venerdì 8 settembre - Francesco Grano

Full Metal Jacket: come trasformare un uomo in una war machine

A quasi trent'anni dall'uscita nelle sale cinematografiche italiane, Full Metal Jacket è riuscito a mantenere intatta la sua grandiosità. Per l'occasione (ri)scopriamo insieme il penultimo film del maestro Stanley Kubrick.

Nel campo di addestramento del Corpo dei Marines situato a Parris Island, arriva un nuovo gruppo di reclute tra le quali spiccano il soldato “Joker” (Matthew Modine), aspirante giornalista, lo sveglio “Cowboy” (Arliss Howard) e Leonard Lawrence (Vincent D’Onofrio). Ad aspettarli c’è il duro e crudele sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey) dai metodi poco ortodossi e il cui unico scopo è addestrare i marines privandoli della loro umanità. Leonard, fin dall’inizio, diventa vittima del sadico istruttore il quale lo ribattezza “Palla di lardo” per il fatto di essere sovrappeso e sempliciotto, subendo così le peggiori vessazioni. A fine addestramento e all’indomani della partenza per il Vietnam “Palla di lardo”, reso folle dal trattamento, uccide Hartman e si toglie la vita. Qualche mese dopo “Joker” e altri marines sono al fronte, cercando di sopravvivere agli orrori della guerra ma, di fronte a qualunque situazione, rimangono impassibili.

Tra spettacolarizzazioni, propaganda, retorica e diretto j’accuse, il grande maestro Stanley Kubrick, regista di opere monumentali e sconvolgenti come 2001: Odissea nello spazio e Arancia meccanica, per il suo Full Metal Jacket (id., 1987) decise di intraprendere l’ultima strada, quella legata a una critica – pura e priva di fronzoli – contro la guerra e le sue atrocità. Ispirato al romanzo Nato per uccidere (The Short-Timers, 1979) di Gustav Hasford, ex marine e corrispondente di guerra in Vietnam, Full Metal Jacket è un viaggio di sola andata tra i campi di addestramento in cui vengono forgiati i combattenti e l’azione del conflitto, sporca, pericolosa, sanguinosa e letale. Con grande maestria e un touch a metà strada tra l’epico e l’antropologico, Kubrick porta lo spettatore in quel lento ma brutale processo di disumanizzazione subito dalle reclute del Corpo dei Marines.

Solo un anno prima ci ha pensato Clint Eastwood con il suo Gunny ad anticipare Kubrick su tale argomento non rinunciando, tuttavia, a quel patriottismo legato alla superiorità bellica e strategica a marchio stars and stripes. Stanley Kubrick lascia da parte la propaganda e, semmai, mostra il lato più brutto e indicibile dell’immaginario, pensato a volte come avventuroso e glorioso, del militare di professione. Diversamente dai war movie come Hamburger Hill: collina 937 di John Irvin, Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg e il Fury di David Ayer, i quali si concentrano sulla guerra come macelleria a cielo aperto, oppure titoli più recenti e ispirati a storie vere come il drammatico Lone Survivor, il controverso American Sniper e il semidocumentaristico 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, tutti e tre più votati a raccontare le gesta eroiche di soldati e paramilitari, Full Metal Jacket focalizza tutta la sua attenzione sugli aspetti psicologici ed emozionali dei suoi personaggi che, dalla normale vita civile subiscono una metamorfosi irreversibile, tramutandosi in perfette macchine per uccidere.

Non è un caso, quindi, che la prima parte narrativa del dodicesimo e penultimo lungometraggio del compianto Kubrick, prenda le mosse dal suo centro propulsore ovvero quel sergente Hartman incarnato da Ronald Lee Ermey (tra l’altro non un attore ma un vero istruttore dei Marines prestato al cinema), che predilige e vuole ottenere la perfezione fisica, mentale e militare dalle sue reclute, le quali devono amare il loro fucile, fedele e unico amico nonché strumento di morte contro il nemico. Il personaggio di Hartman è il pilastro principale della grandiosità di Full Metal Jacket, l’esempio pratico di quell’indottrinamento depauperato da qualsiasi logica razionale legata ai sentimenti e alla coscienza umana e, semmai, concentrato esclusivamente al metodo su come trasformare un uomo in una war machine, priva di ripensamenti ed emozioni alcune. Hartman è il frutto della sua stessa (auto)convinzione bellica che, nonostante l’apparente perfezione, è destinata a crollare come un castello di carte sotto i proiettili incamiciati ( i full metal jacket che danno il nome al film) dell’M-14 del marine “Palla di lardo”, reso ciecamente folle dai metodi del suo sottoufficiale in comando. Mentre nella seconda parte del film, quella che si svolge al fronte, Kubrick lascia spazio alla brutalità della guerra e alle neo mentalità dei marines, i quali dinnanzi alla morte non battono ciglio, immersi in quella routine fatta di perlustrazioni, imboscate di cecchini, scontri a fuoco, battute goliardiche e ricerca di adrenalina mentre, tutto intorno, si consuma un inferno in terra.

Nonostante Kubrick abbia deciso di non soffermarsi sulle atrocità, limitando gli scoppi di violenza e sangue (pochi ma che lasciano il segno), Full Metal Jacket colpisce basso nello stomaco, come un diretto ben piazzato che difficilmente lascia una via di fuga all’avversario. Cinico, esasperato ed esasperante Full Metal Jacket si discosta da altri film di guerra dedicati al Vietnam come il Platoon di Oliver Stone o Vittime di guerra di Brian De Palma, senza offrire una spiraglio di luce per un possibile ritorno a quell’umanità perduta. Più vicino all’Apocalypse Now di Francis Ford Coppola per la discesa nel nero baratro della follia e a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow per l’assuefazione alla guerra nonché la sua fascinazione, Full Metal Jacket, a distanza di trent’anni dall’uscita nelle sale, si conferma un capolavoro controverso ma mai ambiguo, il racconto orrorifico della vita tipo dei soldati impegnati al fronte che dis(persi) dentro se stessi non gli rimane altro, una volta sopravvissuti all’ennesimo attacco, di intonare una inquietante quanto onirica Marcia di Topolino sul cammino che porta al loro prossimo (e ignoto) obiettivo.




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