martedì 18 gennaio - La bottega del Barbieri

Femminismi in America Latina/1

Tra violenza patriarcale ed estrattivista e interconnessione con la natura.
di Maristella Svampa

Traduzione Marina Zenobio per Ecor.Network.

Sì, sono una strega, siamo figlie delle streghe che non siete riusciti a sterminare. Siamo streghe e ci rafforziamo in comunità, ci curiamo con i nostri saperi ancestrali che rendono forti i nostri sogni, i nostri corpi, affinché le nuove generazioni abbiamo la forza e lo spirito della vita. Abbiamo imparato a vivere danzando, cantando. Vogliamo giustizia, basta con la violenza sul corpo delle donne, vogliamo la libertà nei territori dove viviamo. Saluto le libertà territoriali che generano vita”. (Aura Lolita Chávez Ixcaquic, Consiglio dei Popoli K’iche’ per la Difesa della Vita, Madre Natura, Terre e territorio, Guatemala, intervista a Claudia Korol. 2016:297)

Da decenni nel Sud globale, in particolare in America Latina, le donne sono protagoniste di lotte sociali e processi di autorganizzazione collettiva legati al campo dei diritti umani e alla difesa dei settori più esclusi, a cui si sono aggiunte negli ultimi decenni le lotte ambientali. Questo testo analizza alcune delle questioni centrali affrontate dalle lotte delle donne nei loro legami con movimenti e organizzazioni ambientali e antiestrattivisti della regione latinoamericana. A queste esperienze sono stati dati nomi diversi, dai femminismi territoriali (Ulloa, 2016), a quelli comunitari (Gargallo Cellentani, 2015) o popolari (Korol, 2016), ai femminismi antiestrattivisti e agli ecofemminismi del Sud (Svampa, 2015). In questo testo adotterò la denominazione specifica di femminismi ecoterritoriali per sottolineare il loro legame con la svolta ecoterritoriale delle lotte, con le mobilitazioni delle persone colpite a livello socioambientale, che costruiscono anche una narrazione intorno alla giustizia ambientale.

Per seguire il filo dei femminismi ecoterritoriali farò, in primo luogo, una breve contestualizzazione dell’espansione della frontiera estrattivista e la sua portata nella regione latinoamericana. In secondo luogo presenterò le caratteristiche principali degli ecofemminismi, per poi passare ad una caratterizzazione dei femminismi ecoterritoriali. Mi concentrerò su quattro questioni chiave: danni ambientali e zone di sacrificio; acqua, territorio ed estrattivismi; corpi e territori; richieste di terra e sovranità alimentare. Infine, prima di affrontare le conclusioni, presenterò le principali caratteristiche della violenza estrattiva e il suo impatto sulle donne nel contesto di territori mascolinizzati.

2. Consenso neoestrattivista e svolta ecoterritoriale

La nostra lotta territoriale contro l’estrattivismo si sta rafforzando, sappiamo che anche se c’è stata attività mineraria fin dall’epoca coloniale, non è normale vivere con l’inquinamento, abbiamo diritto all’acqua, alla salute, al cibo, a vivere in un ambiente sano e libero dalla violenza”.
Bolivia, VII Vertice dei Difensori di Madre Tierra, 2020

L’estrattivismo attraversa la lunga memoria dell’America Latina, definendo un modello di accumulazione associato alla nascita del capitalismo moderno, cioè alle richieste dei centri metropolitani e all’inserimento subordinato della regione come fornitore di materie prime nel moderno sistema mondiale. I neoestrattivismi, o estrattivismi del XXI secolo, hanno portato ad un ampliamento delle frontiere della mercificazione, una modalità di appropriazione della natura basato nel sovrasfruttamento dei beni naturali, in gran parte non rinnovabili, caratterizzato dall’essere su vasta scala e dall’esportazione, e dall’inclusione di nuovi territori prima considerati improduttivi o non valorizzati dal capitale.

