Governare l’oikos: sviluppo, ambiente e responsabilità
Ecologia ed economia hanno la stessa radice etimologica: entrambe si riferiscono all’oikos.

La prima dal punto di vista dello studio dell’oikos, ossia della “casa”, da intendersi come sistema al quale concorrono fauna, flora, aria, acqua ecc.; la seconda alle norme che regolano l’oikos, norme che, a seconda dell’approccio filosofico-economico, attengono a un dato naturale oppure sono da costruire attraverso l’emanazione di regole che disciplinano il mercato, ossia l’oikos entro il quale i soggetti economici — consumatori, produttori e, in generale, fattori della produzione — operano interagendo tra di essi.
Partendo da questa prima riflessione è possibile rilevare diversi modelli economici per poi concludere sulle questioni che attengono alla crisi economica e sociale della Basilicata, anche se forse sarebbe più corretto dire del “Mezzogiorno” d’Italia. È scontato che questa mia riflessione non possa essere esaustiva. Il tema è talmente complesso che non può che rappresentare il tentativo di cogliere alcuni spunti di riflessione.
Provo ad andare per ordine, partendo dalla citazione del film di Franco Brusati dal titolo Il padrone sono me. Il film, tratto dal romanzo di Alfredo Panzini, è ambientato nel contesto della prima metà del ’900. Lo stesso regista dichiarava, in un’intervista, che sua intenzione era quella di raccontare una famiglia borghese. Esiste ancora una famiglia borghese di quel tipo? Il solito movimento femminista e transfemminista la additerebbe, a dir poco, come patriarcale.
Siamo a metà degli anni ’50 quando il film viene prodotto. L’Italia è uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale ed è avviata verso la ricostruzione; di lì a qualche anno avremo il boom economico. Saranno gli anni della “bella vita”, dell’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, dell’Italia settima potenza industriale, dell’esodo massiccio di braccianti e contadini dal Mezzogiorno verso le città del triangolo industriale. Rocco e i suoi fratelli immortala le vicende di una famiglia di emigranti lucani al Nord. Sono gli anni in cui sulle case al Nord appariva la scritta “non si fitta ai meridionali”.
I governi di quegli anni, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e lo strumento rappresentato dalle imprese partecipate, pongono un freno all’esodo. È lo Stato che si fa imprenditore e crea le condizioni, attraverso interventi diretti finalizzati a stimolare l’imprenditoria locale. Sono gli anni di Enrico Mattei e dello sfruttamento delle risorse energetiche presenti sul territorio; sono gli anni dell’industrializzazione.
La società lucana era fatta di tanti “padroni sono me”: latifondisti e una piccola borghesia impiegatizia che viveva dell’indotto rappresentato dalla Pubblica Amministrazione. È la nascita delle fabbriche, grazie all’intervento straordinario, che crea mobilità sociale e inietta dosi di modernità in un sistema sociale ed economico chiuso, con ceti sociali schierati a difesa della “roba”.
Vediamo di capire come possa essere attualizzato quel “padrone sono me”, nel senso di come quell’idea venga portata nella contemporaneità postmoderna o, come dice il filosofo della politica Antonio Martone, ipermoderna. Essere padrone significa, in primo luogo, essere padrone di se stessi, della propria persona, essere capitale umano da investire secondo la logica rappresentata dalla filosofia economica neoliberale.
La filosofia economica neoliberale è altra cosa rispetto al dettato costituzionale che, all’art. 41, recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”. Per inciso, il termine “ambientali” è stato aggiunto solo qualche anno fa, tenendo presente l’emergenza ambientale.
L’art. 41 non è riconducibile al totalitarismo o all’autoritarismo neoliberale per diverse ragioni. La prima, in assoluto, è il limite rappresentato dal divieto di operare in contrasto con l’utilità sociale. Questa è un’idea antica che affonda le radici nella Scolastica francescana e che, attraverso i secoli, si ritrova nella Dottrina sociale della Chiesa. È un limite che trova la sua genesi nel pensiero socialista e nelle lotte sociali di fine ’800 e inizio ’900. È la Costituzione della Repubblica di Weimar a sancire per prima un tale principio.
In sostanza, quell’idea appartiene alla trasformazione dello Stato liberale — Stato di classe, schierato a difesa del diritto di proprietà, dal quale scaturivano anche i diritti politici — in uno Stato democratico e sociale.
“Il padrone sono me”, alla luce della filosofia economica neoliberale, rappresenta un salto indietro nella storia: è l’idea della Scuola marginalista di Vienna e di Friedrich August von Hayek, secondo cui l’individuo deve diventare imprenditore di se stesso. Definizione che va ben oltre quella contenuta nell’art. 2082 del codice civile. Nella prospettiva di Hayek, l’essere umano è un individuo “proprietario di se stesso”, capace di gestire le proprie risorse (tempo, competenze, capacità) in un contesto di competizione. È del tutto evidente che il limite rappresentato dal non essere in contrasto con l’utilità sociale tende a venire meno.
In una realtà sociale ed economica come la Basilicata tutto questo si traduce nella ricerca di una soluzione individuale alle trasformazioni in corso, che diventa emigrazione prima dei giovani e successivamente degli stessi genitori. Il processo migratorio innesca un moltiplicatore negativo: l’impoverimento complessivo della società si traduce in riduzione del numero degli abitanti, della domanda, del capitale finanziario, che poi si accompagna alla diminuzione della propensione al risparmio.
