venerdì 16 aprile 2010 - Maurice

Fini-Berlusconi. Terremoto a Roma? No, solo scosse di assestamento

Era da tempo che la miccia era accesa e si consumava, lentamente ma inesorabilmente. Finché è arrivato il botto. Si tratta ora di vedere se il grande Artificiere riuscirà, nelle 48 ore che si è riservato, a disinnescare la deflagrazione o se arriverà la fine del mondo.

Fini ha messo Berlusconi all’angolo: o la Lega o noi, ha schiaffato a muso duro al Capo. Se sceglie la Lega gli ex-aennini se ne vanno (non hanno aspettato neppure 48 minuti per riunirsi), ma se sceglie la democrazia nel PdL - perché di questo si tratta - siamo alla crisi di fatto e di diritto.

Berlusconi non è un gatto, ma sette gatti tutti insieme: ogni volta che viene dato per spacciato ecco che risorge a nuova vita. Si tratta ora di vedere come se la caverà, perché è assodato che ancora una volta se la caverà.

La prima carta, ovvia, che ha giocato subito è quella del ricatto: se te ne vai, devi dare le dimissioni da presidente della Camera. Seguita in serata dalla minaccia del ricorso alle urne, promulgata dal collega presidente del Senato. Come dire: se siedi lì, il merito è mio e quindi devi restituirmi la corona che ti ho dato, e ti dimostro che non conti nulla in termini di voti. Buttata così la vicenda è bella che risolta a favore di Bossi e la sua masnada (d’altra parte qualcuno ha detto che non c’è leghista più leghista del Cavaliere).

Ma in 48 ore tante cose possono accadere. I 50 deputati ed i 18 senatori ancora fedeli a Fini - che numeri alla mano potrebbero all’occorrenza mettere sotto il governo su temi cruciali - possono essere sempre convinti con i tipici mezzi di persuasione berlusconiana. Quei mezzi che riportarono alla ragionevolezza Bossi dopo il ribaltone, permettendogli di finire la villa a Ponte di Legno. Quei mezzi che "convinsero" il senatore dipietrino, una volta diventato presidente di commissione, a passare dall’altra parte. Quegli stessi mezzi usati con abbondanza nel voto all’estero o in Sicilia. E’ tutto da vedere se i possibili "traditori" tutti sono duri e puri. Ma c’è anche l’attacco frontale a Fini. Bisogna vedere fino a che punto il presidente della Camera è disposto a scendere a patti sul partito che dovrebbe essere, parole di Fini, "attento alla coesione sociale dell’intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise". In due righe l’ex leader di An ha sintetizzato la distanza siderale che lo divide dal resto della maggioranza, e non sono quisquilie, ma i temi che più stanno a cuore al capo del governo per la sopravvivenza sua e della coalizione. Si tratta di vedere cosa Berlusconi offrirà sottobanco a Fini per rimangiarsi tutto e farlo star buono per almeno tre anni. Tutto qui.

Ancora poche ore e vedremo non cosa succederà, ma come se la caverò. Come avviene da tempo, dal cappello del prestigiatore uscirà un nuovo coniglio e nulla cambierà. Tomasi di Lampedusa insegna.




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