questo Paese dobbiamo continuare la nostra vita come al solito”.
– Dichiarazione del Primo Ministro (3 Marzo 2020)

In seguito, due diverse commissioni parlamentari hanno decretato che il governo Johnson ha commesso gravi errori nella gestione dell’emergenza.
Il Public Accounts Committee ha scritto che, per liberare posti letto negli ospedali, tra metà marzo e metà aprile in Inghilterra sono stati dimessi nelle case di riposo circa 25 mila pazienti senza che venisse loro effettuato un tampone. La commissione ha descritto questa decisione come “un incredibile errore”.

Secondo un report dell’Home Affairs Select Committee, invece il governo “non riconobbe in tempo” il rischio di importare il virus dal continente. Sebbene a chi arrivava dalla provincia dell’Hubei (Cina), e da alcune aree di Sud Corea, Iran e Italia fosse inizialmente stato chiesto di auto-isolarsi, tale indicazione fu ritirata tra il 13 e il 23 marzo.
I parlamentari hanno concluso che migliaia di europei affetti da coronavirus entrarono nel Regno Unito durante questo periodo. “L’incapacità di considerare la possibilità di imporre requisiti più rigorosi a coloro che entravano nel Paese – come l’auto-isolamento obbligatorio, l’aumento dello screening, i test mirati o la quarantena – è stato un grave errore”, si legge nel documento finale.

Delle oltre 18 milioni di persone entrate in Gran Bretagna nei tre mesi precedenti al lockdown, soltanto a 273 fu chiesto di auto-isolarsi.

 

 

Non solo nelle prime settimane il governo perseguì una strategia sbagliata, ma anche il Primo Ministro in persona sottovalutò il problema.
Il Times ha rivelato che Boris Johnson andò in vacanza per dodici giorni durante la sospensione dei lavori parlamentari, a partire dal 13 Febbraio. Johnson quindi non partecipò a cinque riunioni consecutive del gabinetto (“Cobra“) deputato alla gestione delle emergenze, mentre aveva ad esempio trovato il tempo di prendere parte ad una celebrazione del capodanno cinese. La prima riunione d’emergenza riguardante il coronavirus a cui partecipò il Primo Ministro fu il 2 marzo.
A quel tempo, inoltre, il Regno Unito era appena uscito ufficialmente dall’Unione Europea e il governo britannico era quindi impegnato con i primi piani per la gestione di Brexit.

Quando Johnson infine annunciò che il Paese stava entrando in lockdown, il 23 marzo, era evidentemente troppo tardi e il virus stava già circolando da tempo.
Gli ospedali di Londra furono rapidamente travolti dallo stesso “tsunami” di pazienti che la sanità italiana si era trovata ad affrontare solo qualche tempo prima. Nelle settimane successive il virus si spostò quindi da Londra verso il nord dell’Inghilterra, colpendo soprattutto le aree di Manchester e Leicester.

 

E le mascherine?

Anche quando fu annunciato che il Regno Unito sarebbe entrato in lockdown, il governo decise di seguire una strada diversa da quella scelta due settimane prima dall’Italia, nonostante i due Paesi si trovassero in una situazione simile.


Oltremanica vennero chiusi tutti i negozi “non essenziali” e la popolazione consigliata di lavorare da casa ove possibile. Ma indossare una mascherina sui trasporti pubblici non fu reso obbligatorio fino a giugno, quasi tre mesi più tardi. E coprirsi il volto in spazi chiusi divenne necessario appena a luglio.
Rishi Sunak, Ministro delle Finanze, fu addirittura visto servire dei tavoli in un ristorante – l’8 luglio, durante una photo opportunity – mentre non indossava alcun dispositivo di protezione.
Far rispettare il distanziamento, o impedire alle persone di riunirsi nei parchi, divenne quasi impossibile nel momento in cui corse e camminate erano ancora permesse e i caffè delle zone residenziali rimanevano aperti per il take-away.
La situazione peggiorò ancora quando, all’inizio di maggio, il governo suggerì che le misure di lockdown sarebbero state allentate il giorno dopo un lungo weekend di vacanza, proprio mentre un’ondata di caldo stava investendo il Paese. Ciò diede l’impressione che l’emergenza fosse finita, e durante quell’afoso fine settimana moltissime persone si trovarono nei parchi o organizzarono barbecue a casa di amici e parenti.

Il Primo Ministro spiegò anche che questa decisione sarebbe stata presa di domenica, in modo da avere i dati più recenti. Era già allora noto, però, che i dati del weekend non sono affidabili, in quanto il minor numero di persone impiegate in ospedali e laboratori durante il fine settimana fa sì che meno persone siano testate e meno decessi processati.
Quando Johnson infine si rivolse al Paese, domenica sera, spiegò che le regole in vigore avrebbero subìto soltanto piccole modifiche.