Il progressivo impoverimento del sistema sociale nel suo complesso produce una spinta alla conservazione o, al massimo, all’emulazione di istanze culturali e modelli di consumo incapaci di invertire tendenze ormai strutturali. Si può citare, a titolo di esempio, la questione ambientale, talvolta scollegata da qualsiasi contesto di sviluppo e ridotta a un approccio ideologico utile a qualche gruppo per ritagliarsi visibilità all’interno di un sistema sociale sempre più rachitico, producendo l’effetto di favorire la conservazione del sistema e delle consorterie che lo gestiscono, recitando il copione sia di forza di governo sia di opposizione, sul piano politico o su quello più strettamente culturale.
Negli anni Settanta, gli enti di ricerca della Regione Basilicata offrivano informazioni dettagliate sulla società, creando opportunità per incontri produttivi e per delineare piani concreti di sviluppo economico. Oggi le politiche industriali sembrano inaccessibili e un patrimonio di intelligenza e valori rischia di andare perduto.
Sono gli anni in cui nasce l’Assessorato alla Programmazione economica. Se gli anni ’60 del ’900 sono ispirati all’economia sociale di mercato, gli anni ’70 vedono un intervento pubblico ispirato a politiche di tipo keynesiano e all’idea della pianificazione. Il PPBS (Planning, Programming, Budgeting System), nato negli anni ’60 negli Stati Uniti, influenzerà anche l’architettura del bilancio dello Stato italiano, in particolare a partire dalla riforma del 2009 (L. 196/2009) e con l’integrazione delle regole europee e del Piano strutturale di bilancio.
Con la fine della stagione keynesiana muta il contesto. Basti pensare all’influenza esercitata sugli stessi partiti di sinistra da Franco Modigliani, interlocutore del responsabile economico del PCI Eugenio Peggio. Nella nuova stagione di riforme — o forse di controriforme — che culminerà con la fine della Prima Repubblica ad opera dei magistrati del Pool di Milano, tutte le forze politiche cambiano approccio.
Il passaggio chiave è rappresentato dall’emendamento all’art. 81 della Costituzione, che introduce il principio del pareggio di bilancio, salvo eccezioni e con voto a maggioranza qualificata.
Gli anni ’70 sono anche quelli della crisi petrolifera, della stagflazione e della “società a somma zero”, secondo Lester Thurow. Dopo la pausa degli anni ’80 e la crisi degli anni ’90, con la scelta “Europa o morte”, il cambiamento diventa definitivo.
Lo Stato, attraverso le privatizzazioni e lo smantellamento delle partecipazioni statali, rinuncia al proprio ruolo. Con la moneta unica, i vincoli di bilancio, la fine dell’intervento straordinario e lo smantellamento della CASMEZ, viene meno la visione unitaria e nazionale delle classi politiche degli anni ’60 e ’70.
I centri studi perdono senso. È il mondo delle imprese, dei think tank, delle società di consulenza e di marketing a produrre studi in funzione del mercato. Le politiche industriali vengono rinviate al mercato; le politiche della domanda cedono il passo a quelle dell’offerta: bandi, riduzione della pressione fiscale, moderazione salariale, flessibilizzazione del lavoro e trasformazione del lavoro in semplice merce.
La vicenda della Stellantis di Melfi si colloca in questo contesto. I lavoratori avevano retribuzioni inferiori rispetto a quelle di altri stabilimenti a fronte di una prestazione maggiore. È la svalutazione del lavoro, in termini di salario e tutele, a costituire il differenziale competitivo. La FIAT, divenuta FCA e poi Stellantis, delocalizza dove il costo del lavoro è inferiore.
La FIAT di Melfi è stata un danno per l’economia lucana? Personalmente penso di no. Il vero problema risiede nell’incapacità di proporre politiche adeguate per affrontare le trasformazioni in corso.
Il termine crisi significa trasformazione, mutamento. Economia ed ecosistema sono crisalidi. La cultura neoliberale — “il padrone sono me” — ha cambiato, dal punto di vista antropologico, la società lucana e non solo.
Dare la colpa alla politica è riduttivo, se non addirittura superficiale. La classe politica è il prodotto della società che governa. La famiglia borghese e patriarcale descritta da Brusati non esiste più; il patriarcato viene spesso evocato come categoria polemica più che come reale struttura sociale.
È chiaro che la soluzione non può consistere in un ritorno al patriarcato; sarei il primo a ribellarmi a una tale ipotesi. La soluzione, sul piano culturale, è il ritorno alla comunità, alla responsabilità sociale, al ruolo dello Stato. La destrutturazione dello Stato-nazione a favore del decentramento non ha democratizzato il processo decisionale; ha contribuito piuttosto a destrutturare ulteriormente la società in funzione del mercato.
La politica ha perso la sua centralità e la sua capacità di guida; la classe politica è diventata un ceto di imprenditori della politica secondo il modello hayekiano.
Di fronte a questa realtà, ciò che serve è un cambiamento di tipo culturale; diversamente, il declino diventa irreversibile, se già non lo è.
Intervento tenuta all’Accademia Tiberina - Sezione Lucana il 4 marzo 2026