Di conseguenza, il neoestrattivismo indica qualcosa che va oltre le attività tradizionalmente considerate estrattive (miniere, monocolture), perché comprende tutto, dalle nuove forme di estrazione a cielo aperto, all’espansione della frontiera petrolifera ed energetica (energie estreme, come il fracking e lo sfruttamento offshore), alla costruzione di grandi dighe idroelettriche e altre opere infrastrutturali (idrovie, porti, corridoi bioceanici, tra gli altri), all’espansione dei modelli agroalimentari legati alla monoproduzione, fino all’espansione di modelli agroalimentari legati alla monoproduzione, come la soia, la foglia di palma compresi i biocarburanti, l’eccessivo sfruttamento della pesca e la monocoltura forestale.

Gli estrattivismi del XXI secolo sono il risultato di un aumento accelerato del metabolismo sociale nel quadro del capitalismo neoliberale segnato da una maggior domanda di energia e materiali, che si è tradotta in una maggiore pressione sui beni comuni trasformati in commodities (materie prime, ndt), con il conseguente aggravamento della crisi climatica e della distruzione dell’ecosistema. In nome del progresso e dello sviluppo questi processi hanno portato all’aggravamento delle asimmetrie sociali e ambientali tra il Nord globale e le potenze emergenti rispetto ai paesi del Sud, le cui strutture economiche, mobilitate dal mandato di esportazione, sono pesantemente impegnate nella reprimarizzazione (un termine che si riferisce al ritorno dei paesi al settore primario dell’economia, un macrosettore che comprende agricoltura, allevamento, pesca, attività minerarie e forestali, ndt). Così, l’espansione delle attività estrattive su larga scala, depredatorie e inquinanti, ha provocato forti impatti sociosanitari e ambientali, aumentando il debito ecologico del Nord ed espandendo le zone di sacrificio nel Sud globale.

E’ stato intorno al 2000 che l’America Latina ha visto, in chiave estrattivista, un vigoroso ritorno dell’immaginario dello sviluppo e del progresso, al ritmo del forte aumento dei prezzi delle materie prime. Di fronte alla possibilità di una redditività straordinaria, il “Consenso sulle Commodities” ha sfumato le differenze ideologiche: sia nel crudo linguaggio dell’espropriazione (prospettiva neoliberale), sia attraverso il controllo dell’eccedenza da parte dello Stato (prospettiva progressista). Stiamo assistendo ad una associazione multiscala tra corporazioni globali e governi per una espansione di megaprogetti estrattivi (miniere, agribusiness, sfruttamento degli idrocarburi, megadighe), caratterizzati da una modalità di intervento verticale e senza consultazione dei territori e delle popolazioni (Svampa, 2013 e 2018a).

D’altra parte, nel quadro del “Consenso sulle Commodities”, i governi latinoamericani hanno cercato di contrapporre il sociale e l’ambientale, giustificando il neoestrattivismo e la depredazione ambientale in nome dello sviluppo e della riduzione delle disuguaglianze. Il che ha generato una situazione paradossale, a partire dalla creazione di un’agenda selettiva dei diritti, che negava e/o respingeva le rivendicazioni socioambientali e gran parte delle rivendicazioni indigene di terra e territorio. Oggi sappiamo che una parte significativa della crescita economica sperimentata in America Latina durante il boom delle commodities, è stata catturata dai settori più ricchi della società. I dati della rivista Forbes indicano che la ricchezza dei miliardari latinoamericani (con fortune superiori a 1 miliardo di dollari) è cresciuta al ritmo del 21% annuo tra il 2002 e il 2015, un aumento sei volte superiore al PIL della regione (3,5% all’anno). Tra il 2013 e 2014, secondo Oxfam, il 10% delle persone più ricche della regione intascava il 37% delle entrate; ma quando si considerava la ricchezza queste cifre salivano prepotentemente, mostrando che il 10% più ricco accumulava il 71% della ricchezza, mentre l’1% più privilegiato prendeva il 41% (citato in Benza e Kessler, 2020: 86). Oggi l’America Latina rimane la regione più disuguale del pianeta, anche in termini di concentrazione e accaparramento delle terre che, senza dubbio, hanno ridefinito la questione della disputa sull’acqua e sui beni comuni, portando all’espulsione di popolazioni, alla criminalizzazione, persino all’omicidio di contadini e indigeni.

