lunedì 11 gennaio - Anna Maria Iozzi

Fabrizio De André: 22 anni senza il nostro "Amico Fragile"

L'11 gennaio 1999, in una notte fredda d'inverno, ci salutava Fabrizio De André, un falegname che ha saputo intingere, nella penna della povertà, le parole di dignità, rispetto e coraggio, in cui ognuno di noi si identifica.

"Pensavo: è bello che dove finiscano le mie dita debba, in qualche modo, incominciare una chitarra", recitava un verso di una sua canzone nota, una delle più belle e profonde che, al meglio, incarnano la sua anima di Amico Fragile, quell'amico che, in un caldo pomeriggio d'agosto, mentre imbracciava la chitarra sulle note di "Amico Fragile", l'ha gettata via, per sempre.

Medici, giudici, prostitute, transessuali, matti, malati di cuore. Tante sono le immagini e le storie a cui De André ha voluto dare voce con il cesello del vero intagliatore di parole, un autentico artigiano della dignità umana. È stato quello che, più di altri, è riuscito a riportare alla ribalta generi di persone relegate ai margini della società. Il profumo del mare, i carruggi della sua "città vecchia", Genova, richiamano la sua vita di traghettatore di "Anime Salve".

Quante parole scritte in un solo verso. Quelle che non hanno solo bisogno di essere ascoltate, ma di essere capite e applicate nella vita di tutti i giorni. Una vita da condurre in direzione ostinata e contraria.
La sua voce, calda, limpida, ammaliante, ha conquistato le vette dei nostri cuori che battono all'unisono allo scorrere incessante di quella armoniosa melodia.

De André incarna lo spirito degli esseri solitari. La solitudine, diceva, è una delle più grandi forme di libertà. Chi, meglio di lui, ha navigato per sentieri oscuri alla ricerca della libertà, quella incontaminata dai guanti d'oro e d'argento. 

A lui non è mai mancata quella voglia di farsi sentire dai piani più alti della nobiltà che, per farsi rispettare e riverire, ti devi chinare al cospetto. De André, al contrario, ha preferito che fossero le minoranze, quelle bistrattate, ad emergere nella società, perché, come diceva in una sua canzone, "dai diamanti, non nasce niente, dal letame, nascono i fior". 
Ognuno, nel proprio cassetto della mente, fa riaffiorare quelle immagini e quei suoni di un poeta, quel dolce menestrello che, più volte, Fernanda Pivano, lo ha definito. I giovani si identificano nei suoi versi. E come se fossero stati scritti oggi, perché la sua mente era avanti negli anni. Quella mente che ha generato un parto di perle di saggezza da condividere davanti allo scoscio delle legna in un caminetto. E mentre stai imbracciando una chitarra, ti assale la voglia di canticchiare quelle canzoni a un falò, in campagna, al mare, perché sono delle canzoni senza tempo. Quel tempo è un signore distratto, che non ci ha discostato dal riconoscere che, senza la sua immensa umanità, molti di noi, oggi, non gli potremmo dire grazie per quello che ci ha fatto diventare e per quello che faranno le generazioni future. 

Da ammiratrice dell'indimenticabile Fabrizio De André, un mio personale omaggio:

"Nella mia ora di libertà, nella stagione che stagioni non sente, vedo arrivare, dal palazzo del mistero, una graziosa dagli occhi color verde foglia. È Marinella. Vuole fuggire dallo sguardo assassino di chi pose le sue mani sui suoi fianchi.

Nel vortice di siccità, appare Bocca di rosa che, dall'ira funesta delle cagnette, cerca rifugio nell'Hotel Supramonte. In direzione ostinata e contraria, nei quartieri, dove il sole del buon dio non da i suoi raggi, si scorge Sally che, con un tamburello, annuncia la venuta di Princesa. La madre gli dice di non correre con gli zingari nel bosco, ma viene raggiunta dal suonatore Jones, dal giudice e dal malato di cuore, che, mai, potrà dimenticare le cosce madreperla di una ragazza che corre all'incanto dei desideri. Le chiede: "Che mi dai?", e lui risponde: "Quel che posso". "È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati" dice Suzanne, che corre sul letto del bosco.

