giovedì 10 gennaio - UAAR - A ragion veduta

#FreeRahaf, chi “rinuncia” alla religione non deve essere rimpatriato in stati che perseguitano gli “apostati”

Le peripezie affrontate da una ventenne saudita, che sta chiedendo asilo in Australia, nel weekend sono diventate virali con l’hashtag #FreeRahaf. La International Humanist and Ethical Union (IHEU) si appella in maniera accorata a tutti “i governi che rispettano i diritti affinché si impegnino insieme per garantire la sua incolumità e la sua libertà”.

Rahaf Mohammed al-Qunun ha lanciato l’allarme sui social media dopo che le era stato impedito di salire su un volo diretto dalla Thailandia all’Australia. Con una serie di messaggi ha comunicato di essere stata minacciata di morte per questioni “di poco conto” da membri della sua famiglia e in un video ha detto: “… Io, Rahaf Mohammed, sto chiedendo formalmente lo status di rifugiata a qualsiasi paese possa proteggermi dall’essere intimidita o uccisa per l’abbandono della mia religione e dall’essere torturata dalla mia famiglia”.

Alla BBC ha detto di aver “abbandonato la religione”. Inoltre, Rahaf ha sottolineato di aver ricevuto presunte minacce di morte dal cugino e la posizione politica del padre ha destato ulteriori preoccupazioni per l’influenza che può avere la famiglia al fine di farla espellere.

Sebbene alcuni account Twitter sauditi abbiano affermato che Rahaf è una “ragazzina” e dovrebbe essere riportata dalla sua famiglia, la stessa Rahaf ha twittato (in arabo): “Ho vent’anni e posso vivere da sola, libera e indipendente da chiunque non rispetti la mia dignità e non mi ha rispettato in quanto donna”. Mentre alcuni resoconti hanno sostenuto che vivesse con la famiglia in Kuwait e che dovrebbe quindi essere ricondotta in quel paese, dal suo account ha affermato di vivere in Arabia Saudita. Teme quindi violente rappresaglie dalla famiglia, che venga deportata in Kuwait o in Arabia Saudita.

Stando alle indiscrezioni, Rahaf avrebbe parlato con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(UNHCR) e durante una recente conferenza stampa il capo dell’ufficio immigrazione thailandese, il tenente Surachate Hakparn, ha affermato che Rahaf non sarà espulsa con la forza: “Se rimpatriarla portasse alla sua morte, certamente non vorremmo farlo”. Quindi ha promesso: “dal momento che la Thailandia è la ‘terra dei sorrisi’, sicuramente non manderemo qualcuno a morire”.

Il presidente dell’IHEU, Andrew Copson, ha commentato:

Se è vero che le autorità thailandesi hanno promesso di non espellere Rahaf Mohammed al-Qunun in un qualsiasi paese dove rischia di essere controllata in maniera oppressiva o può subire minacce di violenza e morte per i propri valori e credenze, questa è una buona notizia. Ci appelliamo in maniera accorata ai governi che rispettano i diritti affinché si impegnino insieme per garantire la sua incolumità e la sua libertà.

Il caso inoltre evidenzia la necessità sempre più urgente di riforme legali negli stati in cui “rinunciare alla religione” è considerato un crimine, anche passibile di pena capitale, sulla base di leggi contro “blasfemia” e “apostasia”, o dove le consuetudini sociali vogliono che le donne in particolare vedano la propria vita intima controllata dai membri della famiglia e godano di limitati diritti quando subiscono coercizione e violenza domestica.

Sulla base del principio internazionalmente riconosciuto del “non respingimento”, i rifugiati e i richiedenti asilo non dovrebbero essere deportati in paesi dove la loro “vita o libertà” sia minacciata per motivi di “razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolari gruppi sociali oppure opinione politica”. L’Arabia Saudita mette fuori legge l'”apostasia”, considerandola un crimine passibile della pena capitale sulla base di leggi che fanno riferimento agli hudud [i reati più gravi per la legge islamica n.d.t.], e definisce reato di terrorismo la “promozione del pensiero ateo”, punibile anche con la morte.

L’IHEU critica sistematicamente l’oppressione delle donne e altre violazioni dei diritti umani in diversi stati, compresa l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita si distingue come peggior paese al mondo per i diritti dei non religiosi, come documentato nel Freedom of Thought Report 2018 dell’IHEU, rapporto che monitora le forme di discriminazione legalizzate e di persecuzione contro umanisti, atei e non religiosi in tutto il mondo.

L’IHEU ha contestato la posizione assunta dall’Arabia Saudita nella Commissione delle Nazioni Unite per i diritti delle donne nel 2017, mettendo in chiaro che, “vi sia dietro questa decisione una manovra politica o un compromesso strategico, questo atto porta discredito alle nostre preziose istituzioni internazionali”.

Traduzione dell’articolo #FreeRahaf – Those who ‘renounce’ religion must not be deported to states that persecute ‘apostates’, pubblicato il 7 gennaio sul sito della International Humanist and Ethical Union, organizzazione mondiale laico-umanista di cui fa parte anche l’UAAR.




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