Nel frattempo, una recente ricerca dell’University College London ha dimostrato che in primavera ci fu un significativo calo della fiducia nei confronti del governo, dopo che alcuni giornali avevano rivelato che il principale consigliere del Primo Ministro – Dominic Cummings – aveva violato il lockdown senza venire punito. La ricerca mostra anche che la volontà di aderire alle linee guida durante il lockdown calò dopo tale scandalo.

 

Al contrario, il governo italiano gestì la crisi sanitaria in modo molto diverso.
Indossare mascherine e guanti in Italia fu reso obbligatorio fin dall’inizio del lockdown, all’inizio di marzo, sia in spazi chiusi che sui trasporti pubblici. La popolazione poteva lasciare la propria abitazione soltanto una volta al giorno per comprare del cibo o andare al lavoro, ove necessario. Ed era obbligatorio avere con sé un’autodichiarazione che giustificasse i propri movimenti, mentre le Forze dell’Ordine avevano il potere di far rispettare il distanziamento e fermare le persone in strada.

Paragonando l’andamento durante le prime dieci settimane di lockdown in Italia (9 marzo – 17 maggio) e nel Regno Unito (24 marzo – 1 giugno) risulta chiaro come all’inizio i due Paesi abbiano inizialmente seguito lo stesso trend: il numero di nuovi casi giornalieri nelle prime fasi dell’emergenza era simile ed il picco venne raggiunto dopo circa tre settimane.
Da quel momento, i casi giornalieri in Italia iniziarono a calare in modo costante, probabilmente per effetto del severo lockdown. Nel Regno Unito, però, non successe lo stesso: ci volle un ulteriore mese affinché qui si vedesse qualche risultato. Un maggior numero di casi quotidiani, date le condizioni degli ospedali allora, può facilmente aver portato ad un numero di morti dirette e indirette, a causa della mancanza di ventilatori polmonari o posti nelle terapie intensive.

 

Il coronavirus nel Regno Unito ha colpito in particolar modo le minoranze etniche (BAME) e le aree più povere, secondo le stime ufficiali.
In ogni caso, la miglior unità di misura per determinare l’impatto del virus su un Paese sono le morti eccessive: i dati mostrano che l’Inghilterra ha avuto il più alto livello di morti eccessive in Europa nelle prima metà del 2020. Ciò significa che il numero ufficiale di decessi di CoViD-19 dovrebbe essere ricalcolato.

Edwin Morgan, dell’Office for National Statistics, ha detto: “Mentre nessuna nelle quattro nazioni del Regno Unito ha avuto un livello di mortalità pari alla Spagna, o alle zone più colpite di Spagna e Italia, la mortalità eccessiva è stata geograficamente distribuita in tutta la Gran Bretagna, mentre era più localizzato nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale”.
Ha poi aggiunto che l’Inghilterra ha avuto il periodo più lungo di mortalità in eccesso di qualsiasi altra nazione europea.

 

Questa non è un’esercitazione

Migliaia di vite sarebbero potute essere salvate se il governo britannico non avesse perso settimane inseguendo l’immunità di gregge anche quando era chiaro che ciò avrebbe significato milioni di contagi.
Se si fosse seguito l’esempio italiano, prima e durante il lockdown, imponendo regole più severe e non minando quelle in essere, la situazione nel Regno Unito oggi sarebbe certamente migliore.

Nel 2016 venne effettuata una simulazione dell’impatto che un’epidemia avrebbe avuto sul Paese.
“Esercitazione Cygnus”, così fu denominata, mostrò già allora che scarseggiavano dispositivi di protezione personale, ventilatori polmonari e letti in terapia intensiva. Il rapporto sottolineò anche come fosse necessario un piano per programmare lo spostamento di pazienti degli ospedali nelle case di riposo, in caso di necessità.
“La preparazione e risposta del Regno Unito, in termini di pianificazione, linee guida e capacità, è al momento non sufficiente per far fronte alle eccezionali esigenze di una grave pandemia”, concludeva il rapporto.

Il ritardo e l’esitazione mostrate dal governo britannico nell’affrontare l’emergenza hanno quindi sì giocato un ruolo cruciale nel far diventare il Regno Unito il Paese europeo più colpito dal coronavirus – per non parlare del mancato sviluppo di un’app di tracciamento dei contatti. Ma va anche ricordato che l’impatto devastante del CoViD-19 sul Regno Unito è stato anche causato da problemi di lunga data, come ad esempio un decennio di tagli al sistema sanitario nazionale da parte degli ultimi governi di centrodestra.




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