Una delle conseguenze dell’attuale inflessione neoestrattivista è stata l’esplosione dei conflitti socioambientali in tutta la regione. Date le sue caratteristiche (frammentazione sociale, movimenti di altre forme di economia, verticalità delle decisioni, calpestamento delle popolazioni, forte impatto su ecosistemi e territori), la conflittualità socioambientale è inerente al neoestrattivismo più che una sua conseguenza, anche se questo non in tutti i casi si traduce nell’emergere di una resistenza sociale esplicita. Nel corso degli anni, e al calore delle nuove modalità estrattive di espansione del capitale, i conflitti si sono moltiplicati, la resistenza sociale è diventata più attiva e più organizzata, dando vita a una narrazione contro-egemonica più completa e radicale, che mette in discussione il rapporto società/capitalismo/natura.

In ragion di questo, negli ultimi 20 anni siamo stati testimoni di una svolta ecoterritoriale delle lotte, visibile nel potenziamento delle lotte ancestrali per la terra, guidate dai movimenti indigeni e contadini, così come dell’emergere di nuove forme di mobilitazione e partecipazione di cittadini, ONG ambientaliste con un’ottica di movimento sociale, reti critiche di intellettuali ed esperti, collettivi autonomi di vario tipo, esperienze agroecologiche incentrate sulla difesa della terra e dei territori, sulla ridefinizione dei beni comuni, della biodiversità e del rapporto con la natura. Nella dinamica delle lotte e delle loro articolazioni sociali, si sono sviluppati nuovi linguaggi di valutazione territoriale che esprimono l’innovativo incrocio tra la matrice indigeno-comunitaria e il discorso ambientalista. Questa svolta ecoterritoriale nelle lotte è basata su nuovi temi e parole d’ordine, sviluppando strategie argomentative e giuridiche nel contesto di un dialogo di saperi; in breve, configurando narrazioni ecopolitiche che indicano la tendenza all’emergere di una soggettività comune. Negli ultimi anni, la svolta ecoterritoriale è stata arricchita e rafforzata dall’azione dirompente e mobilitante dei femminismi ecoterritoriali che, attraverso la difesa dell’acqua, del corpo come territorio, della sovranità alimentare e dell’agroecologia, stanno generando spazi di re-esistenza che rielaborano a livello locale diverse risposte alla crisi ambientale.

3 Femminismi ecoterritoriali e ecofemminismi

Le donne sono la più grande creazione a sostegno del pianeta, hanno una forza creativa enorme. Gandhi stesso diceva ogni giorno: ‘Rendimi più donna’”.
Vandana Shiva, 2016

Prima di addentrarci nelle trame e nelle narrazioni dei femminismi ecoterritoriali, dobbiamo definire l’ecofemminismo, che è una prospettiva o corrente di pensiero – e allo stesso tempo un movimento sociale diverso -, che si basa sulla certezza che l’oppressione verso le donne e verso la natura sono collegate. Da un lato le donne sono inferiorizzate (considerate irrazionali, sensibili, impure) perché sono più vicine alla natura; dall’altro, la desacralizzazione e lo sfruttamento della natura si basano sulla sua femminilizzazione.

Come corrente teorica e pratica, lungi dal nascere nei campus universitari, l’ecofemminismo è nato nelle strade, intorno agli anni ’70, negli Stati Uniti, quando le donne decisero di unirsi per lottare contro il rischio di una guerra nucleare, nel contesto della Guerra Fredda. Era un periodo in cui il movimento antinucleare e pacifista denunciava l’ideologia militarista dei discorsi pubblici. Su questa stessa linea l’ecofemminismo assocerebbe questi discorsi di guerra alla cultura patriarcale. In guerra le donne possono essere violentate, aggredite, insultate, sia in casa che per strada. Questa stessa cultura di odio verso le donne ha un rapporto distruttivo con la natura. Pertanto sostiene la necessità di cambiare la cultura nel suo complesso (Hache, 2016: 19-21).

