venerdì 2 aprile - Phastidio

Falsificazione dati contagi in Sicili: quando la burocrazia pubblica diventa comitato elettorale

Lo spoils system all'italiana e la demolizione della fase di controlli preventivi producono dirigenze pubbliche che hanno il compito di sostenere la carriera del politico che le ha scelte

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

la disdicevole vicenda della falsificazione dei dati su contagi in Sicilia rappresenta la vivida dimostrazione di uno dei principali problemi della pubblica amministrazione italiana: essere considerata non come un sistema per erogare servizi efficienti a tutti i cittadini, ma un mega comitato elettorale permanente, di proprietà della maggioranza e dell’assessore di turno. Sono gli effetti perversi e devastanti, che si dipanano ormai da decenni, dell’insensato spoils system all’italiana e della totale assenza di controlli sugli atti.

Gli organi politici di governo, una volta assurti agli scranni di consiglieri, assessori, sindaci, presidenti, parlamentari, ministri, hanno una mira, del tutto comprensibile: puntare a conservare il più a lungo possibile il posto nella tolda di comando.

Obiettivo comprensibile, sì, ma che ben presto diviene pervasivo e travolge lo scopo fondamentale della funzione di governo ed amministrazione, cioè gestire le risorse e le competenze allo scopo di assicurare benefici e crescita all’intera popolazione amministrata, nel rispetto dei principi posti dalla Costituzione, cioè legalità, buon andamento, imparzialità ed efficienza.

Nessun ostacolo al potere

L’amministrazione a quel punto vira decisamente verso qualcosa di molto diverso: un sistema di gestione del potere, con lo scopo della sua conservazione, con ogni mezzo. Compreso la falsificazione dei dati, delle carte e delle informazioni, visto che ai fini elettorali il messaggio e la “narrazione” contano moltissimo.

Da qui l’esasperazione della volontà di “nominare direttamente” lo “staff” della dirigenza e dei funzionari più vicini.

Per ordire le trame del disegno di conservazione del potere, occorre il sostegno dell’apparato “tecnico”, quello che studia le norme, elabora i provvedimenti, raccoglie i dati, li analizza, li divulga, li utilizza come base decisionale.

Una dirigenza, tuttavia, autonoma, come vorrebbe fosse la Costituzione e il testo unico sul lavoro pubblico (il d.lgs 165/2001, in particolare l’articolo 4, comma 2), quei dati, quelle informazioni, quelli elementi tecnici li dovrebbe utilizzare, nel rispetto di un indirizzo politico, per decisioni operative di utilità comune, attenti alla correttezza dei dati e della spesa delle risorse.

Alti dirigenti come comitato di rielezione

Lo spoils system all’italiana, però, concorre a trasformare l’apparato, specie nei ruoli maggiormente vicini agli scranni del potere, appunto in un qualcosa di molto più simile ad un ufficio la cui funzione sia la rielezione del politico, piuttosto che la corretta ed imparziale gestione.

Sì, perché la legge che attribuisce agli organi di governo di incaricare e revocare ad libitum i dirigenti, non si è limitata a permettere ciò per lo strettissimo supporto a ministri o assessori: consigliere giuridico o economico, capo di gabinetto, portavoce, capo della segreteria, cioè soggetti esperti in un certo settore capaci di sostenere un indirizzo politico, divulgarlo ed organizzare il lavoro dell’organo politico.

Lo spoils system, invece, si estende anche ai vertici decisionali, quelli che adottano materialmente i provvedimenti e gestiscono i dati e le informazioni. I quali vertici decisionali, se scelti per la “personale adesione all’orientamento politico” della maggioranza, formula elegante utilizzata dalla Consulta per legittimare lo spoils system dei vertici e che significa molto più pedestremente “tessera di partito che ha consentito l’incarico anche senza selezione o concorso”, si sentono parte del mega “comitato elettorale”, col compito esclusivo di garantire la conservazione del potere del politico “dante causa”.