"Passerà questa pioggia sottile", dice a Nancy che si innamorò di tutti, ma non di qualcuno. Ecco che Dolcenera irrompe con l'aria funesta dell'acqua. Il tumulto del cielo è arrivato a Genova, dove megun megun, insieme ad un amico fragile, lo conduce nella via della povertà. Lì, incontra una donna che, di notte, a un vecchio professore, soddisfa le sue voglie. Da micio, bello e bamboccione, si ritrova a vedere Nina volare sulle corde di un'altalena, che il vento la vide così bella. Il tempo è un signore distratto.

Le anime salve accorrono in terra e in mare, in una storia sbagliata per gente speciale. Deve esserci un modo di vivere senza dolore, con parole cangianti e nessuna scrittura.

Dai Monti di Mola, si sente una musica dell'Ottocento, che vede danzare Jenny con gli indiani d'America. Sotto una luna troppo piccola, vivesti solo un giorno come le rose. Ti innamoravi di tutto, del bianco di Portofino, della città vecchia dove, in via del Campo, vivesti senza una ragione. Un ragazzo segue l'aquilone, dove ha visto passare alla stazione una donna col tailleur grigio fumo. 

Mentre attraversavi London Bridge, vedevi Geordie fuggire alla libertà con la canzone dell'estate. Continuerai a farti scegliere da Andrea, che piange riccioli neri o da Don Raffaé, che da sempre dei buoni consigli. Dai verdi pascoli, Franziska intona il canto del servo pastore, mentre, al ballo mascherato delle celebrità, l'impiegato cerca di far saltare il chiosco dei giornali con l'aiuto dell'ottico, spacciatore di lenti.

Un medico, un chimico, un blasfemo e un matto accompagnano Jamin-à alla passeggiata domenicale. Ha portato l'amore nel paese con Angiolina, che si intrecciava i capelli con foglie di ortica. Nell'acqua della chiara fontana, con il pianoforte a tracolla, il vecchio professore, evaporato in una nuvola rossa, sembra di sentirlo dire al mercante di liquore: "tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore a Durango?", mentre Maddalena impugna il suo fucile per difendersi dal marinaio di foresta.

In quei giorni perduti a rincorrere il vento, un pescatore si assopiva all'ombra dell'ultimo sole, mentre Teresa e Barbara, di ritorno da Rimini, vedevano appassire le rose in un campo di grano. In un attimo di libertà, tra le passanti, Michè vede un militare che aveva il suo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore.

Mentre marciavi con l'anima in spalla, vedesti un re che, senza corona e senza scorta, pensava: è bello che dove finiscono le mie dita, debba, in qualche modo, una chitarra. Quell'amico fragile, nel buio della notte, a una donna in fiamme, diceva: "ma, se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano".

A Sant'Ilario, tutti si accorsero con uno sguardo che Piero se ne è andato alla stazione. Tutto questo avveniva, mentre si udiva un coro di vibrante protesta.

Che freddo, quell'undici gennaio. Prima di varcare le porte del paradiso, nel reparto degli intoccabili, dove la vita ci sembra enorme, ci salutavi con l'anima in spalla. Quella spalla che ti ha fatto abbandonare la chitarra in un caldo pomeriggio di agosto.

E venne l'inverno. Te ne andasti senza una ragione. E, mentre ripensi alla tua vita passata, dici: "e ora, siedo sul letto del bosco che ha il tuo nome". Nel vuoto della notte, a chi fu al tuo fianco, dicesti: "lasciami il tempo di salutare, di riverire, di ringraziare".

In tanti, alla sua partenza, con gli occhi rossi e il cappello in mano, hanno intonato: "Addio, Amico Fragile, con te, se ne parte la primavera". 




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