Uno dei temi all’origine della teoria ecofemminista è il carattere patriarcale della doppia dominazione: degli uomini sul piano delle relazioni interpersonali, ma anche nell’ambito della relazione con la natura. Questa doppia dominazione si poggia su un paradigma dualista di tipo binario, che separa l’umano dal non umano, il maschio dalla femmina, il pubblico dal privato, la ragione dall’emozione, il moderno dal non-moderno, in connessione con una logica identitaria che squalifica e svaluta chi è diverso.

Per quanto riguarda il rapporto donna-natura, l’ecofemminismo partirebbe dall’inversione dello stigma, risignificando positivamente l’identificazione in varie forme. In primo luogo attraverso la diversa connessione con il corpo e la natura. Questa interconnessione ha contribuito allo sviluppo di altri linguaggi di valutazione basati su approcci o ontologie relazionali che enfatizzano l’interdipendenza, la complementarità, la cura, in breve l’ecodipendenza, soprattutto nel contesto dell’attuale crisi ambientale e di civiltà. In secondo luogo, insieme alle economiste femministe (Pérez Orozco, 2017; Rodríguez Enríquez, 2015), gli ecofemminismi hanno inserito nell’agenda pubblica l’importanza del lavoro riproduttivo delle donne, invisibile e non riconosciuto. Questo lavoro di cura, necessario per la sostenibilità della vita, è stato tradizionalmente sottovalutato, così come il lavoro di sostentamento della natura e il mantenimento dei suoi cicli, oggi minacciati dalle dinamiche predatorie del capitale. Di conseguenza l’ecofemminismo sottolinea che, così come esiste un debito ecologico e un’impronta ecologica, esiste anche un debito di cura e un’impronta della cura (Herrero, 2019) associata alla divisione sessuale del lavoro, che carica il peso del lavoro di cura sulle donne, soprattutto sulle donne povere.

All’interno dell’ecofemminismo ci sono diverse correnti che vanno dall’ecofemminismo identitario – che naturalizza/biologizza il legame tra donne e natura -, fino all’ecofemminismo costruttivista, che lo concepisce come una costruzione storico-sociale legata alla divisione sessuale del lavoro. In America Latina si sono distaccate voci che sottolineano l’epistemologia ecofemminista basata sulla relazionalità o l’interdipendenza e l’affettività nella conoscenza, come quella di Ivonne Gevara, una teologa ecofemminista brasiliana (1).
Ovviamente, nel Sud globale, l’impatto della teorizzazione di Vandana Shiva e della sua lunga esperienza di lotta non è stato minore, poiché è stata lei a identificare l’ecofemminismo con la difesa della diversità, mettendo in discussione le monocolture non solo produttive ma anche mentali. Come si vedrà, per i femminismi ecoterritoriali non si tratta di sacralizzare la natura o di essenzializzare il legame con essa, ma piuttosto di difendere la terra e il territorio, mostrando che la sostenibilità della vita e del pianeta si basa su un altro legame con il corpo e con la natura, sia materiale che spirituale, nel quadro di un’epistemologia delle emozioni e degli affetti.

4 Trame di femminismi ecoterritoriali

Quando sono entrata in questo processo ho ingenuamente pensato che entro un paio di mesi avremmo risolto il problema. Ora sono convinta che sarà una lotta che durerà tutta la vita perché ciò che stiamo difendendo è tutto ciò che la vita rappresenta, è il territorio, sono le nostre acque, e ci sono molti occhi puntanti su di esse. Viviamo in una regione bella, tra la cordigliera e le paludi, che viene presa di mira dai progetti minerari-energetici promossi nel paese”.

Dorys Stella Gutiérrez Castellanos, leader della lotta contro il fracking a San Martín e membro della Fracking-Free Colombia Alliance (2017: 220).

