venerdì 12 marzo - Anna Maria Iozzi

Gabriele Gallinari: "L’arte come un nutrimento, positività e gioia di vivere"

Ha esordito nel film "The Tourist" del regista, premio Oscar, Florian Enckel Von Donnersmark, al fianco di Angelina Jolie e Johnny Depp, dopo il diploma al Teatro Stabile di Genova. Cinema, tv, teatro, collaborazioni importanti al fianco di grandi protagonisti come Terence Hill e Alberto Sironi.

Gabriele Gallinari è un volto già noto al grande pubblico in fiction di successo come "Don Matteo", "Montalbano", "Il Restauratore", "Squadra Antimafia". Una carriera maturata grazie alla sua ostinata determinazione che lo hanno condotto a importanti progetti come quello diretto dal regista Giovanni La Parola, nel film "Il mio corpo vi seppellirà". Disponibile sulle piattaforme streaming, Apple tv, Google Play, YouTube, Amazon, Chili, Timvision, Rakuten, Infinity, venerdì 12 marzo, l'attore interpreta il ruolo del barone Giustino Fortunato, di cui ci parla in questa intervista esclusiva.

Ammirato dalla grandezza degli attori con cui ha collaborato, Gabriele vuole maturare anche come autore nel nuovo progetto a cui sta lavorando: un riadattamento di un racconto di Julio Cortázar per il Teatro. L'attore è determinato nel portare avanti i suoi progetti e la sua passione che, con il tempo, l'ha fatta diventare la sua ragione di vita, quando, da piccolo, intratteneva la famiglia e gli amici nel salotto di casa, con tanto di travestimenti. 

In merito alla situazione attuale dell'emergenza che, non pochi danni, ha provocato al settore dello spettacolo e del teatro, l'arte – secondo l’attore - è nutrimento per l’essere umano, primario e vitale, in particolare per le persone che, nonostante il periodo della chiusura e delle limitazioni, hanno riscoperto, da casa, “quella libertà attraverso l’immaginazione, nel quotidiano, riempendo la loro vita, con positività e voglia di vivere”.

 

Prossimamente, ti vedremo protagonista nel "western pulp" al femminile "Il mio corpo vi seppellirà", che uscirà nelle piattaforme streaming, in cui tu interpreterai il ruolo del barone Giustino Fortunato. Ci parli del tuo personaggio?

"Mi sono divertito come un matto! È stato una conquista questo lavoro. Il ruolo era stato pensato per un attore famoso. Mi ero proposto alla Casting come spalla per i provini e, in questo modo, avevo rimediato un provino per un piccolo ruolo. Ma rivedendo i provini degli altri, il regista Giovanni La Parola, un matto visionario - che Dio lo benedica! - ha voluto incontrarmi per il ruolo del Barone Giustino Fortunato e così ho preso il ruolo. Un baronastro di campagna, un simpatico mitomane, che non perde occasione di vantarsi delle proprie gesta eroiche, salvo poi darsela a gambe nel momento del pericolo. Un grandissimo cialtrone! Un personaggio pieno di umanità, in cui ho trovato tante ‘cose familiari’, alcune contraddizioni tutte siciliane, il mio dialetto, la camminata di un vecchio amico di mio padre".

 

Com'è maturata la tua innata passione per la recitazione?

"Io sono nato e cresciuto a Palermo, in una famiglia poco attenta al cinema ed al teatro, ma, sin da quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande, rispondevo che avrei fatto l’attore. Non so da cosa scaturisse quella convinzione, ma, in effetti, già da qualche anno, avevo iniziato ad intrattenere i miei genitori ed i loro amici con degli spettacoli improvvisati, di cui annunciavo l’inizio qualche minuto prima di irrompere in salotto, travestito da personaggi fantasiosi con vestiti rubati nei loro armadi, farfugliando qualcosa e godendomi i loro applausi. Poi, nulla più, se non qualche recita scolastica. Esisteva un’azienda di famiglia e tutti, me compreso, davano per scontato che ci avrei lavorato anch’io. Così, mi sono ritrovato a Milano, laureato in Economia, confuso e molto insoddisfatto. Dopo un anno di limbo, un’improvvisa malattia di mio padre mi ha convinto che non solo avevo il diritto di provare a fare quello che desideravo, ma che, in un certo senso, ne avessi anche il dovere. Perché ero nelle condizioni di farlo. Vengo ammesso alla scuola del Teatro Stabile di Genova e si ricomincia da capo".

 

Hai esordito al cinema con "Mendel, the gardener of God" al fianco di Christopher Lambert. Hai preso parte nel 2010 nel film "The Tourist", del premio Oscar Florian Henckel von Donnersmarck, con Johnny Depp e Angelica Jolie. Che cosa hai provato recitare al fianco di questi artisti?

