Flashdance in scena a Milano, danza lo spirito anni ’80
Per tutto il periodo natalizio e oltre - fino al 17 gennaio al Teatro Nazionale - il musical fa rivivere i sogni e le emozioni di Alex, giovane operaia che riuscirà a diventare ballerina solo grazie alla tenacia e al talento. Meno americane e più nostrane, meno cupe di quelle del film-cult Flashdance, le atmosfere del live show ripercorrono in musica una storia che, ispirata a un fatto vero, fa ormai parte dell’immaginario pop di una generazione.

Il 1983, praticamente un’altra epoca: alzi la mano chi non ha mai visto (o rivisto più volte), in uno dei numerosi passaggi tv, il mitico film di Adrian Lyne che - uscito in quell’anno al cinema - così bene interpretava le aspirazioni, le insicurezze e le speranze di tante ragazze di allora; sedicenni o diciottenni che, cresciute con il rock e i lenti di Happy Days, avevano sognato di fare un’audizione alla scuola di Saranno Famosi (Fame). Le adolescenti anni ’80 frequentavano i corsi di danza moderna e di aerobica, si compravano gli scaldamuscoli neri o rosa, tutine e felpe larghe in serie; andavano in discoteca il sabato pomeriggio sperando di incontrare il grande amore, ma soprattutto di essere notate per come ballavano, sciolte e a ritmo. E poi qualche volta tornavano a casa e piangevano con le amiche ripensando alle scene del “Tempo delle mele”.
Anche Flashdance rappresenta bene visioni e illusioni del periodo. Storie e canzoni, all’inizio considerate “leggere” e pop nel senso meno lusinghiero del termine, sono diventate con il passare dei decenni veri e propri cult. Sono trascorsi ora più di 40 anni, eppure la storia di Alex Owens, l’apprendista saldatrice che “lavora in un mondo di uomini e vive in un mondo di sogni” – così raccontava il trailer del film – continua a coinvolgere, a commuovere, a fare ballare e cantare con trasporto, battendo il tempo.

Al Teatro Nazionale di Milano, la compagnia della Rancia mette in scena in queste serate invernali il musical ispirato al lungometraggio, svelandone o facendone riscoprire i lati evergreen. L’interesse e l’affetto di un pubblico trasversale sono sottolineati dal numero delle repliche: lo show ha debuttato il 9 ottobre e continuerò fino al 17 gennaio 2026, quindi per l’intero periodo delle feste di fine anno.
Nel 2024, proprio in questa stessa stagione e sempre a Milano, un altro musical di ispirazione cinematografica aveva fatto rivivere l’America anni ’60 di Dirty Dancing, anche in quel caso nel segno del ballo; e dell’energia vitale che la musica è in grado di sprigionare, del suo potere formativo nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. E ora è la volta di Flashdance: quali continuano a essere, nel 2025, gli ingredienti di un successo immutato, anche in questa nuova versione teatrale?

Sicuramente la colonna sonora originale è di quelle che non si possono dimenticare, stampata nel cuore. Nel film come nel musical è centrale, fa passare decisamente in secondo piano (per fortuna), alcuni brani in italiano, a nostro parere non eccelsi, che servono però immancabilmente a portare avanti il racconto in scena.
Secondo ingrediente vincente è Alex, la protagonista iconica che potrebbe appartenere a una qualsiasi epoca, provenire da qualsiasi Paese. Nel film, l’esordiente Jennifer Beals aveva conquistato davvero tutti benché le trascinanti scene di danza fossero interpretate da una controfigura rimasta praticamente anonima e sconosciuta. Non importa, perché è il personaggio a vivere di vita propria. Di Alex piacevano e continuano a piacere l’anticonformismo, la dolcezza, la fragilità e la determinazione, l’aspirazione alla gloria a costo di sacrifici (la trama si rifà alla vera vita di una ballerina che era riuscita a emergere superando oggettive difficoltà). Con Flashdance ci si identifica in quel desiderio - eterno e non soltanto adolescenziale - di trovare la giusta strada nel mondo, di restare fedeli a se stessi, di emergere, di superare gli ostacoli sempre tenendo la barra diritta, tra ansia di verità e indignazione contro l’ingiustizia sociale. Come è noto, la diciottenne Alex non ha mezzi economici, è sola nella grande città, costretta a un lavoro duro, oltretutto in un ambiente difficile che parla al maschile. Nel musical la giovane è interpretata da Vittoria Sardo, ballerina professionista di venticinque anni che pur non somigliando alla Beals, ugualmente riesce a essere convincente nel ruolo ricco di energia e pathos. Certo qualche luogo comune non manca, ma sempre con consapevolezza e senza pretese di eccessiva profondità esistenziale.

Naturalmente il teatro non è il cinema, e questa trasposizione musicale di Flashdance è volta più in commedia, è più frivola, improntata a spettacolo corale di gruppo (il cast è composto da una ventina di interpreti e ballerini). Non mancano però - addirittura maggiormente presenti che nel film - i riferimenti al clima generale dell’epoca, ai problemi sociali e alle differenze di classe quasi insormontabili; tra musica e canzoni, la condizione operaia, il bullismo, lo sfruttamento delle donne danno spessore a questo intreccio etichettato come “leggera” perché parla un linguaggio semplice, alla portata di tutti, e fa leva sui sentimenti di pancia.
I personaggi sono presenti tutti, più o meno con i caratteri originali, forse qualche variante caricaturale eccessiva: Nick (Mattia Balducci), il figlio del titolare della fabbrica che si innamora di Alex e di cui deve vincere diffidenza e orgoglio; Gloria (Rebecca Ingrassia), l’amica del cuore che balla sulle note dell’omonima canzone di Umberto Tozzi e che finisce, scoraggiata, “in un brutto giro”, sempre comunque con lieto fine. E infine c’è Hannah (Rosalba Bongiovanni), l’anziana ex ballerina che ispira i sogni di Alex e la sostiene nelle scelte coraggiose e nei momenti critici.
Due ore e mezzo di balli e coreografie efficaci, bei costumi sgargianti da night, body neri e colorati a lustrini, ragazze “sul cubo” in modalità disco-dance anni ’80, poca America e un po’ più di Italia: diciamo che alla fine si sospira impazienti nell’attesa della scena finale… Non si vede l’ora che arrivi il momento della fatidica audizione di Alex per la scuola di ballo alla quale tanto desidera essere ammessa. Tra paure e slanci, lei si sente già in ritardo per iniziare a vivere il futuro! In fondo il pubblico è lì seduto in teatro - come davanti allo schermo del cinema o sul divano di casa - espressamente per questo: per vedere la ragazza “indifesa” che cade al primo passo di danza, si rialza e dice alla giuria seduta dietro il tavolo: “Scusate, ricomincio”.
“First, when there’s nothing, but a slow glowing dream that your fear seems to hide deep inside your mind. All alone I have cried silent tears full of pride in a world made of steel, made of stone... What a feelin', bein’ believin I can have it all, now I’ve a dancing for my life...Take your passion and make it happen, Pictures come alive, you can dance right through your life”. Ecco, quando attacca il finale, con la canzone “What a feeling” di Irene Cara, quanti riescono a trattenere la lacrimuccia? Un po’ adolescenti lo siamo in fondo rimasti tutti, anche chi i mitici anni ’80 non li ha conosciuti in diretta.
Eleonora Poli
Credit foto: Giulia Marangoni