Ci sono molte evidenze storiche dei legami empirici ed epistemici tra genere e ecologia, tra femminismo e ambiente, come è sostenuto da numerosi documenti internazionali.

L’incessante degrado dell’ambiente, che colpisce tutti gli esseri umani, ha spesso un impatto più diretto sulle donne. La salute e le condizioni di vita delle donne sono minacciate dall’inquinamento e dai rifiuti tossici, dalla deforestazione su larga scala, dalla desertificazione, dalla siccità, dall’esaurimento del suolo, delle risorse costiere e marine, come indicato dalla crescente incidenza di problemi di salute legati all’ambiente e persino di decessi tra donne e ragazze. Le più colpite sono le donne che vivono in aree rurali e le indigene, le cui condizioni di vita e sussistenza quotidiana dipendono direttamente dagli ecosistemi sostenibili (Quarta Conferenza di Pechino, 1975; ECLAC, 2012).

Così, sono le donne incaricate della cura e della riproduzione sociale le prime a rilevare i danni socio-sanitari e a stabilire i legami con i modelli di sviluppo, i cui rischi sono minimizzati o non appaiono in nessuna statistica ufficiale. Questo è stato il punto di partenza dei femminismi ecoterritoriali latinoamericani: la difesa delle condizioni di vita davanti alla minaccia dell’inquinamento e/o la denuncia degli impatti sulla salute, l’aria e l’ambiente.

Negli ultimi 20 anni, nel contesto dell’espansione dei neoestrattivismi, si sono moltiplicate le espressioni dei femminismi ecoterritoriali, comunitari, rurali e popolari del Sud. Tuttavia, per comprenderli, è necessario cominciare a riconoscere le loro origini popolari e periferiche. Si tratta di femminismi popolari nati ai margini sociali, etnici e geografici. Donne indigene, contadine, afro, povere e/o vulnerabili delle zone rurali e urbane, che emergono dal silenzio, si mobilitano nella sfera pubblica, ricreano relazioni di solidarietà e nuove forme di autogestione collettiva per far fronte agli effetti negativi dei progetti industriali ed estrattivi già in atto, così come di fronte alla minaccia rappresentata dai megaprogetti e/o dall’espansione della frontiera estrattiva.

Inizialmente, molte di queste lotte ecoterritoriali non si presentano come femministe dato che prendono le distanze dai femminismi urbani, che sono associati alle classi medie e più avvantaggiate della società. Questa reticenza iniziale mostra che, lungi dall’essere il prodotto di un’etichettatura automatica, la riappropriazione del femminismo e la critica del patriarcato sono parte di un processo di costruzione culturale e collettiva. È attraverso la dinamica ricorsiva delle lotte – in gran parte mediante un dialogo intergenerazionale – in quell’andirivieni che va dal coinvolgimento collettivo e pubblico a un ritorno al privato, attraversato dai lacci dell’oppressione patriarcale che la lotta comincia anche a essere risignificata come femminista e antipatriarcale. La possibilità di dare un nome all’oppressione domestica e familiare, alla violenza patriarcale precedentemente naturalizzata e/o messa a tacere, potenzia la lotta, cioè aggiunge l’appropriazione del femminismo alla difesa della terra e del territorio.

La testimonianza delle donne che iniziano un percorso nella leadership territoriale comprova cosa significa, sempre, l’esplosione delle tensioni con matrice patriarcale:

Non è affatto facile iniziare come donna la leadership di una causa per la difesa del territorio, dell’acqua, della vita e dei diritti delle donne, soprattutto per l’autonomia del territorio; ma se non si fa nulla, non si riesce nemmeno a vincere. […] Il nostro grande ostacolo è la dipendenza in casa. È quindi necessario, prima di tutto, lottare internamente per riconoscerci per quello che siamo veramente e per scoprire il ruolo che abbiamo in un sistema al quale siamo sottomesse. Il nostro partner, la nostra casa sono, nella maggior parte dei casi, i più grandi oppositori alla nostra indipendenza e difesa territoriale.