"Emozione, panico e anche una certa necessità di toccarli per capire se stava succedendo davvero! Quello per “The Tourist” è stato il mio primo provino per il cinema a Roma, in inglese, fresco fresco di diploma. Il regista era Florian Enckel Von Donnersmark, premio Oscar 2007 come miglior film con “Le vite degli altri”. Non potevo crederci, piccolissimo ruolo, ma due scene con Johnny Depp ed Angelina Jolie. Un’esperienza incredibile, una produzione enorme che girava come un orologio svizzero. Non capivo nulla di quello che mi dicevano. Avevo scambiato il direttore della fotografia per il regista, ma soprattutto, durante un ciak all’Hotel Danieli di Venezia, trovo una porta chiusa e, non sapendo cosa fare, mi nascondo in una nicchia del muro con Angelina e Johnny al seguito e ci ritroviamo pressati uno sull’altro come sardine. Non sai le urla e gli insulti dell’aiuto regia e lo sguardo schifato di Angelina. Non lo dimenticherò mai! A parte questo, andò benissimo, il regista mi riempì di complimenti e, alla première di Roma, mi ringraziò, mah?!".

 

Tante esperienze in fiction televisive di grande successo come "Don Matteo", "Squadra antimafia", "Montalbano". Che ricordi hai degli attori con cui hai avuto modo di lavorare?

"Beh, Terence Hill non è un uomo. È un fenomeno. Non perde un colpo, non vuole controfigure. È una macchina da guerra. E, cosa affatto scontata, è amatissimo dai reparti. Un grande professionista, gentile e rispettoso del lavoro altrui. La gentilezza dei grandi mi colpisce sempre, la trovo una dote rivoluzionaria. Alberto Sironi era un uomo gentile e simpatico; lavorare con lui è stato un onore".

 

Non solo cinema e tv, ma anche tanto teatro. In futuro, ti piacerebbe ritornare su quei palcoscenici? È una dimensione nella quale ti senti a tuo agio? Hai un progetto che vorresti portare in scena?

"Mi piacerebbe LAVORARE! Ovunque! Certo che sì, vorrei fare di nuovo teatro. Non credo di poter dire di sentirmi a mio agio sul palcoscenico. Non so se mai arriverò a farlo, ma, certamente, niente mi ha fatto sentire altrettanto vivo, attento, parte di qualcosa. È sempre spaventoso per me, un’emozione che ti prosciuga la saliva e ti manda il cuore in tilt. Ma quel senso di libertà, di potenza, di possibilità dove altro potrei trovarlo? Sto lavorando all’adattamento di un racconto di Julio Cortázar per il Teatro. Voglio portarlo in scena con un’attrice che stimo molto".

 

Attualmente, stai lavorando a un nuovo progetto?

"Sì, come ti dicevo, sto adattando un breve racconto di Julio Cortázar. Due personaggi, un’ambientazione fantastica, ma un dialogo con pochissimo testo che necessita, quindi, di un lavoro di scrittura. Per me, è la prima volta. Sino ad ora, non avevo mai sentito la necessità di raccontare qualcosa di mio, quanto, piuttosto, quella di eseguire e nell’esecuzione metterci del mio. Ma non posso più aspettare che le cose arrivino. Devo avere una maggiore autonomia. Interprete sì, ma anche un po' autore, come d’altronde la maggior parte dei miei colleghi sta già facendo".

 

Stiamo vivendo da un anno una situazione insolita e difficile. La pandemia, tra i tanti settori, ha colpito, in particolare, quello dello spettacolo. Che cosa ti senti di dire?

"Ci sono situazioni in cui come fai, sbagli e questa è, certamente, una di quelle. Davvero non vorrei essere nei panni di chi deve prendere delle decisioni in questo momento. Ma di una cosa sono sicuro. L’attore non è soltanto qualcuno “che, tanto, ci fa divertire”. Lo farà senz’altro, ma fa più di questo. Proprio nel momento in cui le persone vengono limitate nella loro libertà, il cinema, il teatro, l’arte restituiscono loro quella libertà attraverso l’immaginazione, nel quotidiano, riempendo la loro vita, creando appagamento e positività, benessere e gioia di vivere. Credo che, durante il lock down, un buon 60% della popolazione abbia trovato un gran conforto nella visione di film e serie televisive. In una società evoluta, l’arte è nutrimento per l’essere umano, primario e vitale. Concretamente, perché non riempire le sale cinematografiche al 30%, con ingressi contingentati, spettatori distanziati, che indossano la mascherina, respirano aria filtrata e guardano un film in silenzio? Perché un cinema non è un luogo sicuro? Ingressi ridotti al 30% non coprono i costi? Forse, questo settore meriterebbe di essere sostenuto economicamente al pari di altre categorie. Parlando dei teatri, la situazione è complicata dal fatto che lo spettacolo è dal vivo, ma sono certo che si potrebbe trovare una soluzione, se solo lo si ritenesse necessario".

 




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