giovedì 29 ottobre - Alberto SIGONA

Giro d’Italia 2020: Rosa shock

Un'insensata protesta dei corridori, inscenata alla terzultima tappa, rovina un'edizione già messa a dura prova dal Covid-19, e relega in secondo piano persino l'esito agonistico della Corsa Rosa. Quanto accaduto sgualcisce ulteriormente l'immagine della competizione nostrana, già da molti anni alle prese con una drastica decadenza.

 

L'ONORE ED IL DISPETTO

Quello inscenato dai corridori nella terzultima frazione del Giro d'Italia ha travalicato ampiamente la frontiera della legittima protesta, attestandosi ben oltre i limiti territoriali del lecito. Il rifiuto di percorrere gran parte dei km previsti dalla tappa che portava da Morbegno ad Asti, adducendo futili, ipocriti e pretestuosi motivi (lesivi dell'intelligenza altrui), ha sconfinato, se non proprio in un inspiegabile atto di sabotaggio, perlomeno in quello che possiamo definire un vero e proprio dispetto ingiustificato ed ingiustificabile nei confronti di un'Organizzazione che, fra Covid ed intemperanze climatiche, aveva avuto già i suoi bei grattacapi per portare al termine una sorta di missione al limite del possibile. Quanto verificatosi venerdì scorso è stato un “misfatto” a dir poco sconcertante e lede i valori base dell'agonismo, che contemplano la lealtà, la deferenza e – cosa a quanto pare caduta nel dimenticatoio – lo spirito di sacrificio, da non confondere con il sacri...legio, quello che è stato invece perpetrato nei confronti di una corsa d'alto lignaggio come il Giro d'Italia. Quanto accaduto non fa certo onore agli autori di quella che si può definire una scelta grave, sconsiderata ed irriguardosa, e riflette il precario contesto sportivo in cui ultimamente ci troviamo. Da qualche anno, infatti, buona parte dei Vertici dello Sport – Calcio compreso – sono tenuti ostaggio degli atleti, che sovente, prodigandosi in azioni dure e sleali, nonché in odiosi ricatti sfocianti magari nella tracotanza più indegna, si guardano bene dal non oltrepassare la soglia della decenza, dando vita a quella che qualcuno definirebbe una “democrazia autoritaria”. Alla luce di cotanta vergognosa scelleratezza, auspico vivamente che il triste episodio del 23 ottobre – in cui ha perso tutto il ciclismo – rimanga un caso isolato e che non sia la rampa di lancio per quello che potrebbe divenire un malcostume indegno ed osceno. Confido perciò che i Vertici possano adottare i dovuti provvedimenti del caso, onde scongiurare intollerabili e pericolose repliche future. Quanto a voi, cari ciclisti, se un'altra volta dovesse piovere, tirate fuori l'ombrello, affinché possiate ripararvi dalla pioggia della paura. E se dovesse fare anche freddo, copritevi con la mantellina della dignità.

ROSA PALLIDO

La protesta in questione oltre a suscitare un vespaio di polemiche, ha sgualcito ulteriormente l'immagine del Giro, che da qualche decennio a questa parte non riscuote la riverenza che meriterebbe da parte dell'intera cerchia ciclistica, che lo relega puntualmente ben al di là del perimetro di prestigio tracciato dal Tour de France, cui tutti sembrano chinarsi. La corsa francese ormai (ed il calendario del 2020 lo ha confermato ad alta voce) funge da polo attrattivo per il sistema solare del pedale, e tutti gli altri...satelliti ad orbitargli attorno, per una sorta di moto perpetuo da cui è impossibile sfuggire. E la scarsa considerazione nutrita dall'establishment del Ciclismo si riverbera sul comportamento dei corridori, i quali, non solo si sentono autorizzati a certe uscite come quella di venerdì scorso, ma, al di là di alcuni casi limite, in genere snobbano la corsa italiana, collocandola nei sobborghi delle proprie ambizioni, usandola come mezzo per raggiungere un fine ben definito, ovvero come una gara d'allenamento per ritrovare una condizione perduta o per ammucchiare chili d'esperienza in vista di traguardi ben più prestigiosi, come appunto il Giro di Francia. Insomma, il Giro d'Italia del nuovo millennio ha perso moltissimo del suo appeal, trasformandosi in una “soluzione di ripiego”, per una metamorfosi che certamente si deve ricondurre a motivazioni squisitamente politiche e non certo ad altro. La difficoltà altimetrica, e tutto quanto contribuisce a forgiare la levatura della corsa, non è certo inferiore al Tour (tantomeno alla Vuelta), perciò non si può spiegare in altro modo la drastica involuzione subita dalla nostra competizione. Quindi se il Giro sta vedendo di anno in anno scemare la considerazione ed il rispetto, la causa è ben lungi dall'essere di matrice sportiva.




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