(Linda Oneida Suárez Sánchez, insegnante e fondatrice della Corporazione per la difesa integrale dell’ambiente e delle fonti d’acqua a Bajo Simacota, Coldimafh, Colombia, 2017: 244).

Per Avelina Pancho, leader nasa (Colombia), ciò che è in gioco è l’uguaglianza:

Nella lotta per il territorio e per la Legge di Origine o Diritto Maggiore, le nostre comunità e territori si trasformano, continuano a cambiare. Nella stessa forma i nostri pensieri e le nostre azioni cambiano, oggi le donne sono più uguali agli uomini, abbiamo più diritti e voce nella comunità. (citato in Suárez Sánchez, 2017: 95).

Per Francisca Pancha Rodríguez, da sempre leader dell’Associazione Nazionale delle Donne Rurali e Indigene del Paraguay (ANAMURI), interna al Coordinamento Latinoamericano delle Organizzazioni Contadine (CLOC) e una delle fondatrici della Via Campesina:

Arrivare a definirci femministe non è stato un processo facile. Sono più di dieci anni che portiamo avanti questo dibattito. Ma è stato un passaggio politico in un momento in cui il movimento contadino definiva le politiche per la costruzione di un nuovo modello di società inquadrato nel socialismo. Il nostro primo slogan è stato quello di dire che entravamo in questo dibattito con tutta la nostra esperienza storica – che non partivamo da zero -, per ricostruire processi che erano stati squalificati dal punto di vista degli interessi del capitale. Perciò abbiamo detto: non ci può essere socialismo se non c’è femminismo. Quindi “senza femminismo non c’è socialismo” (intervista, Biodiversidad, 2020).

Tuttavia, i processi di riappropriazione e l’intreccio delle trame non sono gli stessi per tutte. Come sostiene Francesca Gargallo Cellentani, alcune donne vivono una transizione, soprattutto quelle che provengono dalle comunità indigene: “In transizione verso il femminismo, sempre e quando riescano a fare del femminismo qualcosa che non le allontani dalla storia e dalla cultura del loro popolo, ma uno strumento teorico per il loro buon vivere” (Gargallo, 2015: 148). Nella differenza si va costruendo uno spazio di geometria variabile che include espressioni anticoloniali e antipatriarcali, che ricusano i modelli di sviluppo dominanti ma che sono anche concepite come distinte dai femminismi urbani e occidentali.

Per Moira Millán, referente mapuche e fondatrice del Movimento di Donne Indigene per il Buon Vivere, la categoria di femminismo fa parte del pensiero coloniale binario:

Non siamo femministe. Siamo un movimento antipatriarcale e anticlericale. Un movimento orizzontale, plurinazionale che cerca l’unità dei popoli verso il Buon Vivere [,,,] Nel cammino che stiamo percorrendo stiamo ripensando tutto. Noi diciamo: non ci può essere lotta antipatriarcale se non è anticoloniale, antirazzista. Il femminismo è una costruzione antropocentrica della logica huinca [bianca, europea] dell’altro lato dello stagno. La logica huinca intende il problema del patriarcato come un problema di potere, come un problema di equità sociale, di genere. Noi intendiamo il patriarcato come un altro aspetto del colonialismo huinca. Prima dell’arrivo dello Stato huinca e di quella cultura proveniente dall’esterno, c’era un riconoscimento dei generi multipli, perché il mondo spirituale mapuche e il mondo spirituale dei popoli originari è estremamente profondo e non binario. Il binarismo è stato portato dalla colonizzazione. Se assumiamo l’identità o la categoria femminista, riduciamo di molto la nostra visione come donne indigene e, al contrario: il femminismo dovrebbe essere permeato dalla nostra logica, perché è lì che appare una questione molto importante, l’ordinamento spirituale delle forze della terra che ci abita. (Reportaje en marcha, 24/05/2021).

