giovedì 19 novembre - Giacomo Nigro

"Febbre" di Jonathan Bazzi

Febbre di Jonathan Bazzi è la storia autobiografica di un sieropositivo, ma Jonathan non racconta solo la malattia, essa resta, tutto sommato, sullo sfondo di una vicenda ordinaria di periferia che ha però lo stigma di una personalità non comune.

Febbre di Jonathan Bazzi[1] è la storia autobiografica di un sieropositivo, ma Jonathan non racconta solo la malattia, essa resta, tutto sommato, sullo sfondo di una vicenda ordinaria di periferia che ha però lo stigma di una personalità non comune.

“Sono convinto che ci sia davvero un legame tra emozioni e salute, ma se anche fosse vero che il male del corpo ha origine dalla psiche, non ha senso pensare di poter percorrere a ritroso il nesso casuale, sviluppando stati emotivi diversi al posto di quelli disfunzionali per ottenere la guarigione. Una volta che il problema s’è fatto carne diventa affare della medicina…”[2]

Questo ci dice l’autore circa la malattia, personalmente non sono mai stato ipocondriaco, quando ho letto il titolo “Febbre” non ho avuto sensazioni negative anzi sono rimasto attirato forse perché sto attraversando un periodo particolare da ex malato di covid19 con postumi seri. Una delle cose che si apprezza di più di Febbre è il ritmo che è imposto al testo dal susseguirsi di attualità e flashback travolgenti. La scrittura è spesso autoironica non si tratta quindi di un mattone, il libro va oltre i piagnistei, oltre gli stereotipi della malattia, racconta senza mai cadere nella retorica, nel vittimismo.

Vediamo ora attraverso la trama del libro chi è Jonathan Bazzi, oggi trentacinquenne, ne aveva 31 anni nel 2016 quando un giorno qualsiasi di gennaio gli venne la febbre che non accennava a passare, costante, spossante, che lo ghiacciava quando usciva. Aspettò un mese, due cercò di capire, fece analisi, pensò di avere una malattia incurabile, mortale all’ultimo stadio. La sua paranoia continuò fino al giorno in cui venne a conoscenza dell’esito del test dell’HIV e la realtà si rivelò: era sieropositivo, non stava morendo, si sentiva quasi sollevato. Cresciuto a Rozzano o Rozzangeles, il Bronx del Sud di Milano, la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un misto di milanese, siciliano e napoletano. Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla predestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso. Un libro spiazzante, sincero e brutale, che costringerà le nostre emozioni a un coming out nei confronti della storia eccezionale di un ragazzo.

 

[1] Jonathan Bazzi – Febbre -Fandango 2019

[2] ibidem




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