Sbarazzarsi delle garanzie di legalità

Ne consegue la presunta legittimazione ad amministrare ben al di là dei confini non solo delle norme, ma del buon senso e della frontiera dell’efficienza. Il tutto, per altro, giustificato da una falsa impronta “manageriale” molto sostenuta da ampia dottrina, che ritiene sia dovere della dirigenza anche “disobbedire” alle regole procedurali, “gettando il cuore oltre l’ostacolo” e adottando anche scelte creative.

Purtroppo, vigente il principio di legalità ed il divieto di agire in modo arbitrario, gettare il cuore oltre l’ostacolo in modo creativo, significa appunto falsificare la realtà, adottare provvedimenti che non perseguono l’interesse pubblico, ma il particolare obiettivo della conservazione del potere, con conseguenti favoritismi a persone che non vengono più considerate in quanto cittadini, ma in quanto elettori, parti attive del comitato elettorale che deve sostenere quel potere.

Negli ultimi 30 anni, tutte le riforme della PA hanno introdotto e sostenuto e conservato gelosamente lo spoils system, aggiungendovi la sciagurata scelta di eliminare i controlli preventivi, sulla base di una presunta maggiore efficienza e rapidità. I controlli, infatti, sono raccontati come strumento che allunga i tempi e guarda alla mera forma dell’adempimento.

Controlli preventivi demoliti

Ma, titolare, non esiste azienda attenta alla clientela che non faccia test e controlli di qualità preventivi sui prodotti, prima di metterli sul mercato. I “prodotti” della PA sono atti, decisioni, flussi di dati, ricerche, delibere, leggi, regolamenti e decreti: non si capisce perché debba mancare del tutto per essi una verifica preliminare della loro efficacia e correttezza. Quella verifica ex ante richiesta dalle norme sulla valutazione di impatto legislativo da sempre e da sempre violata.

O quei controlli amministrativi che potrebbero eliminare, se adottati da organi davvero indipendenti e lontani dai centri decisionali, tante illegittimità che poi si riversano in un contenzioso spaventoso, che alla fine comunque blocca e rallenta ben di più di quanto non accadrebbe gestendo i controlli in modo efficiente.

Con le risorse telematiche oggi disponibili, non si dica che non sia possibile svolgere controlli praticamente in tempo reale sui provvedimenti, quanto meno su quelli considerati più delicati proprio dalla legge anticorruzione: assunzioni, appalti, provvedimenti di ampliamento (concessioni, permessi, licenze) ed erogazione di contributi.

Un’anticorruzione formale e ritualistica

A proposito dell’anticorruzione. La vicenda della Sicilia dimostra per l’ennesima volta che, comunque, l’apparato normativo ed esecutivo realizzato da 12 anni a questa parte è, purtroppo, solo formale ed ampiamente inefficiente.

Uno degli obiettivi fondamentali dei piani anti corruzione è quello della più ampia trasparenza: chi apprezza gli inglesismi direbbe accountability.

Un clima davvero ostile alla corruzione ed al conflitto di interessi, consapevole che tale conflitto si determina anche quando decisioni e dati siano adottate e divulgate per interessi personali ed egoistici contrastanti con quelli pubblici e generali, dovrebbe impedire di falsificare informazioni così delicate, in una fase nella quale la decisione sulle zone è decisiva ai fini del contenimento del contagio in una pandemia!

Ma, Titolare, una PA scambiata per comitato elettorale, composta da dirigenti sotto il capestro dello spoils system e selezionate per adesione politica, dell’accountability, del buon andamento, dell’imparzialità, della correttezza tecnica non può avere né coscienza, né può darvi rilevanza.

Tutto questo dovrebbe confermare l’urgenza di rivedere a fondo quasi trent’anni di riforme della PA talmente inefficaci, da continuare periodicamente a richiederne altre.




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