Al di là di queste differenze, le dinamiche di mobilitazione hanno scatenato intensi incroci sociali ed etnici che hanno ampliato i linguaggi di valutazione e aperto la democratizzazione nell’eterogeneo spazio femminista delle lotte. Incrociando le lotte, le donne rimaste confinate nella sfera domestica, con pochi contatti interclassisti di carattere non gerarchici, cominciavano a forgiare importanti cambiamenti nella soggettività attraverso la mobilitazione collettiva, dando vita a nuovi concetti e trovando la voce propria: Impatto ambientale e Giustizia ambientale, Acqua per i territori, Corpo e territorio, Territorialità e cura, Guarigione e natura, Accesso alla terra e Sovranità alimentare, tra gli altri. Sono emersi anche spazi di coordinamento regionale e molte reti di donne che difendono l’ambiente con il sostegno di ONG e fondazioni nei diversi paesi (tra cui Fondo de Mujeres del Sur, Fondo de Acción Urgente de América Latina y el Caribe, e Red Latinoamericana de Mujeres Defensoras de Derechos Sociales y Ambientales).

Una delle chiavi è stato il collegamento interclassista e il dialogo intergenerazionale. Si tratta del ruolo di facilitatrici assunto soprattutto da giovani donne, tra cui professioniste – antropologhe, geografe, comunicatrici, avvocate, sociologhe, artiste ed altre – che si sono avvicinate a queste esperienze di lotta accompagnando la costruzione di un sapere controesperto, tracciando e mappando i corpi-territori, ricercando vie di guarigione e resilienza in dialogo con i saperi locali e ancestrali. Anche se in alcuni casi sarebbe più corretto parlare di una prassi ecofemminista, come afferma Marian Sola Álvarez (2)- sottolineando che il concetto di ecofemminismo non è esplicitamente formulato o rivendicato -, a mio parere si osserva come tendenza regionale l’emergere di spazi di re-esistenza che oppongono il capitale alla vita, percorsi verso una epistemologia ecofemminista relazionale.

Insomma, attraverso la confluenza dell’esperienza tra pubblico e privato, si è aperto un inedito spazio di intrecci tra collettivi di donne di diversi settori sociali ed età. Da un lato tra gruppi di donne povere, rurali, contadine e indigene, o provenienti da piccole città, gruppi di donne colpite da fattori ambientali, in situazioni di emarginazione sia sociale che etnica e, dall’altro, attiviste e ONG specializzate, gruppi di professioniste critiche che sostengono l’espansione dei diritti delle donne. Il risultato è stato l’allargamento del campo di lotta femminista e ambientalista, l’elaborazione di una nuova epistemologia femminista basata sull’inclusione di nuovi temi e prospettive sul territorio, nonché lo sviluppo di una visione più orizzontale dei femminismi realmente esistenti, al di là delle differenze di classe e di etnia, o delle distanze tra urbano e rurale.

(1. Continua)

Maristella Svampa è sociologa, scrittrice e ricercatrice presso il Consiglio Nazionale dellaRicerca Scientifica e Tecnica (CONICET), Argentina. Docente all’Università Nazionale di La Plata. Si è laureata in filosofia all’Università Nazionale di Cordoba e ha conseguito un dottorato in sociologia all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Platinum Konex Award in Sociologia (2016) e il National Sociological Essay Award per il suo libro Debates latinoamericanos. Indianismo, Desarrollo, Dependencia y Populismo (2018). Nel settembre 2020 ha pubblicato El colapso ecológico ya llegó. Una brújula para salir del (mal)desarrollo, insieme a Enrique Viale, pubblicato da Siglo XXI (www.maristellasvampa.net).


NOTE:

1 Per una presentazione della visione ecofemminista di Gevara, si veda Comesaña Santalices (2010).

2 La ricercatrice Marian Sola Álvarez applica il concetto di prassi ecofemminista nella sua analisi sul protagonismo delle donne nella lotta contro l’estrazione mineraria a La Rioja, Argentina, legato alla difesa dell’acqua, identificandola con la sierra di Famantina (2021).




Lasciare un commento